Tom Odell – A Wonderful Life
Recensione del disco “A Wonderful Life” (Urok/Virgin Music Group, 2025) di Tom Odell. A cura di Chiara Crisci.
Sono sempre stata convinta che un cantautore, per arrivare alla gente, dovesse raccontarsi senza mezze misure, senza riserve. Poche cose hanno la forza della verità. “Bellezza è verità, verità è bellezza”. In questa lapidaria sentenza John Keats riusciva a condensare perfettamente il senso dell’universalità del bello estetico e metafisico di un’opera d’arte classica. Le canzoni più belle raccontano sprazzi di quotidianità, la storia nuda e preziosa fatta di piccole cose di qualcun altro che ti attraversa, pur senza appartenerti, eppure ti ricorda qualcosa che hai provato anche tu e che diventa parte della tua storia.
Pare che dello stesso avviso sia anche Tom Odell. “Vivere, e scrivere onestamente, è ormai una parte profondamente importante della mia vita. E se ho un dovere, è solo quello di continuare a farlo.” Il cantautore inglese, con all’attivo ben sei album di inediti, nel pieno del fermento compositivo e della libertà artistica, rivitalizzati dall’indipendenza acquisita dopo l’abbandono, nel 2021, da parte della major, la Columbia records, che lo aveva lanciato nell’Olimpo dei prodigi musicali della sua generazione, oggi, fa piena professione di onestà e verità artistica. Con il suo ultimo disco, “A Wonderful Life”, egli riesca a tener fede al suo intento, arrivando come una carezza leggera che rinfranca dagli affanni e dal peso sul cuore.
Si tratta di una silloge luminosa di dieci composizioni, apparentemente extravagantes, che si susseguono senza soluzione di continuità, fotografando momenti, cristallizzando immagini, oggetti, istanti fulminei, frammenti di vita vissuta a pieno, ricordi che legano un passato edenico, quello dell’infanzia e dell’ingenua giovinezza, ad un presente complesso e incerto, oscuro e distopico. Con il suo andamento gnomico, in “A Wonderful Life”, registrato con approccio “live” in tre studi londinesi, con i musicisti che suonavano contemporaneamente, creando un tessuto sonoro in cui gli strumenti si contaminano, conferendo al risultato immediatezza espressiva e autenticità, si instaura un continuo scambio dialettico dell’io con l’altro, inducendo a ricercare conforto nella bellezza del mondo, seppur caotico, e nell’intricata trama della vita stessa.
Ad apertura in grande stile del disco, è posto il primo singolo estratto: Don’t Let Me Go è una ballad struggente e malinconica dalla melodia eterea che ricorda quasi un valzer, sorretta dal piano e dalla voce intensa e profonda di Tom. Le parole stillano tenerezza e inquietudine per un amore nato molto in fretta, tra due cuori malati in un mondo che sembra volgere all’apocalisse: unico rimedio alla paura, mentre tutto crolla intorno, è appoggiare la testa nelle mani dell’altro e ascoltare leggere le poesie che ha scritto. L’atmosfera onirica e rarefatta è riprodotta dal videoclip minimalista, diretto da Alex Leggatt, ispirato ad artisti concettuali degli anni ‘70, come Doug Wheeler e James Turrell: la band è immersa in un’enorme scatola vuota che emula “una sorta di abisso, un vuoto, un purgatorio” – racconta Tom – che dialoga con il mondo esteriore; la fotografia gioca con luci fredde che accentuano l’intimità e la fragilità emotiva del brano, mentre sulla scena si alternano fotogrammi rapidi di una storia frammentata a sfocati ritratti con effetti di messa a fuoco e non sulla figura di Odell. La medesima estetica accompagna tutto il progetto grafico dell’album, a partire dalla copertina.
Con un colpo di tosse, si apre Don’t Cry, Put Your Head on My Shoulder, sussurrata all’orecchio di chi sta cercando conforto sull’orlo dell’abisso come una ninna nanna apotropaica per stornare i dolori. In una dichiarazione empatica di cura e vicinanza, giunge come un abbraccio sicuro a ribadire l’invito a non “lasciarsi andare”; il videoclip, ancora diretto da Alex Leggatt, prosegue con gli scenari freddi e asettici che esaltano un’unica sequenza cinematografica di intimità silenziosa che vede coinvolta anche Georgina Odell, moglie dell’artista, appoggiata alla sua spalla, durante il metaforico viaggio della vita.
