Treno delle ore 06:51. Giornata di Marzo piovoso. Prendi posto vicino al finestrino nel vagone vuoto. Cuffie pronte e premi “play”, mentre ti perdi, osservando le gocce scivolare sul vetro, e il treno accelera. “Rushmere” dei Mumford & Sons è un ottimo compagno di viaggio nelle mattine di corsa a lavoro o a scuola o ovunque tu vada. Ti trasporta in uno scenario da film in bianco e nero, malinconico al punto giusto, vagamente retrò come la copertina del disco che ritrae la band circondata da una folla sfocata e un cane in primo piano.
Fin dalle prime note, pensi che sette anni siano stati un’attesa troppo lunga senza nuova musica dei Mumford & Sons, anche avendo ingannato il tempo ascoltando i loro iconici primi album. “Sono passati sette anni dal nostro ultimo album, e non vediamo l’ora di condividere la nostra nuova musica con il pubblico” ha detto Marcus Mumford presentando il quinto album in studio. “Non avevamo fretta, abbiamo aspettato che fosse la musica giusta“.
L’esito di questa attesa e di questo silenzio musicale sono dieci inediti che inaugurano da una nuova fase creativa per la band, diventata un trio, dopo l’uscita dalla formazione di Winston Marshall nel 2021 per divergenze politiche. I tre attuali membri Marcus Mumford, Ben Lovett e Ted Dwane si sono affidati alla sapiente collaborazione di Dave Cobb per inseguire il sound che volevano (“Ci siamo ritrovati in studio nel gennaio 2023 con il produttore Dave Cobb” ha detto Marcus Mumford) e hanno impiegato due anni di lavoro per ricostruirsi e ritrovarsi, dopo lo sperimentale e discusso “Delta” del 2018, con un ritorno alle atmosfere delle origini.
La title track esemplifica perfettamente lo stile verso il quale la band ha virato nel corso della sua carriera, un mix attualizzato di folk e pop rock contemporaneo, con protagonismo di chitarre e banjo, su un testo intenso e introspettivo che evoca nostalgia per un passato di autenticità, semplicità e libertà espressiva (“Don’t you miss the breathlessness, the wildness in the eye?”), per un luogo reale o trasfigurato nel ricordo, in cui i cuori irrequieti trovano rifugio (“Rushmere, restless hearts in the end”). Rushmere è, infatti, il nome di un piccolo lago, un luogo fisico ed emotivo, che si trova in mezzo ad un parco a sud di Londra, tra i quartieri residenziali di Wimbledon e Putney, dove Marcus Mumford e Ben Lovett, compagni di scuola al rinomato “King’s College School”, si incontravano, dopo le lezioni, per suonare insieme. Da qui era partita la loro storia, da qui riparte l’avventura di un nuovo lavoro discografico insieme. Nell’età della maturità e delle illusioni perdute, della consapevolezza della fugacitá del tempo e dell’accettazione del dolore, perduta l’incosciente giovinezza degli anni degli incontri al laghetto di Rushmere, il refrain “light me up, I’m wasted in the dark” rappresenta un desiderio di luce che dissolva l’oscurità e il torpore della vita. Il videoclip che ha accompagnato la promozione del singolo vede ritratti i fan e la loro estasiata eccitazione scaturita al primo ascolto della traccia.
Malibù, primo brano venuto alla luce (“E la prima canzone che abbiamo scritto è il primo pezzo dell’album, Malibu“) e apripista, è una ballad accorata da brividi che mette a nudo dubbi, fragilità e paura di fronte all’amore che promette e che attende, che protegge e pacifica all’ombra delle sue ali (“And I’ll find peace beneath the shadow of your wings”).
Seguono altre tracce a tema amoroso che sviscerano le difficoltà delle relazioni: Caroline canta un amore al termine del suo corso che forse rinnegherà se stesso (“Will you deny our love again?”), dopo che i sogni coltivati in comune saranno andati in frantumi (“For years we′ve secretly been dreaming / But thе words you write have lost all of their mеaning”) e ciascuno avrà preso la sua strada (“Caroline, You can go your own way”); la quasi misticheggiante Monochrome parla di una ragazza-giacinto, sotto le cui radici, nella terra, risiedono vita e pace che la voce narrante, spaesata e spaventata, ricerca con avidità (“Hyacinth girl / You are peace / Thеre is life in the ground bеneath your feet / Restoration”); Anchor si scusa per gli errori e le mancanze del passato e evoca il bisogno di stabilità e di un porto sicuro con l’immagine dell’ancora.
Truth e Where It Belongs affrontano temi intimi e più universali legati alla perdita, alle incertezze, alla necessità di ritrovare punti fermi e di verità. Resa e sconfitta sono al centro di Surrender, brano che si apre dimesso ed esplode di intensità nel mezzo, alla maniera più tipica della band, in una richiesta di aiuto e di una promessa di eternità (“Break me down and put me back together / I surrender, I surrender now / And hold me in the promise of forever”). Di promesse e verità risuona anche l’unico featuring dell’album, con la cantautrice americana Madison Cunningham, in Blood On The Page, che con un dialogo serrato a due voci sprofonda nei meandri più oscuri dell’individualità e delle relazioni.
A chiudere il viaggio sonoro fino alla stazione di Napoli Centrale giungono le chitarre di Carry on che dalle consapevolezze amare sulla vita e sull’amore a cui la voce narrante è approdata cerca di trarre ancora luce, oltre l’oscurità, e un barlume di speranza (“If this is what it’s like to be empty again / If this is what it’s like to be adrift / I will take this darkness over any light you cast”).
“Rushmere” è una ricerca intimista di identità passata e futura, individuale e corale, dopo un periodo di crisi profonda, che tenta di ricreare in maniera forse troppo pedissequa la magia e l’ingenua onestà dei primi gloriosi dischi, amati dagli estimatori della band, senza riuscire a pieno nell’intento, che restituisce un lacrimevole rimpianto per qualcosa che non può più essere, di un tempo, quello dei giorni sul laghetto londinese di Rushmere, che non tornerà più.