Fleshwater – 2000: In Search of the Endless Sky

Recensione del disco “2000: In Search Of The Endless Sky” (Closed Casket Activities, 2025) dei Fleshwater. A cura di Haron Dini.

Quando si parla di nuove leve nel panorama del rock alternativo e del metalcore, è impossibile non menzionare i Fleshwater. Provenienti da Boston, Massachusetts, la band si è rapidamente distinta grazie a una miscela sonora unica che affonda le radici nell’alternative metal anni ’90, nello shoegaze e in un nu-metal intriso di malinconia. Il loro sound è un viaggio in cui riff pesanti e distorsioni taglienti si intrecciano con melodie eteree e voci sognanti, creando un’atmosfera al tempo stesso aggressiva e introspettiva.

Nati come progetto parallelo di alcuni membri dei Vein.fm, i Fleshwater hanno dimostrato di non essere un semplice spin-off, ma una forza creativa autonoma. Con l’album di debutto “We’re Not Here to Be Loved“, prodotto da Kurt Ballou (chitarrista dei Converge), hanno catturato l’attenzione di critica e pubblico, offrendo un’esperienza di ascolto capace di essere brutale e vulnerabile allo stesso tempo. La band mostra come si possano rielaborare influenze consolidate per dar vita a qualcosa di fresco, autentico e profondamente personale. La loro musica non è solo “rumore”: è un passaggio sonoro in cui angoscia e bellezza coesistono, invitando a un’esplorazione profonda e senza compromessi.

Chiaramente debitori della scuola “deftoniana”, i Fleshwater non propongono un sound ruffiano, ma espandono quell’amalgama di suoni e sensazioni che, in breve tempo, sta conquistando un pubblico sempre più ampio e variegato. Con il nuovo lavoro “2000: In Search of the Endless Sky“, in uscita oggi per Closed Casket Activities, la band rinnova la propria proposta, portando lo shoegaze a uno stadio successivo, più cupo e aggressivo. Brani come Green Street o alcuni passaggi di Raging Storm rivelano una formazione ancora più segnata dall’angoscia, con la consapevolezza dolorosa che l’adolescenza è ormai alle spalle. A caratterizzare ancora una volta il trademark dei Fleshwater ci sono le voci di Mira Shirar e Anthony DiDio, che oscillano tra scream e cantato melodico, rendendo il sound dinamico e capace di dare voce a temi come ansia, depressione, rabbia e introspezione — particolarmente intensi in Jetpack, Last Escape e Be Your Best. Non mancano, però, momenti meno incisivi: in tracce come Jerome Town o Silverline affiora una certa ridondanza compositiva.

2000: In Search of the Endless Sky” è un disco per chi cerca più di una semplice canzone: un’esperienza capace di scuotere e, infine, affascinare. Con un pubblico in rapida crescita e un’estetica che strizza l’occhio al grunge, i Fleshwater non sono soltanto una band da tenere d’occhio, ma già una delle forze trainanti della scena underground, accanto a nomi come Superheaven e Post Profit. Con questo secondo album, il loro successo sembra solo all’inizio: non resta che aspettare per scoprire quali nuove e interessanti direzioni sapranno intraprendere.

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