Nation of Language – Dance Called Memory
Recensione del disco “Dance Called Memory” (Sub Pop, 2025) dei Nation of Language. A cura di Eros Iachettini.
Negli ultimi anni i Nation of Language sono stati da molti identificati come una delle nuove realtà più interessanti della musica elettropop alternativa. Nati dall’unione artistica di Ian Richard Devaney e Aidan Noell, i quali suonavano insieme nei The Static Jacks, iniziano a pubblicare musica dal 2016, esordendo a livello discografico con “Introduction, Presence” (2020) e stupendo fin da subito da come la giovane band stava reimpastando il synth pop degli anni Ottanta in chiave moderna.
La voce assai magnetica di Devaney e l’uso dei synth elettronici creano una solida riconoscibilità alla band, che viene apprezzata a livello internazionale soprattutto con il debutto e successivamente con “A Way Forward” (2021), a cui segue anche l’ingresso nella band del bassista Alex MacKay. Qui sperimentano con le musiche kraftwerkiane fino ad abbracciare un pop più drammatico nel seguito “Strange Disciples”, che dimostra più un affetto verso autori come Brian Eno. Il trio è talmente attivo nella produzione musicale che arriva alla quarta uscita discografica nel giro di pochi anni.
Uscito il 19 settembre 2025 tramite la storica etichetta di Seattle Sub Pop Records, “Dance Called Memory” segna l’emigrazione discografica negli States e viene prodotto ancora da Nick Millhiser (il quale ha seguito produzioni anche per gli LCD Soundsystem), loro collega ormai da qualche anno. Il titolo si ispira a una delle tante opere artistiche visionate durante la stesura del disco, ossia un libro di poesie della letterata Anne Carson, che Noell stava leggendo e che insieme a Devaney diventa l’emblema per la nuova produzione. Le dieci tracce, che totalizzano un tempo di neanche quaranta minuti, mostrano una produzione molto ricercata: i Nation of Language sembrano un unico funzionale organismo, il disco risuona con sensibilità e morbidezza; piuttosto che la ricerca tecnica, è l’integrità e il sentimento delle canzoni a essere la parte principale del quarto album dei NoL.
L’album concentra le liriche all’interno di tematiche profonde e indissolubilmente legate alla percezione dell’autore, un grado di introspezione e riflessione che deriva da un periodo complesso nella vita di Devaney: “Can’t Face Another One” realizza il disagio delle aspettative e della vita quotidiana; Silhouette cerca di rievocare un sé passato (“Once again / Well I can try / To do impressions of myself / From before it went wrong”); Now That You’re Gone è una dedica al padrino di Devaney, recentemente morto. La lotta intestina, verso sé stessi e i propri ricordi, può anche diventare estrema, fino al conflitto più totale: qui si trovano l’impostore di Inept Apollo (“So, I said that I won’t come over / Turn me, turn away / Just an inept Apollo / And you’re so far away from me”) e i pensieri intrusivi di In Your Head, con in mezzo ai due brani un’Under the Water che sembra davvero essere cantata sott’acqua. La finale Nights of Weight sembra proprio simboleggiare la notte come metafora del riposo, laddove questa non è tranquilla, continua a disseminare piccoli demoni nella mente dell’autore, ma senz’altro può donargli un sospiro, un attimo di tregua da un disco emotivamente sfidante.
L’approccio post-punk e minimal wave che investe i nuovi brani amplia il setting solitamente ristretto del trio, vede come protagonisti arrangiamenti e melodie, la chitarra torna in auge: in brani come In Another Life, I’m Not Ready for The Change, Now That You’re Gone e la finale Nights of Weight, questa è fondamentale nella struttura ritmica delle singole tracce. Il basso accompagna di mestiere tutte le linee, in alcune più spiccatamente (I’m Not Ready for The Change, Can You Reach Me?), ma è la componente elettronica dei synth a far emergere la creatività del gruppo: in studio si mescolano tantissimi sintetizzatori, si sperimenta producendo sia linee più classiche (la dritta Under The Water e il radio single Inept Apollo) sia componimenti abbastanza ricchi (Can’t Face Another One, In Another Life). Assieme a questi, le batterie elettroniche suonate da Aidan Noell sono a volte più schiacciate (In Another Life) a volte più vintage (Silhouette, Inept Apollo), ma si adattano perfettamente alla tipologia dei brani.
“Dance Called Memory” partecipa attivamente allo scenario che i Nation of Language hanno dipinto musicalmente negli anni, è un disco che balla su uno spettro emozionale complesso: esso emerge dall’oscurità dei suoi temi e delle sue musiche, sconfinando nella sensibilità dell’ascoltatore e confermando un gusto e una modalità di produrre musica che ha già contraddistinto il trio americano.




