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Interviste

La nuda prosodia: intervista ai Širom

Da sinistra: Ana Kravanja, Iztok Koren, Samo Kutin
Foto di Uros Abram

Mesi fa, per puro caso, mi imbattei nella locandina di un concerto assolutamente prelibato. La sera del dieci di aprile, dopo un lungo tragitto in macchina, raggiungemmo il cuore dell’Emilia. A Bologna pioveva a dirotto – non che sia poi un grosso problema nella città dei portici, se non ti infastidisce troppo sgusciare attraverso macchie di persone riversate in disordine sotto ai corridoi asciutti che circondano la strada.

Dopo aver smanettato a lungo con la tessera AICS, ci accomodiamo in prima fila. Il palco è meraviglioso, addobbato di legni e cordofoni di vario tipo, alcuni fatti a mano da loro, altri provenienti da chissà dove. Al centro una gran cassa coperta di pelle impelata. Una ghironda con due tamburi sulla sinistra, accanto a tre piatti e uno xilofono tubolare. Tre balafon sparsi per terra. Sulla destra due violini e un altro strumento a corde con relativo archetto, probabilmente di loro fattura, assieme a un bodhran e a un’ocarina. Sul retro una sorta di contrabbasso paleolitico (il guembri nordafricano) e un banjo. Qualche pentola di ceramica qui e lì, un tubo di plastica arancione, delle molle che sporgono. Due sedie ai lati.
I tre salgono sul palco e l’ottantina di persone sedute nel locale si paralizza. Non vola una mosca. Tutti sentono di non dover disturbare il rituale che sta per svolgersi.

Iztok imbraccia il contrabbasso paleolitico, Ana il bodhran e Samo la ghironda. I successivi venti minuti di Wilted Superstition Engaged in Copulation sono materiale da cui non ci si libera facilmente. Atti da metabolizzare molto lentamente. Samo scaglia un pugno di chicchi di granturco a terra. Poi un altro. Suona cembali fulminei. Un chicco mi colpisce sullo zigomo sinistro, appena al di sotto dell’occhio. Sono sopraffatto dalla meraviglia, è quasi insostenibile. Vergognoso come anche il bis sia un capolavoro. Un applauso interminabile. Tutti i presenti intendono di aver appena assistito a un fenomeno raro e miracoloso.
Si ha l’impressione che quei tre abbiano scovato la via più essenziale per accedere all’estasi. Una volta spogliata l’opera dei suoi ornamenti mercificatori, rimane la sua pura prosodia.

Bentrovati. Nell’ultimo periodo siete tornati a girare l’Europa, suonando, tra le altre cose, alla Paris Fashion Week. Com’è stato?

Ana: Fantastico! Ci hanno dato questi splendidi vestiti che erano davvero comodi…È stata un’esperienza speciale. Era un altro mondo…
Iztok: Già, a me ha stupito vedere il livello di perfezionismo e la grandiosità dell’evento. Ci abbiamo messo otto mesi a preparare tutto. Otto mesi per un concerto di cinquanta minuti.
Ana: Quindici!
Iztok: Uno cinque, sì, non cinquanta. Gli organizzatori avevano prenotato questa sala per una settimana e allestito il palco, con il podio, lo sfondo e quant’altro. È accaduto tutto così in fretta… Una volta finito l’evento, tempo un’ora e il posto era completamente vuoto. Ci hanno detto: “Ok, ora è finita”. E poi ci hanno spiegato che avrebbero avuto ventiquattr’ore di fuoco e che avrebbero dovuto dedicarsi ai media eccetera… E adesso è tutto passato, come s’addice al mondo della moda. Un istante tutto è novità e il giorno dopo è già roba vecchia. È stato tutto velocissimo!
Ana:
È bello vedere che supportano i musicisti. Si affidano a dei gruppi in carne e ossa per la musica dal vivo piuttosto che usare delle basi registrate.
Samo: Già, e usano materiali riciclati (o almeno li hanno usati per la nostra esibizione), cosa alquanto inusuale a mio parere. Non ne so nulla di moda, ma quel mondo mi è sempre parso diverso da come lo abbiamo trovato, mi aspettavo più qualcosa di snob dove scialacquare un sacco di soldi (e sicuramente questo evento sarà costato molto). E poi è qualcosa che non si adatta a un pubblico vasto. È stata un’esperienza radicalmente opposta rispetto a ogni altra che abbiamo vissuto, ma al contempo è stato molto interessante vedere qualcosa di così diverso dal nostro modo di vivere.

