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Back In Time

Back In Time: MINISTRY – Psalm 69: The Way To Succeed And The Way To Suck Eggs (1992)

Al tempo in cui uscì “Psalm 69: The Way To Succeed And The Way To Suck Eggs” – titolo da piena estasi crowleyiana, malattia ampiamente diffusa nel mondo industrial – i Ministry erano nel pieno della propria trasformazione. O per meglio dire ne erano all’apice, quasi alla fine della strada se non oltre e già guardavano alla propria lapide ricoperta di cavi e macerie ipertecnologica con curioso sdegno e distacco. Forse con un accenno di movimento pelvico di riflesso.

Con alle spalle quattro album di cui due immensi e già in compagnia della perfetta metà di Al Jourgensen incarnata nella figura di Paul Barker, la cui mancanza ha portato gli attuali Ministry ad essere poco più dei  pruriti da metallaro di un personaggio ridondante che ha perso di vista tutto quanto tra presente, passato e futuro. Come ciò sia stato possibile solo Hypo Luxa lo sa e non darei la colpa alla droga o all’assenza di essa, sarebbe una scusante e nulla più. Ma questa è una storia che non voglio affrontare perché, un po’ egoisticamente, per me i Ministry si sono sciolti nel 2003 – un album più tardi del dovuto – e dunque torniamo nel 1992.

In quell’anno l’ignominioso diamante industriale “Downward Spiral” era ancora ben racchiuso nella sacca scrotale del suo immenso creatore e in giro si sentiva già odore di disperata rivoluzione, tra Skinny Puppy, KMFDM, Psychic TV, supermostri come Pigface, Coil e compagnia – anglofona – danzante e la controcultura ballava al ritmo forsennato dei club sotterranei, dell’arte estemporanea e dell’odio più fradicio di benzina, sangue e sperma.  Quindi a dover voltare la pagina di un libro scompigliato e anarchico come pochi altri toccava ancora una volta ai veri Toxic Twins Jourgensen/Barker, che al momento erano totalmente rimpinzati di droghe e fuori controllo, una passione che macinava circa 1000 dollari al giorno, secondo fonti dirette. Una condizione umana che appena 3 anni più tardi avrebbe fatto fuggire i Fear Factory dai Wax Trax Studios di Chicago, base operativa dell’infame combo e coacervo di abitudini male in essere.

Secondo Al quello che faceva al tempo – ossia già nel periodo intorno a “The Mind Is A Terrible Thing To Taste” – non era né arte né tantomeno lo divertiva quindi potremmo definirlo manierismo, un manierismo di ribellione estrema e una scusante per infrangere i limiti umani dell’assorbimento di sostanze che avrebbero steso un elefante. Ma se “Psalm 69” è maniera allora ben vengano i manieristi. Se Reznor non avesse dato origine alla sua “spirale” il disco in questione sarebbe ad oggi il miglior album industrial (metal) uscito dal ventre morboso degli Stati Uniti. Nessun tipo di autocommiserazione da queste parti, solo un disastro senza pari e una confusione chirurgicamente incuneata nella mente di una Regina Alien mandata a spasso in una metropoli sorretta da neon e ombre umane-non umane.

La voce mostrificata di Jourgensen divora neuroni nell’assenza dinamica di pezzi borderline come Just One Fix o tra le raffiche di mitragliatore di Corrosion imbastite da William Rieflin seduto dietro un drum kit che di umano e caldo non ha niente, incastrate tra samples disumani e ferocia marginale e ultragrind. A trapani spiegati si apre nella follia più assoluta Jesus Built My Hotrod, un assalto rockabilly proveniente dal 2150 e con sugli scudi il più finito dei finiti ossia Gibby Haynes dei Butthole Surfers. Questa era la controcultura, l’essere avulsi all’umanità. Secondo un racconto sciorinato su Revolver Haynes era fuori come pochi altri al mondo quando i Ministry lo invitarono a berciare sul loro brano. Al impiegò tre settimane di lavoro certosino piegato sui nastri per rendere decente e “comprensibile” lo sproloquio allucinato del texano e piazzarlo su un pezzo che l’etichetta avrebbe odiato, per evidenti motivi. Eppure il singolo vendette 128.000 copie, a sentire la gente ai piani alti della Warner. Come cazzo era possibile vendere così tanto con così “poco”? Era la controcultura, pulcini, ve l’ho già detto. Aveva un effetto di comunione disarmante, e quelli della mia generazione possono parlarne solo per sentito dire avendone vissuto solo pallidi riflessi circa 8 anni più tardi.

Isolati e al contempo aperti, gettati nel calderone dell’alternativa novantiana, mai così esplicita e feroce, tra mostri noise rock, assassini seriali psychedelici e martorianti galassie industriali, inframezzati da metal marcio ma lucido, non vi erano vincoli od ostacoli, tutto era possibile e nessuno era libero. Una perfetta palude per l’ergersi di nuovi ostacoli e mezzi per ostracizzare gli oppressori. Il risultato? I succitati Pigface. Il collante? Ovviamente i Ministry. D’altronde dietro Suck non c’era solo Trent ma anche e soprattutto Rieflin e Barker. 

Ottenebrati e ottenebranti e già infestati dalle idee malsane – presto divenute una vera e propria ossessione – sul New World Order di A.J. (N.W.O. apre non a caso l’album) ma ancora poco lucidi sulla faccenda e inficiati dall’obliquità delle idee e dall’essere punk senza esserlo, avere ideali distruggendone l’intento, rendendo tutto insopportabile. Doom che piove dallo spazio dal cadavere espulso dalla stratosfera degli acrobati del male Black Sabbath (Scare Crow) e tecnodromi caricati a distruzione grind manco fossero dei Napalm Death in salsa gibsoniana (TV II). Il tutto avvolto nei cavi scoperti di un ciclope meccanico infuriato.

Questo erano i Ministry prima di perdersi. Il salmo 69 dal Libro delle Bugie dice la verità e la dirà sempre: l’industrial del Nuovo Mondo senza di loro non sarebbe stato lo stesso.

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