Impatto Sonoro
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Back In Time

“Down Colorful Hill”, la collina colorata non è un’immagine sorridente?

Down Colorful Hill

“Down Colorful Hill” non fugge dalla tristezza, l’asseconda, è consapevole che la tristezza è una sensazione (più che) comune dalla quale fuggire o metterla sotto al tappeto può essere futile, qualcosa di cui vergognarsi. Assecondarla, per trovarsi finalmente con un grande sorriso, sulla collina colorata.

“American Caesar”, un’azione bellica contro i bruti nell’America dell’irragionevolezza

“American Ceasar”, dopo tutti questi anni, è ancora attuale, non è in alcun modo datato, sia per quanto riguarda il messaggio, sia per quanto riguarda gli arrangiamenti perché come diceva il suo amico Lou “Nothing beats two guitars, one bass and drums” ed è un’accusa alla classe sociale che ha deciso quale strada farci percorrere, senza farci sapere se ne vale la pena ma dicendoci solo che “Se sei così sarai buono, se invece sei povero e miserabile è colpa tua”.

“Painkiller” dei Judas Priest, ovvero la pesantezza

Judas Priest Painkiller

Questo disco va oltre i confini tradizionali dell’heavy metal: è l’epitome stessa della pesantezza. Il sound è grosso, spesso, granitico e rovente; un suppostone di piombo modellato con l’obiettivo di dilaniare il condotto uditivo

“Tubthumper”, i Chumbawamba al confine tra lotta sociale e MTV

Tubthumber

Poteva un disco dance (questo è) e commerciale vagliare significati profondi e di lotta sociale? A quanto pare sì, e con un approccio che avrebbe portato il messaggio ad un pubblico ben maggiore di quello degli squat inglesi e dei centri sociali.

“Facelift”, capitolo uno dell’espiazione del grunge

In verità l’album non è “Facelift”, l’album sono gli Alice In Chains. Mi piace vedere ogni loro lavoro come una singola goccia che va a formare l’oceano della loro produzione

“F♯ A♯ ∞”, simbolismo e rottura degli schemi dei Godspeed You! Black Emperor

I Godspeed You! Black Emperor divennero con questo disco una di quelle realtà musicali di rottura, trasversali e capaci di creare un linguaggio talmente personale ed innovativo che molti altri proveranno invano a replicare, fallendo.

“Mother’s Milk”, la rinascita dei Red Hot Chili Peppers

Red Hot Chili Peppers Mother's Milk

Per i Red Hot Chili Peppers è il momento di rinascere, e la cosa più primordiale, quella che sa di nuovo inizio, è il latte materno: “Mother’s Milk” è un long infinito che in 13 tracce butta fuori tutta la rabbia, la delusione e la voglia di emergere che i quattro hanno in corpo.

Ma tu te lo ricordi il primo disco dei Wheatus?

Vent’anni dopo “Wheatus” è ancora un album che metti su quando ti guardi allo specchio e ti ricordi che sei vecchio e che qui le stesse cose le cantavano già vent’anni prima gli 883. Che poi il livello è quello.

Diventare lentamente sordi: il primo atto dei Mr. Bungle

I Mr. Bungle confezionano un vero e proprio cubo di Rubik musicale, gettano in un bidone tutti gli spezzoni e i frammenti degli anni ottanta e li lasciano marcire, per darli poi in pasto agli anni novanta, provocandogli un’ulcera.

“The Black Album”: la fine dell’inizio o l’inizio della fine dei Metallica?

A me ogni tanto capita di pensare ad alcuni gruppi e alla loro importanza basilare nel mondo della musica; se prendiamo il panorama del metal, riuscireste a pensare questo genere senza i Metallica? Io dico di no.

“The Stooges”, la più grande smorfia del Rock’n’Roll

The Stooges 1969

“The Stooges” è la la decostruzione della mascolinità divina Zeppeliniana verso una dimensione più terrena, corporea e apocalittica, è l’annullamento di qualsiasi tipo di spossatezza, di noia, di boriosità da grandi star del rock. È la più grande smorfia che sia mai stata incisa su vinile.

“Double Nickels On The Dime” dei Minutemen, il viaggio del “punk” a 55 mph

Double Nickels On The Dime

Lo stile dei Minutemen è quanto di più singolare sia esistito in territorio punk e “Double Nickels On The Dime” è uno dei viaggi più belli che un appassionato di musica possa fare.

“The Slip” dei Nine Inch Nails, il fascino di un sospiro

The Slip Nine Inch Nails

Più un abbozzo che un vero e proprio quadro: forse 12 anni fa “The Slip” deluse le aspettative, ma l’ascolto di oggi gli assegna il ruolo di un bellissimo sospiro, una pausa di qualità.

“Appetite For Destruction”: cambiare il lato di un vinile non è mai stato così bello

Ed esplode così “Appetite for Destruction”, il disco di esordio dei Guns N’ Roses. Ed è così che le sonorità dello street metal diventano imperanti, attingendo al punk dei più reazionari Sex Pistols e al blues dei Rolling Stones.

“Berlin”, l’abito più bello di Lou Reed

Lou Reed Berlin

“Berlin” è un album eccezionale, il capitolo più luminoso della carriera da solista di Lou Reed. Le sue canzoni non avranno riff memorabili o ritornelli ossessivi, ma i loro abiti erano stupendi. E “Berlin” è stato il più stupendo tra gli stupendi.

“Parachutes”, l’esordio da urlo odiato dai Coldplay

Il tema portante di “Parachutes” è la malinconia, il più importante trait d’union tra il post britpop e il nuovo filone alternative d’oltreoceano. Presi singolarmente, alcuni brani del primo lavoro dei Coldplay non sfigurerebbero in una compilation slowcore.

“Zen Arcade” e la continua ricerca su quegli anni

Il secondo album degli Hüsker Dü ci insegna che la strada più lunga, in realtà, sia quella più importante per la nostra crescita, da percorrere e che per comprendere la maggior parte delle sfaccettature della cultura musicale che ci circonda, non si debba mai smettere di studiare.

I Baustelle e “Sussidiario illustrato della giovinezza”: non indie, ma diversi

sussidiario illustrato della giovinezza

Uno dei dischi italiani più belli del suo periodo storico e della sua generazione: è la sintesi di diverse influenze, di una scrittura di grande qualità ma anche il primo manifesto di un’estetica pop autentica, perché i Baustelle, allora come oggi, hanno imparato a somigliare, comunque, solo a loro stessi.

“Zooropa”: gli anni ’90 secondo gli U2

Il disco forse più libero e anarchico degli U2 e che ha avuto un’influenza nella musica di quegli anni forse maggiore di quello che si pensa. Per molti è considerato un disco minore. Non lo è.

“The Eye Of Every Storm” dei Neurosis, la formula vincente del sottrarre

Neurosis Eye Of Every Storm

I Neurosis si avventurano in quello che è il compito più difficile per un gruppo che ha fatto della viscerale pesantezza e dell’impatto la propria arma vincente: spogliare a nudo il proprio suono da ogni orpello non necessario e consegnarci un disco in cui la formula del “sottrarre” ne costituisce la spina dorsale.