In meno di un decennio, con quattro dischi a nome Širom e molti altri con progetti diversi, pare abbiate esplorato tutti i recessi ancestrali d’Europa. A volte è difficile capire se apparteniate a un lontano passato o a un lontano futuro o a entrambi. Come nascono i vostri progetti? E da dove proviene il nome Širom ?

Samo: Širom è un termine arcaico che alla lettera significa ‘vasto’, ‘aperto’. Non è molto in voga oggi. Di solito si trova in frasi come ‘occhi spalancati’ o ‘in lungo e in largo’. Per quanto riguarda la musica, nonostante ovviamente noi ascoltiamo molti tipi di musica, non ci siamo mai prefissati di fare un genere specifico. Naturalmente all’inizio sapevamo di voler lavorare prevalentemente con strumenti acustici e di voler fare musica più orientata verso il drone e la trance, ma dopo poco tempo la musica ha iniziato ad andarsene per conto suo, noi l’abbiamo solamente seguita. Oggi ci inseriscono in tutte queste categorie di generi, che va bene, ma non ci piace essere rinchiusi in una scatola.
Iztok: Proprio così. Noi seguiamo più che altro l’intuito, non pianifichiamo granché. È più una collaborazione spontanea.
Samo: Ciascuno di noi apporta qualcosa, inconsapevolmente. Le diverse regioni della Slovenia da cui veniamo giocano senz’altro un ruolo, ma sempre inconsciamente. All’inizio parlavamo molto di più di che tipo di musica stavamo facendo, ma dopo un po’ abbiamo capito che era meglio non parlarne e suonare e basta. Non serve parlarne.

Salta subito all’occhio la mole di strumenti che usate, tanto che pare di ascoltare un’orchestra intera anziché un trio. Adoperate anche molti strumenti originali, fatti a mano. Come li realizzate?

Samo: Collezioniamo tanti strumenti, alcuni fatti da noi, mentre altri sono strumenti tradizionali da varie parti del mondo che abbiamo rimediato viaggiando o ordinandoli da qualche parte. Ricerchiamo diversi tipi di suono, anche se gli strumenti che costruiamo noi spesso somigliano a strumenti già esistenti. Sicuramente quando te li costruisci da solo, soprattutto dato che noi non siamo liutai professionisti, esce sempre fuori qualcosa di imprevisto che li rende speciali.

Al vostro concerto ho riconosciuto, tra gli altri, il guembri africano, il bodhran irlandese e la ghironda, ovvero gli strumenti che suonate su “Wilted Superstition Engaged in Copulation“. Una commistione unica. E a proposito del vostro ultimo lavoro, “The Liquefied Throne of Simplicity“: il disco ha ricevuto numerosi elogi ed è già considerato una perla della vostra discografia. Com’è stato il processo creativo?

Iztok: Ci abbiamo lavorato durante il lockdown, nel periodo del Covid, quindi l’impossibilità di suonare e incontrarsi è sicuramente stata un fattore determinante. Quando abbiamo iniziato a lavorare con la Glitterbeat Records, quindi col secondo disco [‘I Can Be a Clay Snapper’, 2017, NdR] e col terzo [‘A Universe That Roasts Blossoms for a Horse’, 2019, NdR], dovevamo tenere in conto il formato standard del vinile, ossia quarantacinque minuti, venti per lato, essendo il vinile il loro prodotto principale. Invece per questo ultimo disco ci hanno detto: fate quello che vi pare a prescindere dal formato, male che vada faremo due vinili, un CD o altro. Questo ci ha dato modo di aprirci e di seguire ancora di più la musica. E poi ogni disco che facciamo riflette in un modo o nell’altro alcuni aspetti delle nostre vite private. La magia di questa collaborazione ha avuto inizio col primo disco [‘I.’, 2016, NdR], ma si è rafforzata con anni di viaggi e concerti. È un qualcosa che si avverte su questo ultimo disco.

L’ultima volta che abbiamo parlato, qualche mese fa, Iztok aveva accennato a del materiale in fase di sviluppo. Come sta andando?

