The Beths – Straight Line Was a Lie

Recensione del disco “Straight Line Was a Lie” (ANTI- Records, 2025) dei The Beths. A cura di Emanuele Podda.

Che fossero la punta di diamante della scena alternativa neozelandese, i The Beths lo avevano già ampiamente dimostrato al momento dell’uscita del loro terzo album nel 2022, “Expert In A Dying Field”. Questa combinazione peculiare di suoni sporchi e graffianti, chitarre jangle, armonie a quattro voci, e testi profondamente malinconici, sintesi coerente di un percorso durato 8 anni, li fece immediatamente balzare ai primi posti delle classifiche musicali del loro paese e ha nel tempo contribuito a consolidare la loro presenza nelle più importanti live venues mondiali, dal Coachella al Primavera Sound Festival, rendendoli un punto di riferimento imprescindibile nell’ambito del guitar-driven indie pop contemporaneo. 

Ma è proprio quando si raggiunge la vetta che la vera sfida inizia. Con “Straight Line Was a Lie”, uscito il 28 agosto per la prestigiosa ANTI- Records (casa di giganti dell’indie come Wilco, Neko Case e Fleet Foxes), il quartetto di Auckland si è trovato di fronte al dilemma di ogni band di successo: come confermarsi? La risposta, per quanto non priva di qualche incertezza, convince nella sua sostanza e dimostra che i The Beths sanno ancora bene dove puntare la bussola creativa.

I quattro singoli usciti tra aprile e agosto 2025 rappresentano certamente alcuni dei pezzi più convincenti del disco. L’album si apre proprio con il brano eponimo, Straight Line Was a Lie, concentrato di garage rock e power pop il cui ritornello è trainato dalle armonie a quattro voci, vero marchio di fabbrica della band, che mette subito in chiaro come i The Beths non abbiano perso il loro tipico tocco. Il testo setta subito il mood dell’album: una dolorosa riflessione interiore della frontwoman Elizabeth Stokes sul cammino dell’esistenza, che lungi dall’essere lineare e privo di inciampi, si rivela al contrario frastagliato e circolare, una sorta di “eterno ritorno dell’uguale” nicciano che però, lungi dall’ingenerare un “amor fati”, è percepito come una condanna alla sofferenza. Poco da stupirsi considerando come la vita non sia stata ultimamente affatto clemente con Stokes, la quale si è trovata a fronteggiare una diagnosi di malattia di Basedow-Graves (una forma di ipertiroidismo) e a gestire i numerosi effetti collaterali degli psicofarmaci che ha cominciato ad assumere per gestire la depressione in cui è sprofondata.

Il tema trova il suo naturale svolgimento negli altri singoli. No Joy, sovrapponendo graffianti chitarre garage ad una drum machine post-punk, amplifica il senso di alienazione, veicolando l’appiattimento emotivo conseguente all’assunzione di SSRI («Anhedonic on the daily / Wanna feel but I am failing, I am failing»). Il contrasto arriva con lo scintillante jangle pop di Dunediana memoria (The Chills/The Bats) di Metal, brano in cui lo sforzo di comprensione verso i complessi meccanismi fisici e biologici che regolano il corpo e gli permettono di funzionare perde di significato considerando che «When I try, I see a short word» – probabilmente “death” o “die”, ovvero la morte, destino ultimo di ogni essere vivente che rende vano ogni tentativo di discernimento. Il culmine emotivo è poi rappresentato dalla struggente ballad chitarra e voce Mother Pray For Me, in cui Stokes, divisa dalla madre di origini indonesiane da barriere culturali, linguistiche, ed emozionali, cerca, pur non essendo credente, una connessione consolatoria con lei attraverso l’unico linguaggio che sente possa raggiungerla: la preghiera.

Il resto dell’album si divide tra alti – verrebbe da dire “altissimi” – e bassi. Tra i primi, due pezzi spiccano su tutti: Take e Roundabout. Take, assumendo tonalità quasi apocalittiche, rappresenta un riuscitissimo primo approccio al post-punk da parte della band di Auckland: batteria e basso martellano senza tregua, costruendo una tensione che esplode quando, oltre la metà del brano, la sezione ritmica accelera bruscamente. È qui che Stokes trasforma la parola «Oblivion» in un mantra ossessivo, urlato come un’invocazione prima che la chitarra si scateni in un assolo stridente e distorto – una vera e propria immersione musicale nella nebbia del non-essere, una pulsione di morte intesa come desiderio di dissoluzione e conseguente liberazione dal desiderio connaturato all’esistere. Per quanto riguarda Roundabout, rappresenta probabilmente il picco melodico dell’intera discografia dei The Beths. Il riff jangle che la attraversa è di fattura sopraffina, un omaggio ai fasti del Dunedin sound che si intreccia alla perfezione con la voce eterea di Stokes e i cori della band, creando un tessuto sonoro di rara eleganza. Ma è anche sul piano testuale che il brano brilla, offrendo una delle visioni più luminose – seppur venata di malinconia – dell’intero album. La “rotatoria” diventa metafora brillante per le crisi personali cicliche e disorientanti che attraversano la vita della cantautrice, ma questa volta la confusione trova sollievo nelle persone amate che mantengono «Eyes on the road / With a cautious confident control». È questa sicurezza che permette a Stokes di abbandonarsi – «I would follow you wherever you go» – nella certezza che «What will come is nothing to be scared about», anche se queste persone, col tempo, dovessero cambiare. 

L’album termina tuttavia con due brani che, seppur piacevoli all’ascolto, rappresentano i momenti meno convincenti del disco. Ark Of The Covenant – titolo che strizza l’occhio a Indiana Jones – tenta una seconda incursione post-punk che però non raggiunge l’intensità esplosiva di Take, perdendosi in una formula già sentita e priva di quella carica emotiva devastante. Ancora più deludente Best Laid Plans, esercizio di dream pop con derive shoegaze nel finale che esplora la fantasia consolatoria della resa: «Let me be weak» canta Stokes, ma il risultato suona troppo scolastico, privo di quella spontaneità che caratterizza i momenti migliori dell’album.

Nonostante la chiusura sottotono, “Straight Line Was a Lie” dimostra che i The Beths sanno ancora come sorprendere. L’album trova il suo equilibrio tra sperimentazione coraggiosa – l’incursione post-punk di Take ne è l’esempio più riuscito – e padronanza consolidata dei territori già esplorati: power pop, jangle e garage rock brillano qui con una consapevolezza matura, con brani come Roundabout e Mother Pray For Me che rappresentano alcuni dei picchi più alti della loro intera carriera. Ma è soprattutto la scrittura di Stokes a raggiungere nuove vette: tormentata e viscerale senza mai scivolare nel patetico, conferma la cantautrice come una delle voci più delicatamente introspettive dell’indie pop contemporaneo.

Se l’obiettivo era confermarsi dopo il successo di “Expert In A Dying Field”, il quartetto di Auckland ci riesce dunque pienamente, con Stokes che è riuscita a rendere le sue travagliate vicende personali la materia prima per un album che suona più autentico e necessario che mai.

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