Lifeguard – Ripped and Torn
Recensione del disco “Ripped and Torn” (Matador Records, 2025) dei Lifeguard. A cura di Fabio Gallato.
Ascoltare “Ripped and Torn” dei Lifeguard è come sfogliare un archivio sonoro in disordine, in cui tutto sembra accastonato alla rinfusa, secondo gli umori del giorno. L’album di debutto della band di Chicago (e dove sennò?), a compendio del buon EP “Dressed in Trenches“, mette insieme elementi di post-punk, noise e post-hardcore con un approccio che non vuole spiegare troppo, ma piuttosto restituire sensazioni grezze, sbilenche, abrasive.
È vero, il post-punk oggi è ovunque, soprattutto tra le nuove leve inglesi, ormai diventate un canone riconoscibile. I Lifeguard lo usano come base per allargare il campo: i Fugazi restano una presenza forte, con quella tensione che non dà tregua, ma affiorano anche frammenti più rumorosi – Wire, Gang of Four, Mission of Burma, PIL – che sporcano ulteriormente l’impronta sonora e la rendono più nervosa. La produzione di Randy Randall (No Age) accentua tutto questo: il risultato è ruvido, spesso sfocato, quasi fosse registrato in presa diretta senza troppi aggiustamenti. Non ha un timbro pienamente retrò – rischio in cui chi fa questa musica inciampa spesso – ma non si lega neppure a un presente preciso. Resta sospeso, in un intrico di detti e non detti che ne alimenta il fascino, ma anche il senso di incompiuto.
Esce per Matador Records, etichetta che negli ultimi anni si è affermata come vero e proprio talent scout, portando a casa alcune delle band più interessanti (o quantomeno chiacchierate) di questa nuova ondata – bar italia, Horsegirl… È un modus operandi che ha dato risultati notevoli, ma che a volte rischia di appiattire l’estetica più di quanto sembri, come se esistesse un modo “giusto” di muoversi fuori asse.
“Ripped and Torn” ha insomma la forma incerta di qualcosa che si sta ancora definendo. Una raccolta di idee, più che una sintesi. A tratti sembra un tributo, a tratti un moto d’urgenza. Oggi i Lifeguard non dettano ancora una linea, ma nella tensione che li attraversa si intravede lo spazio per qualcosa che potrebbe accadere. Domani, magari.




