Jeremy Tuplin – Planet Heaven
Recensione del disco “Planet Heaven” (Trapped Animal, 2025) di Jeremy Tuplin. A cura di Maria Balsamo.
Domattina, col gesto semplice di aprire la vostra finestra, potrete affacciarvi su uno spicchio di paradiso terrestre. Il mondo così come era stato promesso dall’Alto, prenderà forma proprio qui in mezzo a noi. Un’immagine reale di benessere e di eterna serenità apparirà davanti ai vostri occhi.
Quinto album da solista per Jeremy Tuplin, avanguardista del british indie contemporaneo. “Planet Heaven”, prodotto dalla Trapped Animal, è un lavoro estremanente intimista che ha però lo scopo di parlare alle generazioni future.
Ideato come concept-album,“Planet Heaven” concede a Tuplin la possibilità di scrivere in modo più diretto e personale rispetto ai dischi precedenti. Non ci sono personaggi protagonisti ma solo due entità alla base del senso della vita umana: la natura effimera di tutte le cose e la bellezza celestiale del pianeta Terra.
“Mi piace pensare che ci sia una sorta di morbida ribellione in queste canzoni – ha raccontato Jeremy Tuplin – e a volte una voce tranquilla e sobria, sullo sfondo del rumore, può essere in qualche modo più potente”.
L’album è stato registrato a casa dell’artista, utilizzando strumenti semplici come una Logic Pro, alcuni microfoni, sintetizzatori, una chitarra acustica ed elettrica. La maggior parte delle sezioni vocali sono state registrate nello studio casalingo dell’amico di Tuplin, Jon Hess, mentre i contributi al violino (Maris Peterlevics), alla batteria (Angus McIntyre), al basso (Miles Hobbs) e alla chitarra solista (Samuel Nicholson) sono stati registrati nelle rispettive case dei musicisti.
“Planet Heaven” si arricchisce anche della presenza di voci familiari, tra cui: Kerry Devine, heka, Dominic Silvani, Dana Gavanski e Adrian Crowley.
“C’è un’intimità in queste canzoni che mi ha fatto pensare che un approccio ermetico e rudimentale alla registrazione fosse il modo migliore per rimanere fedele a me stesso. Per mantenere l’atmosfera low-fidelity, sono stati lasciati molti rumori estranei, come scricchiolii di sedie o rumori provenienti dalla strada – ha dichiarato Tuplin. I suoni del paesaggio (versi di uccelli, rumore delle onde dell’oceano, suono della pioggia) sono stati estrapolati grazie a registrazioni sul campo catturate con il telefono di Tuplin e intrecciate, in seguito, con la tramatura principale per amplificare il legame dell’album con il mondo naturale.
Late to The Party, chitarre simulano una tempesta notturna. La pioggia sta lavando via le nostre illusioni. Al mattino il chiarore dell’alba illuminerà la naturalezza delle cose. Come un profeta contemporaneo. Jeremy si destreggia tra frastuono e armonia, narrando di un nuovo mondo possibile. Pigeon Song feat. Kerr Devine, ascoltando il suono degli uccelli (dei piccioni, nello specifico) la musica della Natura diventa più semplice. Simmetria e melodia al centro di un brano incantevole.
Stranger In The Garden feat. Dana Gavanski, nel giardino delle emozioni è facile perdersi e non ritrovarsi, mai più. Sonorità ridonanti e profonde si mescolano a tamburi battenti. Nell’estasiante confusione della Natura, l’uomo trova il coraggio di immergere le proprie paure. Moon Song, è la luna ad interloquire col poeta. Silente e luminosa, è l’unica in grado di far emergere dal profondo della psiche le più recondite angosce umane. Nella notte dell’io, le parole si sposano con un sound accattivante e sensuale.
“Planet Heaven” celebra il mondo naturale attraverso una timida ribellione contro la distruzione umana. Al poeta spetta il compito di capire cosa significhi esistere come semplice essere umano nel caos circostante.




