Galya Bisengalieva – Polygon Reflections
Recensione del disco “Polygon Reflections” (One Little Indian Records, 2025) di Galya Biseganlieva. A cura di Andrea Ghidorzi.
La musica di Galya Bisengalieva nasce come un atto di memoria e si trasforma, disco dopo disco, in un atto politico ed esistenziale. Dopo “Aralkum” (2020), dedicato all’agonia del Mare d’Aral, e “Polygon” (2023), poema sonoro sulle ferite invisibili lasciate dai test nucleari sovietici nel nord-est del Kazakistan, la violinista e compositrice kazako-britannica affida oggi il suo lavoro alle mani e alle visioni di alcuni dei nomi più radicali della scena contemporanea. “Polygon Reflections” non è soltanto un album di riletture: è un rito collettivo di risonanza, un mosaico che amplifica, moltiplica e distorce le ombre dell’originale.
Il cuore pulsante rimane lo stesso: il Polygon, teatro di 456 esplosioni atomiche tra il 1949 e il 1989, una ferita aperta che ancora sanguina nel corpo e nella memoria di una terra definita “disabitata” dai vertici sovietici, ma che in realtà era la culla di poeti, musicisti e di un’ecologia irripetibile. Lì, dove la cultura si intrecciava alla natura, il fuoco nucleare ha lasciato un silenzio innaturale. “Polygon Reflections” è quel silenzio che si frantuma in echi.
Ogni artista chiamato da Bisengalieva costruisce un frammento di questo film immaginario. The Bug accende macchine di metallo in corsa, Hatis Noit invoca un canto che sembra provenire dalle viscere della terra, KMRU innalza paesaggi digitali multistrato, Lucy Liyou scava tra risonanze elettroacustiche e piano, Aïsha Devi smembra la voce in pura energia cibernetica. Hinako Omori lascia che gli arpeggi si avvolgano come meditazioni ipnotiche, mentre Balkhash Dreaming intreccia la propria poesia con archivi sonori del 1930, riportando in vita la voce di Amre Kashaubayev, figura mitica della tradizione musicale kazaka. Infine Alva Noto riduce il tutto a un universo di click e microsuoni, in un dialogo fragile e potente con le composizioni di Galya.
Il risultato è un viaggio che oscilla tra ferocia meccanica e incantazione rituale, tra glitch digitali e poesia orale, tra silenzi irradiati e paesaggi sonori immaginari. “Polygon Reflections” non consola, non estetizza la tragedia: la rende dicibile, trasformando la memoria in linguaggio condiviso.
Galya Bisengalieva continua a farsi testimone del legame indissolubile tra musica e territorio, tra geografia e identità. In queste nove tracce, il dolore diventa suono e il suono diventa resistenza: un memoriale vivo che ci chiede di ascoltare lentamente, profondamente, senza voltare lo sguardo.




