Upchuck – I’m Nice Now
Recensione del disco “I’m Nice Now” (Domino, 2025) degli Upchuck. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Per introdurre la recensione dell’album “Bite the Hand that Feeds” mi domandavo “come suona una band punk prodotta da Ty Segall?”. Curiosità lecita, quesito sbagliato. Ricalcolo: come suona una band punk giovane che nasce, cresce e vive nell’enorme feudo di Trump, una delle più grandi disgrazie del nostro tempo? Risposta: come gli Upchuck.
Come suonano gli Upchuck? Cosa sentono? Cosa provano, gli Upchuck, costretti in quel posto d’inferno? KT, che della band è megafono, dice che non ricorda un momento, in vita sua, in cui non è stata incazzata. Aggiunge che “Devi sentirla covare in te, quella rabbia, se sei una POC. Ma anche il desiderio di cambiare, di far sì che tutte queste porcherie abbiano una fine”. Rabbia. Punk. Sembra un cliché. Non lo è. È la fiamma che alimenta il genere da sempre. Senza è il nulla assoluto. Le fiamme si alzano dalle rovine, e la musica degli Upchuck ha il suono della rovina. Tante band, soprattutto giovani, nascono già con un suono preciso, autocodificato, in una parola: imbrigliato. Al quintetto di Atlanta di farsi imbrigliare proprio non interess, anzi, suoni sporchi, quasi devastati, lanciati in mezzo ai detriti di un mondo che crolla sono la perfetta cifra stilistica.
Per dare luogo a un sound così secco e virulento, Segall (di nuovo dietro al banco mix) e la banda hanno scelto il Sonic Ranch Studio, nel deserto del Texas, la cui aria ha contribuito ad asciugare ancora di più il tutto, pronto a finire impresso su nastro. Copertina e titolo completano il quadro: il “grin” metallizzato di KT con un coltello che punta proprio ai denti, bellezza nell’aggressività: “I’m Nice Now”. Ma c’è tanto altro, qui, oltre alla virulenza. New Case è l’evoluzione che passa attraverso un ritornello a colla forte, KT che apparecchia una gran melodia alt rock Novanta, le chitarre si dividono tra una cuffia e l’altra, tra acustico e marcio. C’è lo zampino di Segall? Potremmo scommetterci. Questo strapotere ritornellistico non manca nemmeno quando l’incedere si fa grave: “And I can’t waste my life living old blues”, intona KT mentre tutto attorno c’è eccome il blues, hard, sabbathiano, perché certi amori sono duri a morire.
La rabbia che mai si estingue che si incarna in Tired, introdotta a basso duro, “And I’m tired of darker news / And I’ve tired warnin’ you / It feels right scarin’ you / I guess I’m preaching to the whole damn choir”. Tiro secco a schioppo, Plastic è punkadelia con ritmiche vocali vicinissime al rap, che ad Atlanta è di casa, come se qui si fossero ben digerite le idee degli Sleaford Mods rigurgitandole nuove, sfavillanti. L’asticella hardcore viene alzata con Kin: “We love chaos / We love trouble / But we’re sure we won’t last”, fatalismo blackflagiano, quando Greg Ginn e soci erano qualcosa di alienante, così gli Upchuck prendono lo scettro e ne fan quel che vogliono, tirando ancor più secco e dritto grazie ai “FUCK YOU” dominanti di Lost One. Più stoogesmaniacale che mai, Pressure e il suo incedere sbronzo e splendidamente malandato, spinto alle estreme conseguenze in Forgotten Token.
Decidono di prendere una strada ancor più particolare quando a prendere il microfono è il batterista Chris Salgado che stringe tra le mani le sue radici latine gridando in spagnolo sulle ferali Un momento e Homenaje, oscura brujeria punk, battezzata da riff iommiani, mentre Salgado grida imbufalito “Guerra solo dejo puro problemas / Los ninos se vuelvan en denamita / Padre sufriendo, platos vacios, corazones rompidos y tu bien tranquilo / Solo quieremos buscar solucion / El gobierno solo quiere llenar su cajon”, urla di generazioni stanche di tutta questa merda che piove loro (noi) addosso ogni stramaledetto giorno che dio manda in terra.
Sono queste grida che fanno di “I’m Nice Now” un album di rilievo, prego di rabbia inestinguibile e voglia di sfondare ogni barriera possibile. Cari Upchuck, siete sicuri che non durerete? Io non direi.




