Alice Phoebe Lou – Oblivion
Recensione del disco “Oblivion” (Nettwerk Music Group, 2025) di Alice Phoebe Lou. A cura di Chiara Cargnin.
L’album “Oblivion” è il sesto progetto dell’artista sudafricana e rappresenta un punto di svolta emotivo ed artistico rispetto ai lavori precedenti.
La carriera di Alice Phoebe Lou ha conosciuto una crescita costante sin dall’album di debutto “Orbit” e che ha raggiunto il culmine col successo di “Shelter” nel 2023, una parabola ascendente che però si è rivelata portatrice non solo di fama ma anche e soprattutto di una rigidità artistica e scrutinio mediatico che cominciava a stare stretta alla cantante.
“In questo settore si pone l’accento sulla necessità di puntare in alto, di superare se stessi” ha dichiarato Lou, raccontando come sentisse la pressione di produrre album sempre più complessi, performanti e musicalmente perfetti rispetto a quelli precedenti in una sorta di corsa alimentata dalle aspettative del settore. “Ho deciso di tornare alle mie radici, suonando per strada. Queste canzoni provengono dal profondo del mio subconscio, dai sogni, dall’oblio del sonno, il luogo in cui puoi accedere ai tuoi pensieri, desideri, ricordi e sentimenti più profondi senza pensare a come verranno accolti” ha dichiarato riguardo alle fonti d’ispirazione per l’album, tra le quali spicca la sua esperienza nel busking fra le strade di Berlino; Lou ha infatti sentito la necessità di ritirarsi e di creare partendo da una tela bianca, da un dialogo con la propria intimità non mediata dalla fame dell’industria musicale.
L’oblio citato nel titolo non è uno spazio negativo nel quale perdersi, ma piuttosto “una inconsapevolezza beata, una fuga dal peso dell’essere percepiti” e nella musica questo si traduce in una base minimale: una chitarra acustica dagli accordi semplici e grezzi e un pianoforte che riesce anche con poche note a dare una profondità malinconica alla musica. La leggerezza degli strumenti lascia che l’attenzione dell’ascoltatore ricada sul messaggio del brano piuttosto che sulla sua capacità di scalare le classifiche, l’atmosfera riflessiva e intima permette di sentirsi a proprio agio e invita ad essere vulnerabili abbastanza da compiere il primo passo in questo oblio che, tagliando la connessione con la frenesia del mondo esterno, ci fa il dono di un tempo immobile da prendere per noi stessi.
Il vero strumento principale è la voce dolce ed emotivamente pregna della cantante che risalta proprio grazie a questa semplicità musicale; non ci sono vezzi artistici o grandi ostentazioni canore ma piuttosto l’atmosfera che si crea è quella di una vulnerabilità positiva dove le emozioni possono essere sentite, elaborate e poi lasciate andare a disperdersi come musica in una stanza.
Le canzoni di “Oblivion” secondo Lou “provengono dai luoghi più oscuri di te stesso, quel luogo in cui tieni qualcosa dentro e poi lo lasci andare, anche se è imbarazzante o vulnerabile. ”Oblivion“ si appoggia all’idea di permetterti di lasciare che le cose trabocchino per sentirle, elaborarle e superarle”, un processo di esorcizzazione sentimentale aumentato dalla sensazione che nessun brano inizi o finisca ma che piuttosto essi si intreccino a creare un dialogo con l’io della cantante. La semplicità delle basi musicali di ogni canzone fa si che se ascoltate in sequenza esse si uniscano in un loop onirico, si parlino per riportarci il soliloquio interiore di Lou su questioni di tutti i giorni esplorate nella loro disarmante purezza.
In Pretender la cantante parla con la sé più giovane e realizza gli errori del passato scoprendosi orgogliosa di chi è diventata. In Sparkle e The Surface si affronta la difficoltà nel rimanere autentici in un mondo intento a plasmare le persone in versioni più produttive, più scintillanti.
Ma l’esplorazione nel mondo sospeso dell’oblio tocca ogni angolo dell’emotività della cantante “Oblivion“ è il primo album scritto, prodotto ed eseguito interamente da Lou solidificando ancora maggiormente sia la necessità di creare della musica personale e non dettata dalla fame dell’industria musicale sia la volontà di esplorarsi totalmente attraverso quest’arte.
Tra omaggi a Joni Mitchel e atmosfere folk, Alice PhoebeLou è riuscita a creare un microcosmo dove potersi rifugiare dallo sguardo giudicante della società, dandoci la possibilità di entrare nuovamente in connessione con la parte più vera di noi stessi.