Pizzicata delicatamente sulla chitarra, con filo di voce, Prayer è una carezza gentile dell’io lirico del presente al quello del passato (“Oh, my boy”). Si tratta di un brano quasi metapoetico che evoca immagini dell’infanzia perduta e della spontanea propensione alla composizione musicale in tenera età, in cui il cantautore parla a sé stesso, rassicurando e invitando a riconnettersi con l’innocenza e la purezza originaria.
Ad un certo punto, le inaspettate percussioni terminali di Prayer fanno da trait d’union con il brano successivo, Can We Just Go Home Now, che con la sua ritmica incalzante e un assolo di chitarra grintoso, stravolge il registro con un grido deciso e possente di esortazione a ritrovare un rifugio, una casa. Tutte le sfumature della vocalità dell’artista si esprimono qui con tutta la loro possente intensità.
Il piano torna a dominare in Why Do I Always Want The Things I Can’t Have e una voce quasi tremante (fino al crescendo accompagnato da cori) torna a risuonare di vulnerabilità, scivolando con quieta lentezza sulla tristezza generata dall’inesausto desiderio frustrato di ottenere ciò che più si desidera, sull’insoddisfazione esistenziale legata alla continua ricerca di ciò che sembra sempre sfuggire, come l’amore, come la serenità. Eppure c’è sempre un posto segreto in cui trovare riparo dalle turbolenze (“I know this little place / That we could go relax / Walk and run our fingers through the tips of the tall grass”).
A metà album ci accoglie la title track, dall’arrangiamento retto dal pianoforte che suggerisce un crescendo di malinconia nella riflessione introspettiva, contemplativa e universalistica, sull’intrinseca bellezza della vita, nella sua pur difficile verità, anche nei suoi momenti più bui, anche nei rimpianti. La voce si carica di energia intensa e vibrante sincerità.
Ugly, ultimo singolo estratto, tocca inaspettatamente la tematica della dismorfia corporea con un disarmante lirismo e diretta concretezza: “I’m standing in the mirror / I wanna change my skin / Wish that I was taller / Wish that I was thin”. In generale, l’intero lavoro è attraversato da spiccata sensibilità per tematiche di salute mentale, dipendenze (qui e lì troviamo citate pillole, alcool, sigarette), solitudine, paura, insicurezze e l’alienazione digitale dell’uomo contemporaneo (spesso si fa riferimento agli schermi che ci distraggono dalla vita vera), a cui fanno da controcanto sempre accettazione e speranza.
Dopo Strange House, un’ulteriore ballata pianistica colma di trasporto sulla necessità di ritagliarsi uno spazio interiore, si giunge a chiedersi Can Old Lovers Ever Be Friends? Ritrovarsi come sconosciuti all’angolo di un bar, dopo essere stati innamorati, quali conseguenze potrà avere? Tom non sa darci una risposta certa. La riflessione sulla possibilità di trasformare un rapporto, dopo la fine di un amore finito, si carica di immagini evocative riemergenti dalla memoria: un sorriso, uno sguardo, un nome che, a pronunciarlo o sentirlo, faceva male fino a poco tempo fa.
L’album si conclude significativamente con The End of Suffering. Tom ha spiegato di concepire la scrittura come un modo per curare le proprie ferite e, con questo pezzo, disinfetta anche quelle dell’ascoltatore con la premura e la delicatezza di una pioggia sottile che lava via ogni dolore. Vulnerabilità e consapevolezza di mescolano in una chiusa dolceamara, ma con una promessa di sollievo interiore. Sembra strano, ma in The End of Suffering sento l’ululato del vento, lo stesso che, tanto tempo fa, ho sentito in Another Love (2013), che in anni recenti ha avuto nuova vita tra i video virali dei social media.
“A Wonderful Life” racconta la verità anche più impoetica del reale e la corporeità delle sensazioni, aprendo una nuova fase esistenziale e artistica per Tom Odell, ma confermando il suo talento maturo e cristallino fin dall’esordio. Per me, questo disco giunge come quella carezza soave di cui avevo più bisogno.




