Patricia Brennan – Of the Near and Far

Recensione del disco “Of the Near and Far” (Pyroclast Records, 2025) di Patricia Brennan. A cura di Giovanni Mastrapasqua.

Patricia Brennan è una vibrafonista, marimbista, compositrice e improvvisatrice messicana, oggi sicuramente una delle voci più originali della scena jazz e sperimentale contemporanea di New York e non solo. L’artista usa il proprio strumento in modo timbrico e ambientale, riuscendo a creare paesaggi sonori spesso più vicini alla musica ambient che non al jazz tradizionale.

E mai come nel suo nuovo lavoro “Of the Near and Far“, l’artista è riuscita a proporre un sound profondamente cinematico e atmosferico, molto più rispetto a “Breaking Stretch“, uscito l’anno scorso, e ai suoi album precedenti in generale. Qui si discosta parecchio dal punto di vista strettamente musicale, facendo trasparire la volontà di mettersi alla prova e di trovare nuove strade. Il disco fonde elementi di improvvisazione jazz, scrittura orchestrale, elettronica sperimentale e dinamiche mai banali.

L’ensemble che suona con lei (vibrafono e marimba suonati dalla stessa Patricia Brennan, un quartetto d’archi, chitarra elettrica, pianoforte, basso, batteria, elettronica) costruisce paesaggi sonori dinamici, con ampie variazioni di tensione e rilascio, proprio come una colonna sonora. Il concept del disco, legato alle costellazioni e al cielo notturno, rende l’album quasi una “colonna sonora del cosmo”: ogni brano rappresenta infatti una costellazione o un movimento tra “vicino e lontano”. Brennan traduce le geometrie stellari in intervalli musicali, creando una coerenza narrativa e visiva che ricorda una suite cinematica più che una raccolta di brani jazz, un po’ come fanno spesso i The Necks.

Questo è dovuto al fatto che l’artista usa il vibrafono quasi come un pennello orchestrale, alternando percussione ritmica a suono sospeso, con riverberi lunghi e armonie eteree. Gli archi aggiungono profondità emotiva e densità timbrica, come nei lavori di compositori da film contemporanei (Jóhann Jóhannsson o Hildur Guðnadóttir), ma filtrati attraverso un linguaggio jazz. Le manipolazioni elettroniche realizzate da Arktureye creano strati di suono granulare e spettrale, che espandono il vibrafono in un ambiente quasi cosmico. La produzione è molto spaziale: i suoni “respirano”, con riverberi naturali e panoramiche stereo ampie. Tracce come Citlalli e When You Stare Into the Abyss sono veri paesaggi sonori immersivi, più vicini alla musica ambient o al sound design che non al jazz “tradizionale”.

Of the Near and Far” si apre con l’ipnotica Antlia, una lunga suite dove chitarra e vibrafono si rincorrono in una frenetica corsa ritmata, mentre la successiva, bellissima ed eterea Aquarius, è decisamente più atmosferica e mostra in maniera evidente la nuova direzione stilistica presa da Patricia Brennan su questo lavoro, che ricorda a grandi linee l’approccio alla musica che avevano i Rachel’s a metà degli anni ’90. L’utilizzo di textures ambient stratificate in sottofondo è simile a quello usato da molte band post-rock per creare paesaggi sonori evocativi e non è l’unica similitudine: il brano infatti è sviluppato in una sorta di crescendo che raggiunge il culmine emotivo con un’ammaliante melodia delineata dalla vibrafonista e dal chitarrista.

L’adrenalinica Andromeda riporta invece la ritmica al centro, soprattutto nella prima parte molto free jazz; la seconda risulta più spaziale e tesa allo stesso tempo grazie agli archi, all’utilizzo dell’elettronica e a un pianoforte impazzito. Anche qui il risultato finale è di altissimo livello.

Lyra è un altro brano emozionale e difficile da raccontare: inizialmente gli archi trascinano in una dimensione sognante d’altri tempi, ma presto tutto diventa più atmosferico e a tratti inquietante. Pianoforte e vibrafono creano paesaggi sonori di memoria quasi hitchcockiana, per poi guidare il resto della composizione con grande maestria fino alle notevoli aperture melodiche degli archi. Un discorso simile, in termini di complessità, si potrebbe fare per l’altalenante Aquila, seppur sviluppata in maniera differente: qui il ritmo domina la prima parte, per poi scivolare verso un rallentamento centrale, come se la suite si spegnesse lentamente, proprio come svaniscono le stelle nel loro ciclo di vita. Non a caso il paragone. Per poi apparentemente rianimarsi, ma solo in modo temporaneo, prima di diventare definitivamente una “nana bianca”.

Of the Near and Far” non è un album che si rivela facilmente, ma risulta comunque godibile e di grandissima qualità. Una qualità alla quale Patricia Brennan ci ha ormai abituato.

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