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Back In Time

Back In Time: BLACKLISTED – Heavier Than Heaven, Lonelier Than God (2008)

Blacklisted

Nozze di stagno: 10 anni di matrimonio tra i Blacklisted e l’hardcore-punk. O meglio, tra “Heavier Than Heaven, Lonelier Than God” e la cultura underground cresciuta a post-hc, dissonanze e sfuriate da pogo senza freni. Il secondo album della band, rilasciato il primo Aprile 2008 per la Deathwish Inc. di Jacob Bannon, segna un punto di sperimentazione ad oggi raramente riscontrabile in altre uscite appartenenti a questo specifico genere musicale.

Tuttavia, è davvero così semplice affibbiare una targhetta di riconoscimento a questa band? I Blacklisted, nella loro ormai quindicennale carriera, hanno toccato punte di livello compositivo elevatissime, tanto da renderne una band di culto nel circuito hc.Il quintetto capitanato da George Hirsch (di tutto rispetto anche il suo progetto folk solista, Harm Wülf) consolida in questo capolavoro tutto ciò che un ascoltatore si aspetta, senza lesinare su sorprese sonore sulle quali è difficile non concentrarsi. Un’analisi attenta pone davanti a un quesito non banale: come suonerebbe nel 2018 un album simile? Potrebbe gettare delle basi per il futuro? Le risposte sono da cercare nella compattezza e nella capacità di essere talmente variopinto da stonare con l’oscurità che da sempre caratterizza l’hardcore sperimentale.

Le 11 tracce che compongono “Heavier Than Heaven, Lonelier Than God” suonano moderne, alternative, ricche di orpelli ma allo stesso tempo scarne e dirette. Difficile trovare nei suoi 20 minuti di durata un momento di tregua tale dal far togliere anche solo per un attimo le cuffie all’ascoltatore; un senso di frenesia percorre tutto il lavoro, sollevandoci da terra come un tornado. La voce di Hirsch, sporca, cattiva e furibonda, traghetta tutti noi verso un esito violento e incerto, fatto di stage diving senza contegno.

Blacklisted

Se “The Beat Goes On” si caratterizzava per uno stile decisamente meno punk e più riconducibile all’interno di una chiara corrente hc, chiamando a raccolta una schiera di ascoltatori forse più vicini al metalcore vecchio stampo, il successivo lavoro del 2008 getta le basi di una sperimentazione inedita, tormentata e disillusa. Si sprecano i paragoni con band del presente e del passato che sono state influenzate dal sound dei Blacklisted o che a loro volta hanno trovato fonte di ispirazione nello sforzo sonoro profuso dal quintetto di Philadelphia: dai ’68 agli Every Time I Die, dai The Carrier agli American Nightmare, fino ai The Effort e ai più recenti Foundation, senza dimenticare i Ruiner e in alcuni casi addirittura il rock-hardcore degli Angel Du$t.

Stations apre “Heavier Than Heaven, Lonelier Than God” con una sfuriata tesa e post-hardcore, non di semplice lettura per chi era abituato al sound precedente della band; la voce di Hirsch, affilata come un coltello, fa a pezzi tutto ciò che incontra sul suo cammino. A seguire, Touch Test rilancia ulteriormente la volontà della band di partorire un lavoro complesso, attraverso un intermezzo melodico di stampo folk che getta la calma prima della nuova tempesta.

Lo spazio per le citazioni prosegue con I Am Weighing Me Down, Always e Memory Lane, brani nei quali allo stato attuale si possono ritrovare compressi in una tempesta perfetta i sound di band come Trapped Under Ice, Cold World e Down to Nothing, senza dimenticarsi dell’onnipresente virtuosismo chitarristico di stampo hard rock che lascia sempre stupito l’ascoltatore.

Circuit Breaker rappresenta il punto più alto dell’intero album: i Blacklisted si divertono a improvvisare sopra una linea di basso blackened hardcore d’antan, che sfocia nel finale in un manierismo noise alla Wreck and Reference. Se le sorprese sembrano essere terminate, con Matrimony, Self-Explosive e Burning Monk che tirano dritto come l’autocisterna assassina di Duel, ecco Canonized, con il suo 2step di stampo True Love e Cruel Hand, per rimandare ulteriormente a due nomi di punta della scena degli ultimi dieci anni, influenzati in maniera totale dalla band di Hirsch.

Degna chiusura di “Heavier Than Heaven, Lonelier Than God” è Wish, con il suo carico di emotività melodica e grunge (“It feels like i’m living through my last days every day”), capace di dichiarare fino all’ultimo la volontà della band di confezionare un album fuori dagli schemi.

Un senso di malinconia pervade tutte le tracce di questo album: un senso di autodistruzione che fortunatamente non ha portato con sé la band stessa, ad oggi una delle più prolifiche in termini di abnegazione e volontà di far ancora parlare del suo sound anti-sistema e innovativo.

Dopo dieci anni, “Heavier Than Heaven, Lonelier Than God” rappresenta ancora di più una pietra miliare, mai dimenticata nè da tutti i kids che hanno vissuto la scena statunitense in quel periodo, né tantomeno da tutte le band che l’hanno usata come un Vangelo per proporre nuove sonorità in un ambiente mai sazio né di revival né di novità.

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