Tutti Fenomeni – Lunedì
Recensione del disco “Lunedì” (42 Recors/Epic Records Italy, 2026) di Tutti Fenomeni. A cura di Emanuele Podda.
Sembra ieri, complici anche i “lost years” del Covid, che il paroliere romano Tutti Fenomeni – al secolo Giorgio Quarzo Guarascio –, forte del sodalizio con il cantautore e compositore Niccolò Contessa (I Cani) entrava di prepotenza nella scena musicale italiana con un album, “Merce Funebre” (42 Records), che, con i suoi arrangiamenti EDM uniti a un timbro vocale quasi parlato e testi densi e colti, rompeva il rigido binarismo it-pop/trap in cui le produzioni indipendenti sembravano essersi arenate e ne costituiva, a suo modo, un superamento. Sono al contrario passati ben sei anni da allora a queste fredde giornate di fine gennaio 2026 in cui Guarascio ritorna con il suo terzo album studio, “Lunedì”, pubblicato in collaborazione da Epic Records Italy/42 Records. In mezzo un secondo album, “Privilegio Raro” (2022) sempre supervisionato da Contessa, e quattro anni caratterizzati da un quasi totale “silenzio radio” lato musicale, e dalla prima incursione lato cinematografico nel film “Enea” di Pietro Castellitto (2024), dove Guarascio ha interpretato il ruolo assolutamente calzante di Valentino, intellettuale romano annoiato e nichilista. A seguito di questa lunga pausa, il titolo del nuovo disco sembra in prima battuta anche indicare una sorta di “ritorno al lavoro” dopo un lungo periodo sabbatico, un nuovo inizio che presenta sia elementi di rottura sia elementi di continuità col passato.
L’elemento di rottura più evidente è la fine della collaborazione con Contessa e l’inizio di quella con Giorgio Poi, il quale ha curato gli arrangiamenti dei vari brani. Questo ha significato per Guarascio anche un cambiamento nel modo di lavorare: mentre in passato era stata più che altro la musica ad adattarsi ai testi, questa volta il processo è stato capovolto, cosicché anche la parola ha parzialmente lasciato spazio al canto – con l’importante eccezione del brano La felicità del cane, che, come approfondiremo successivamente, è una lunga sequela di geniali aforismi. Guardando poi alle composizioni, il sound si sposta dal minimalismo e dalla freddezza elettronica dei primi due dischi al calore avvolgente e analogico derivante dai riferimenti soft-rock anni ‘70 e french-pop tipici di Poi. In generale, l’album risulta più “suonato” rispetto alle produzioni precedenti, sebbene i risultati non siano sempre strabilianti.
Tra gli arrangiamenti più riusciti sono da annoverare sicuramente due dei tre singoli: La ragazza di Vittorio e Vanagloria, brani sfaccettati che si muovono agilmente tra sezioni elettroniche e orchestrali, impreziosite da fill di chitarra acustica o di synth che richiamano il Battisti italo-disco degli ultimi album con Mogol. Menzioni speciali meritano anche Mao, uno dei brani più catchy dell’intero album, la cui intro rimanda ancora a Battisti, ma il cui sviluppo e conclusione sono molto alla Phoenix – chiara qui la mano di Poi, specie quello di Nelle tue piscine – Morire vista mare, in cui viene fatto largo uso di fiati, specialmente zampoñe, e la conclusiva Love is not enough, in cui a livello di sound sembra a tratti addirittura di sentire i Grandaddy. Meno efficaci, invece, l’elettropop di Col tuo nome e il ritmo marziale di 29 febbraio che sanno di già sentito, mentre Formentera, pezzo quasi jazz rock con accenti lounge, è forse quello complessivamente più debole dell’intera opera.
Se a livello di sound dunque si intravedono cambiamenti rispetto al passato, sebbene con risultati altalenanti, la continuità si osserva soprattutto nella scrittura di Guarascio che, seguendo la lezione di Franco Battiato, fa come sempre opera di Stilmischung – ovvero mescolanza di registri aulici e bassi – e si mantiene (quasi) costantemente su livelli altissimi.
L’album nasce probabilmente da una rottura sentimentale – tema costante della maggior parte dei brani – e dalla conseguente spietata e amara presa di coscienza del fallimento ontologico dell’amore nella società contemporanea. La fine della relazione non è trattata da Guarascio semplicemente come evento psicologico, ma come vero e proprio evento metafisico che rivela l’assenza di senso del mondo contemporaneo. “Cerco un Dio / Perché da solo ho paura del vuoto” canta in Col tuo nome, mentre constata ormai che “Amore, gioventù / Sono soltanto delle vecchie parole” prive di senso. In Morire vista mare l’angoscia si fa contraddizione temporale insostenibile: “Io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai“, dice citando il De Andrè, come se gli opposti coesistessero eternamente. In questo senso, l’amore non è davvero mai “finito” (diventato nulla), ma è uscito dall’apparire, lasciando una presenza-assenza ingombrante. Di fronte al dolore concreto derivante da questa consapevolezza la cultura non salva – “dentro i Lager tedeschi, non si leggeva Dostoevskij” – e il tempo si rivela una trappola: “L’attimo passa in un lampo ma il passato non ci abbandona mai” afferma Tutti Fenomeni lapidariamente in 29 febbraio.
Quando l’attenzione di Guarascio si sposta poi sul mondo circostante, quello che vede è un deserto governato dalla tecnica e dalla superficialità. In La ragazza di Vittorio la ricerca del partner, dura ma autentica nella sua faticosità e nei suoi errori, viene sostituita da un abbinamento algoritmico, mentre in Piazzale degli Eroi i valori si riducono a slogan pubblicitari e guerre estetiche (“essere magre o grasse è diventata la lotta di classe“). Il disincanto si fa sistematico: “Ritornare bambini è impossibile / Sarà più facile toccare la luna” recita Mao, mentre Love is not enough riduce l’esistenza a un “semplice e banale / Universo newtoniano” dove persino l’amore è un bug inspiegabile. “Lunedì” si posiziona così come disco esistenzialista nell’era della digitalizzazione totale: a differenza di “Merce Funebre”, Tutti Fenomeni abbandona la critica culturale esterna per una fenomenologia dell’intimità contemporanea. Come si ama quando “l’intelligenza artificiale troverà una ragazza a Vittorio“? Come si desidera quando la sessualità diventa “consumistica“, “morte dell’eros“?
Lo spoken word de La felicità del cane offre la diagnosi definitiva: viviamo nel tempo scandito dai “call-centre albanesi” e non più dal “sole, la neve, l’autunno e la primavera“, passiamo “un terzo delle nostre vite a guardare la pubblicità“, e davanti al crollo di ogni orizzonte di senso resta solo la constatazione che “l’unica cosa che conta veramente è la felicità del cane“. Non si tratta di speranza o riscatto, ma di accettare la nuda condizione biologica: vivere il presente senza farsi troppe domande, come un cane, perché ogni tentativo di trovare un significato più alto si scontra con la “semplice e banale” meccanica dell’universo. Ma è una via d’uscita o solo la diagnosi di un’impossibilità? Il disco non offre risposte risolutive, fotografa una generazione intrappolata. Il lunedì del titolo non promette resurrezioni, è il giorno in cui apri gli occhi e continui, non perché hai trovato un perché, ma perché sei vivo. Terreno, vulnerabile, spietatamente onesto: in breve, il disco di chi ha smesso di mentirsi.




