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Back In Time

Back In Time: PANTERA – Cowboys From Hell (1990)

L’afa che si alza dal selciato lavato dall’acquazzone è veleno per le narici dell’uomo che cammina. Le piogge dei primi del ‘900 fanno già schifo e si infiltrano oltre l’epidermide infestando i corpi dei lavoratori fiaccati dalle infinite giornate che si srotolano attraverso le miniere d’oro, scavate così a fondo da poter toccare il centro della Terra. L’uomo ha bisogno di sciacquarsi la gola e nella piccola cittadina del Colorado incastonata tra le montagne rosse e ferrose, non così impervie ma nemmeno accomodanti, si ritrova dinnanzi ad un saloon. Perché non entrarvi, d’altronde sembra anche silenzioso. Una volta varcata la soglia ad attenderlo c’è un innaturale calma e immobilità. Le persone sono come congelate. Al bancone solo quattro figure, le braccia appoggiate al pianale, intenti a sorseggiare qualche infernale torcibudella, si dedurebbe dall’odore. L’ometto si appropinqua incuriosito dai loro vestiti (che vengano da un altro Paese? Magari dall’Europa) e se ne esce con un: “Ragazzi, ma che succede qui? È tutto così fermo che sembra di stare nel Limbo”. Uno di loro si gira e da sotto i baffi a manubrio, tra i capelli spioventi ghigna: “Oh, sbagli! Questo è l’inferno!”

Il frastuono si propaga nell’aria e l’uomo non capisce da dove si sia generato. Arriva come uno schiocco di frusta sulle labbra, il sangue schizza sulle assi malmesse del saloon. Guarda fuori e il Colorado del 1910 è scomparso. Al suo posto il mostruoso Texas di 80 anni più tardi. Grattacieli che divorano il cielo, spianate di terra degenerata e lercia di petrolio, umani sgangherati che ti azzuffano tra di loro sotto un cielo sopra cui si addensano nuvole d’Oltremondo. I Pantera gridano a pieni polmoni contro le nubi d’acciaio dimostrando che il loro di metallo (non di certo “Power”) è di gran lunga più forte e resistente. Quella chitarra che mutante introduce oltre i cancelli di un posto che non è nemmeno più il Texas – o forse sì? – da liquida diventa un rasoio scintillante e fa esplodere Cowboys From Hell in un “Nobody touches us at all”. Nessuno, davvero. L’uomo sa, inconsciamente che nessun altro lì attorno poteva suonare così forte e distruttivo, nemmeno gli Slayer – a chi apparteneva questo nome che si affacciava alla sua mente?

Pillage the village, trash the scene”, ed è esattamente ciò che fanno quei 4 sconosciuti del saloon. Trainati dalla voce di un uomo di New Orleans che sembra evocare tutti gli spettri già conosciuti tra le strade della città del jazz e del voodoo, accompagnato da un mitragliatore ritmico mosso con estrema precisione da quell’armadio baffuto in bandana. Movimenti di carico e scarico di cartucce, sostenuto da suo fratello incarnato in sei corde aliene, fa tremare tutto. Psycho Holiday e il suo andamento zoppicante non ha rivali, in quel dato momento, Primal Concrete Sledge non ha senso alcuno ed è arrangiata da un uomo rinchiuso contemporaneamente in tutte sanitarium d’America. La cavalcata deragliante di Heresy schiaffa l’omuncolo col suo vestito logoro col culo per terra mentre le grida compongono “Who cares if there’s no tomorrow if I die for my future’s” nell’aria davanti a lui. E ancora treni che si scontrano mischiando metallo e ferraglia varia in un nugolo di ferocia robotica che domina: Domination è puro odio e le grida dei demoni che presiedono questo posto si ergono sopra i colpi di mitragliatrice di cui sopra. E non smettono di sparare mai, e Shattered falcia gambe a tutto spiano. Le finestre esplodono e l’aria incendiaria viene divorata dalla stanza.

Quando il silenzio torna a farsi assordante l’uomo apre gli occhi ansante riverso nel suo vomito sul pavimento. È sperduto, mai prima d’ora aveva sperimentato così a lungo una sì incredibile tortura sonora. Un sorriso malato si dipinge sul suo viso tagliato in due, mentre rivoli di sangue corrono giù lungo i lati della testa. Si gira e vede le quattro figure ancora ferme lì, ma si rende conto che due sono più che ombre che sfarfallano alla luce morente. del Colorado che filtra dai vetri. Mentre dal fonografo una voce sussurra “I will unlock my door and pass the cemetery gates” il personaggio che aveva parlato per primo sentenzia: “Eppure ‘Cowboys From Hell’ non era l’inizio ma ne aveva tutto l’aspetto. Una nuova strada mai battuta e piena di ferocia, odio e spirito indomito che ci avrebbe portati al nulla più assoluto. Ma intanto abbiamo battuto come nessun altro una domani lastricato di sangue, whisky e delirio superumano. E davvero nessuno ha osato sfidarci. Avevano solo da provarci.”

In un battito di ciglia tutto gli fu chiaro ma i quattro erano già spariti in una folata di vento e sabbia.

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