Curtis Harding – Departures & Arrivals: Adventures of Captain Curt

Recensione del disco “Departures & Arrivals: Adventures of Captain Curt” (ANTI-, 2025) di Curtis Harding. A cura di Giovanni Davoli.

Curtis Harding è un quarantaseienne adepto del soul vecchio stampo  e provvisto di fervide immaginazione e creatività. Per il suo quarto album, ricorre ad una metafora fantascientifica (come mette in chiaro fin dalla copertina) per riflettere sui disagi del trovarsi lontani da casa e dai propri cari. Così, le angustie del peregrinare solitario in tour si trasformano nelle “Adventures of Captain Curt”.

L’album è autoprodotto e registrato dal vivo in studio con la band: “Adoro il processo di costruire mondi in studio, facendo quel che voglio nel momento e sperimentando con suoni nuovi invece di riprovare la stessa cosa più volte”. Il risultato è forse il miglior disco della sua carriera finora. Un disco sempre radicato nel soul classico, ma con un carattere più forte che mai e che finisce per creare un suono unico. I testi volano più alti che nelle precedenti occasioni. I tanti archi che si sovrappongono a chitarra, tastiere, basso e batteria, regalano profondità. 

Curtis Harding con “Departures & Arrivals: Adventures of Captain Curt”  ha trovato il suo marchio di fabbrica unico. A tratti, sembra perdersi il contatto con il soul e non si sa se siamo in ambito psych-rock, o semplicemente “pop lascivo”. Non importa. Harding  riesce in quello che a Michael Kiwanuka non riesce più, almeno non nel suo ultimo disco: suonare un soul moderno che non rinunci all’intensità tipica di questa musica, mentre provvede anche a stimolare la mente, oltre che il corpo, grazie a un sound a strati eppure immediato. Il funk e la dance fanno le loro apparizioni lungo le undici tracce e suonano retrò come è giusto che sia. Ma allo stesso tempo, la spontaneità di questa musica, non impedisce anche un viaggio che l’autore vorrebbe fosse “spaziale”: “ho cominciato a visualizzare questo personaggio che fa un viaggio e si perde nello spazio, poi finisce navigando attraverso differenti galassie e dimensioni mentre cerca di ritrovare la strada per casa”. Ma alla fine, il suo è in realtà soprattutto un viaggio emotivo: “spero che queste canzoni aiutino le persone a riconoscere che sentirsi persi è parte del viaggio e che il viaggio è la cosa più importante alla fine. E quando ti rendi conto di ciò, sei sulla strada giusta. Sei già sulla strada per casa”. 

Ora, se essere sulla strada per casa vuole dire che ti viene prima voglia di sentire il vento in poppa e abbandonarti al viaggio (There She Goes), poi voglia di cantare (Out In the Black) e poidi sognare a occhi aperti (Time) e quindi voglia di ballare (The Power fa pensare ai Bee Gees) e infine voglia di fare l’amore (True Love Can’t Be Blind) per dopo restare sul divano abbracciati (The Winter Soldier), allora lasciate che il “comandante Curt” vi ci porti a casa. Dopo essersi persi inutilmente per differenti galassie e dimensioni, abbandonarsi al suo soul può fare questo effetto che ricompensa il cuore, con una sensazione di casa alla fine di un lungo viaggio.

Post Simili