Samo: Benissimo! Ce la stiamo prendendo comoda, ma non troppo. In questi ultimi anni non avevamo fretta e quindi ce la siamo presa davvero molto con calma. Ma adesso ci sembra un ottimo momento per portare a termine il nuovo materiale. Prendersi una pausa è essenziale perché ti fa sentire più fresco quando ti rimetti a lavoro. Fa bene allontanarsi per un po’ ogni tanto e poi ritornare sul materiale con occhi nuovi. È successo con le cose che abbiamo scritto sei mesi fa. Se potessimo scegliere, sarebbe ideale per noi scrivere un disco nuovo e poi suonarlo per un paio d’anni prima di registrarlo e pubblicarlo, ma si sa che non è possibile, dato che senza disco non trovi date e quant’altro. Eppure farebbe molto bene al materiale, perché lascerebbe spazio alla musica di svilupparsi, attraverso vari concerti. Se la lasci riposare un po’ e poi torni a suonarla, è tutta un’altra cosa che pubblicare tutto subito. Staremo a vedere! In passato dovevamo sempre sbrigarci per pubblicare un disco ogni due anni, ma adesso non è più così, e credo che sia un bene.
Iztok: Già, all’inizio ci chiedevano di pubblicare ogni due anni. Non la sentivamo come una forzatura perché corrispondeva all’incirca alla nostra fase naturale di scrittura, ma a questo giro avevamo bisogno di più tempo. L’etichetta non aveva fretta, dato che nel frattempo siamo diventati un gruppo abbastanza affermato. Abbiamo tempo per il prossimo disco, ma è bene non riposarsi troppo a lungo. Concordo con Samo, è giunto il momento di finire il materiale nuovo.

Foto: Michele Faliani

Una curiosità personale: è una coincidenza che mettiate sempre cinque pezzi sui vostri dischi?

Ana: Sì, è una coincidenza.
Samo: Ma non sempre. Sempre?
Iztok: Sì, sempre!
Samo: Davvero? Cinque pezzi?
Iztok: Sì, e ce n’è sempre uno più corto che non suoniamo mai! E non suoniamo mai il pezzo che mettiamo nei video! Però sì, sono tutte coincidenze.

Aggiunge uno strato ulteriore di misticismo! Accresce la vostra aura di mistero.

Iztok: È un mistero anche per noi!
Ana: Non lo sapevamo neanche noi!
Samo: Infatti, non lo avevo notato nemmeno io. Ma, di nuovo, ha a che fare col formato del vinile. Non che sia molto correlato, però, in fin dei conti, se hai solo due pezzi è impossibile metterli su un doppio vinile.

C’è qualcosa in particolare che desiderereste fare e che ancora non avete avuto modo di realizzare?

Samo:
Me lo auguro! Dopotutto, ogni nuovo pezzo è qualcosa di diverso per noi. Ma non ti dirò cosa c’è di diverso in quelli di adesso!

Comprensibile, dopotutto gli artisti non devono rivelarsi troppo. E già che ci siamo: tutti e tre siete molto prolifici anche al di fuori del progetto Širom, con dischi solisti e gruppi come Kačis e Hexenbrutal. A cosa state lavorando individualmente al momento? E quali sono i prossimi progetti?

Ana: Quest’anno abbiamo pubblicato tre dischi solisti. C’è questo nostro amico che ha questo progetto, ‘Spaces’, che registra in posti diversi, solitamente all’aperto. Sei tu a scegliere il luogo dove preferisci registrare il tuo ‘Spaces’. Quest’anno ognuno di noi ne ha fatto uno, ciascuno in un luogo diverso della Slovenia, per cui abbiamo suonato molto materiale solistico. E poi ognuno fa cosa diverse, con gruppi d’improvvisazione e non…
Samo: …E musiche per il cinema e per il teatro. Ne facciamo molte di cose!
Iztok: Dato che hai citato gli Hexenbrutal: l’anno prossimo, dopo ben dieci anni, dovremmo pubblicare un nuovo disco. Il gruppo è stato messo in pausa per un bel po’, ma adesso è risorto e pronto a vendicarsi con un disco brutale!

Non vedo l’ora di ascoltare tutto! Da come ne parlate sorge una riflessione spontanea: in un momento storico in cui le scene musicali vanno svanendo o si diluiscono sempre di più, il panorama artistico sloveno (almeno agli occhi di un italiano) pare prosperare. Bazzicando i locali di Lubiana si ha l’impressione che tutti gli artisti si conoscano e che si diano manforte. Tutte le persone che ho incontrato lì in ambito musicale parevano conoscere sia voi che i Laibach personalmente. Cosa ha di diverso la Slovenia dal resto d’Europa? O forse questa percezione è errata?

