The Bravo Maestros – Keep It Simple, Stupid!

Recensione del disco “Keep It Simple, Stupid!” (Vina Records, 2025) dei The Bravo Maestros. A cura di Sergio Bedessi.

Keep It Simple, Stupid!”, l’album di esordio del trio pop The Bravo Maestros, pubblicato a marzo 2025 da Vina Records, dimostra che è ancora possibile fare musica di qualità senza ricorrere a troppi artifici ed elaborazioni.

Questo in un momento storico della produzione musicale nel quale l’editing ha subito un’espansione esagerata rispetto alle altre fasi del processo di produzione, non solo per la disponibilità di DAW con funzioni avanzatissime, ma più che per altro per la mania di perfezione richiesta dagli stessi artisti e dai produttori musicali che ritengono che tecnicamente perfetto equivalga necessariamente a bello.

The Bravo Maestros dimostrano che è possibile regalare all’ascoltatore musica genuina, pezzi energici, orecchiabili, di impatto e piacevoli, con un risultato che non è dovuto all’elaborazione spinta in fase di editing, ma alla loro qualità di artisti appartenenti al vero cantautorato e alla ricerca di un proprio stile.

Trio pop nato in Italia nel 2024, il gruppo è formato da Matteo Buranello (voce e basso), Davide Diomede (chitarra), Luca Buranello (batteria) e sviluppa un sound che deriva da un mix abbastanza insolito, spaziando fra riferimenti temporali abbastanza ampi.

In “Keep It Simple, Stupid!” si apprezzano le influenze di vari generi, dalla musica beat a quella psichedelica, dal garage rock all’indie, con pezzi che mantengono sempre una loro coerenza grazie all’energia che sviluppano e all’essere immediatamente orecchiabili.

Al primissimo ascolto The Bravo Maestros richiamano alla mente The Beatles, un’influenza nettamente percepibile in alcuni pezzi mentre altri brani sono impregnati di vari periodi e stili musicali, dagli anni sessanta agli anni novanta, così come i duemila. Anche se la band può definirsi pop sono evidentissime le influenze rock’n‘ roll e dintorni, che pervadono un po’ tutto l’album e che conferiscono allo stesso una musicalità spensierata e diretta che lo rendono piacevole.

Una musica la cui qualità maggiore è quella di essere sincera, a partire dalla voce che talvolta può sembrare sgraziata e che in realtà è semplicemente genuina e non artefatta: non il risultato di sapienti manipolazioni di editing, bensì caratteristica di riconoscibilità.

Si passa da pezzi come Out of the Game, molto “americana”, ballade country rock, a Lost, molto più elaborato dal punto di vista armonico, con le variazioni di modi negli accordi che dopo i passaggi maggiore, minore, diminuito scendono di tono creando un’atmosfera che ben si accompagna all’argomento, che è poi quello dell’amore. Richiami sonori alla giungla con un tempo di twist che percorre a gran velocità tutto il pezzo per Jungle Jingle, simpatico, piacevole e dinamico.

Sempre di amore si parla in The Love Conspiracy, che parla all’ascoltatore della difficile ricerca dell’anima affine, ben diverso da When the Black Night Falls che ricorda un po’ i brani e la spensieratezza di American Graffiti. Ritmo ossessionante per Haunted House, con un lo-fi ben presente fin dall’inizio, ottimo prodromo per Pest, brano più rock che pop.Un riferimento forse troppo esplicito al famoso pezzo dei The Beatles “Lucy in the Sky with Diamonds” l’ottavo pezzo, Lucy Sin Diamantes, sicuramente un pop brillante quanto allegro e trascinante, con interessanti interludi della chitarra che inframezzano la voce e gli stop della batteria.

Chi cerca musica reale, sincera, genuina e di impatto sonoro apprezzerà sicuramente l’album.

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