Red Ivory – Please Leave, I Need To Wake Up Now
Recensione del disco “Please Leave, I Need To Wake Up Now” (Self, 2025) delle Red Ivory. A cura di Bob Accio.
Band indie rock composta da 4 elementi locati nel Sud-Est di Londra, le Red Ivory ripropongono una “interpretazione contemporanea del grunge anni ’90”; una citazione trovata su un magazine DIY e ripresa dalle 4 ragazze come chiarimento di intenti, cui si affianca però anche l’attitudine all’alt rock e al post punk.
C’è differenza tra una band di giovani adolescenti in procinto di ultimare la scuola superiore e un gruppo musicale di età più grande che ha superato quella fase? No, nessuna. L’underground è zeppo di musicisti che svolgono spesso un’altra professione da conciliare con quella consumata in sala prove. Ad esempio, ci son passati i The Who, prima di sfondare con My Generation, facevano i turnisti in fabbrica, e così Pino Scotto, l’ex Vanadium, uno con le spalle grosse, che la mattina era puntuale sul posto di lavoro in fabbrica, alternando le mattinate al timbracartellino alle serate sul palco; e si sa, il letto non è propriamente dietro l’angolo dopo aver dato tutto te stesso ai concerti.
Ci vorrebbe, anzi, ci vuole un fisico bestiale, come sottolineava Luca Carboni; perciò prendiamo per buonissima la loro giovane età, sinonimo di forza e freschezza, in relazione alla magnetica proposta musicale che le Red Ivory, compagne di scuola e insieme nella band dal 2021, hanno da dare in pasto a un pubblico affamato di novità e buona musica, scoprendole agguerrite circa l’assetto live, di concerti ne han già suonati diversi e la buona nomea circola around the UK, e soprattutto per l’attesissimo EP “Please Leave, I Need To Wake Up Now“, fuori in questi giorni (e séguito del primo, “Façade“, del 2023), che sta facendo breccia nel cuore di molti e pure nel mio.
“Please Leave, I Need To Wake Up Now“ fa scorerre 5 brani scritti nel 2021, cioè fin da quando Nur ‘Eiliyah‘ Redha (voce), Berenice ‘Berry‘ Stuttard (basso), Frida Olaberria (chitarra) e Ivy Forbes Adam (batteria) hanno cominciato a confezionare i frutti fuoriusciti dal loro personale magic lab musicale. 16 minuti bastano a catturare completamente l’ascolto srotolando malìa incondizionata che correda ciascun brano. 12th October profuma di grunge e sotto le tensioni della ritmica esplode nell’armonia tipica di Seattle e dintorni, recuperando il verbo underground lungo una passeggiata ventosa presi in mezzo alla miriade di fiori grigio piombo che ondeggiano nella brughiera. Crashing Down è ancor più preziosa; dipinge un’ambiente, crea un’atmosfera estranea, speziata da stupefacenti provenienti dagli altopiani asiatici e addentra nell’eccitazione filmica, da short movie, dove la vita si dimena tra follia, delirio e sogno, perfezionata dal wha-wha (e sento i fratelli Conner) e dal tumultuoso basso.
Lo spazio per una ballata c’è: Hate the Way mantiene l’attenzione in un punto alto della creatività, al pari del registro compositivo, di netto valore, sin qui assunto. Interlude è minacciosa, emozionante, basso e parete di chitarre a introdurre la voce di My Mind, addizionata dal soffuso cantato che fa subodorare l’olezzo peccaminoso dei fiori del male di Baudelaire.
Il nome della band riflette le idee di cambiamento, dipendenza e identità all’interno del progetto.
L’EP è stato prodotto ai Strongroom Studios di Shoreditch nel luglio 2024 con la produttrice Adele Phillips, contattata tramite il programma ReBalance di Festival Republic che le ha aiutate anche a disporre del tempo per lavorare in studio, utile a plasmare le tracce e a sperimentare di più su di esse, per esempio giocando con l’overdub per gli effetti e le voci in particolare.
Cresce contestualmente a “Please Leave, I Need To Wake Up Now” l’importanza dedicata ai video, sinora solo Berry, la bassista, se n’era occupata realizzando tutte le clip, producendo un riferimento diretto all’esperienza organica della band, nonché fornendo l’istantanea dei vari momenti di crescita.
“L’attività social media – dicono le musiciste – è ovviamente incredibilmente importante per le nuove band, e per fortuna siamo riuscite a essere davvero creative e a divertirci un sacco, come durante un servizio fotografico con Addy Nzerem (che ha fatto le foto promozionali dell’EP) a Peckham. Abbiamo fatto un paio di videoclip musicali con amici e sicuramente vogliamo fare più cose di questo tipo nella campagna per il nostro nuovo EP”.
Benché le impudenti Red Ivory siano proiettate nell’indie rock dei Nineties, nel grunge e nello shoegaze, si può rilevare, nonostante l’esperienza professionale in studio, che l’ottica sonora appaia adesso meno sfumata, ma non eccessivamente da sfociare nel tecnicismo lindo e pinto, permanendo senz’altro di intravedere quell’aura di artisticità che rende pura l’anima ai fans, il cui segno, il tratto appassionato che ci restituiscono attraverso l’EP, non sia stato del tutto disinfettato, epurato dalla logica artigianale e dal suono (primigenio) generati intorno a esso, quale alone posto a garanzia di autenticità e di specificità: “Ora abbiamo un’idea più chiara di come sia il nostro suono, quindi quando scriviamo siamo in grado di adattare idee di generi diversi e renderle proprie”.
Le canzoni sono tutte belle, limpide e torbide, cosicché quel solco che incidono le Red Ivory in “Please Leave, I Need To Wake Up Now“ viene colmato di temerarietà e originalità.