Samo: La Slovenia è un paese molto piccolo, per cui qui si conoscono tutti. Però concordo, la scena musicale è molto grande per un paese così piccolo. Non saprei, io personalmente ti posso dire che era ancora più grande prima. Quando abbiamo iniziato noi, c’erano ancora più locali e più gruppi. Era normale avere una band e suonare in giro per il paese. Sono cambiate molte cose. Va anche detto che ai tempi non c’erano tutti questi festival.
Iztok: Qui abbiamo Radio Študent, una radio indipendente. Ogni anno scelgono sei nuovi gruppi a cui offrono tournée in giro per la Slovenia. Questa è sicuramente una prassi importantissima, che esiste già da una ventina d’anni, e rappresenta la prima vera spinta per molti gruppi, che grazie ad essa hanno modo di svilupparsi e suonare di più. E poi c’è questo festival, il MENT, che è una sorta di trampolino di lancio, ma non in modo freddo e macchinale. Pagano regolarmente i musicisti e li aiutano a trovare promoter adatti. Per cui abbiamo questo sistema a livello istituzionale. Credo che Samo volesse dire che prima era tutto molto più fai-da-te, e che col tempo molte cose si sono istituzionalizzate, e immagino che potrebbe andare meglio, ma…non fraintendetemi, non intendo dire che il sistema istituzionale sia migliore di quello fai-da-te, sto dicendo che dovrebbe fare ancora di più e offrire ancora più supporto alle band indipendenti. Se come gruppo non hai conoscenze dirette, allora il sistema istituzionale è ottimo, è un po’ la base, il luogo dove può succedere qualcosa.
Samo: E molto spesso si tratta di poche persone che sono disposte a sobbarcarsi la gestione della scena per portarla avanti. Spesso bastano una o due persone che si occupano di seguire i gruppi, invitarli alle serate, gestire i soldi dei programmi culturali del ministero, e via dicendo, e basta questo per far fiorire una scena. A volte non servono neanche i soldi, basta solo qualcuno con una buona idea e che sia disposto a gestire il tutto per molto tempo, finché non ne esce qualcosa di grosso. In Slovenia, in alcune zone, questa cosa accade ancora.
Iztok: Oppure spesso accade che una buona sala prove si trasformi in un locale. All’inizio è una spazio dove vari gruppi si incontrano per suonare, poi diventa un luogo di incontro a cui prendono parte più persone, finché qualcuno non inizia a organizzarci dei concerti veri e propri. Per quello che ho visto io, nella mia regione ci sono da trent’anni questi due ottimi locali che hanno tra di loro una sana competizione ma anche molta collaborazione, e sono nati così: c’era un ragazzo molto bravo con le registrazioni fai-da-te, e un altro che aveva le idee giuste, ed è bastato questo. La gente ha iniziato a radunarsi attorno a queste due figure e ne è nata una scena musicale che ha continuato a crescere.

A sentirvi parlare viene voglia di trasferirsi in Slovenia. Peraltro anche noi abbiamo avuto modo di visitare la sede di Radio Študent e di collaborare con loro, e devo dire che è stata un’esperienza magnifica. Tutti lì dentro erano più che dediti all’impresa titanica di curare ed espandere il settore culturale. Sentite, piuttosto, il tempo scorre e non voglio trattenervi ancora a lungo, quindi vi farò solo un’ultima domanda: quali dischi state ascoltando in questo periodo?

Samo: C’è un disco in particolare che ho ripreso ad ascoltare di recente, anche se lo conosco da molti anni, ovvero Garden of Mirrors di Stephan Micus. È un compositore tedesco, se non sbaglio. Ha sovrainciso tutti gli strumenti, ma la musica non suona affatto artificiosa. Ci sono molti strumenti acustici da diversi paesi. Le composizioni sono folli, non ho mai capito come abbia fatto a fare cose del genere, con tutte queste voci che si muovono in modo strano. Se non lo conoscete, ve lo consiglio.
Iztok: L’ultimo disco dei The Necks [‘Travel’, 2023, NdR] non è per niente male. Anche l’ultimo dei Blood Incantation [‘Absolute Elsewhere’, 2024, NdR]è buono. Li conoscete? Fanno death metal. L’ultimo disco sembra una versione death metal dei Pink Floyd.
Ana: Io ascolto musica perlopiù in macchina, mentre guido. Ultimamente nella mia macchina c’è un sacco di silenzio, ma il CD che ho ascoltato di più in questi ultimi mesi è Magma dei Black Flower. Ho visto che pubblicheranno un nuovo disco a gennaio e non vedo l’ora di ascoltarlo.

Vi ringraziamo per il tempo dedicatoci e per tutta la splendida musica. Ci auguriamo di rivedervi e di ascoltare presto i vostri prossimi lavori. A presto.

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