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Back In Time

Back In Time: CONVERGE – Jane Doe (2001)

Mi ero messo avidamente a guardare due ragazzi, appena fuori da Centrale, che attraversavano la strada. Le luci erano alte ma riuscivano ugualmente a squamare l’asfalto milanese, io ero alla quarta birra, seduto sul sedile posteriore con altri due amici. Gli altri due erano davanti, i profumi erano conosciuti e sapevano ancora d’estate nonostante fosse già ottobre inoltrato. Erano i profumi degli armadi delle case dei nostri genitori e ci eravamo persi perchè non eravamo ancora molto pratici della città, e seguendo i tanti vialoni che si inorbitano nella calca serale eravamo finiti sotto ai contrafforti dell’enorme stazione. Non esistevano ancora i navigatori, non avevamo i telefoni con noi, ci eravamo stampati la strada da internet ma avevamo perso ben presto il senso dell’orientamento pochi metri dopo essere usciti dall’autostrada. Il foglio con le indicazioni smarrito pochi istanti dopo la partenza da Novara, non pervenuto al momento del reale bisogno. I due ragazzi erano imbacuccati, faceva già molto freddo. Curvi su loro stessi e sull’ora serale se ne andavano verso Repubblica, magari avevano un alloggio in Viale Tunisia. Quella zona non era come è adesso, di grattacieli ce n’era giusto un paio. Il resto era ancora anni ’80, con le insegne luminose e la puzza di fritto freddo. Pensai ad una cosa che mi veniva facile, quasi automatica, pensare in quei periodi, in cui provavamo a diventare dei piccoli maestri quando si trattava di andare ai concerti o di seguire un gruppo nuovo: mi chiesi se quei due ragazzi, che trascinavano i loro trolley pieni nell’autunno alla volta delle loro abitazioni da studente fuorisede, ascoltassero i Converge, o se per lo meno ne conoscessero l’esistenza.

Perché in quegli anni, i Converge erano il mio punto di riferimento. Innanzitutto per differenziarmi, per dimostrare a me stesso di seguire una scena realmente estrema. Erano un gruppo, più che importante, protesico. Le altre band che seguivo, di cui compravo i dischi o che andavo a vedere dal vivo, avrebbero dovuto in primis riportarmi a loro.  A “Petitioning The Empty Sky” innanzitutto, che ascoltavo ogni giorno dall’inizio alla fine, a quel suo modo di iniziare con una canzone lunghissima e che praticamente rappresentava già i Converge così, per come fosse suonata e per gli argomenti di cui parlasse.

Quell’ottobre era l’ottobre del 2001 e stavamo usando la macchina una delle nostre prime volte, per andare a vedere un concerto fuori città. Ci eravamo persi a Milano mentre stavamo andando a vedere i Converge, era il tour di “Jane Doe”. “Jane Doe” non ha un inizio così olistico come “Petitioning The Empty Sky”. Non ci ha mai pensato. Inizia come un vero disco grind che non potrebbe andare avanti da solo se non avesse altri pezzi grind da concatenare. Arrivò nel settembre di quell’anno e lo disfai sotto ogni suo aspetto, cercando quale fosse la mia canzone preferita e come, secondo, me avrebbero dovuta suonarla qualora li avessi mai visti in concerto.

Guadagnammo il locale senza sapere nulla, da veri forestieri. Kurt Ballou, il chitarrista, si ruppe la mano pochi giorni prima di quella data e la continuazione del tour europeo della band era rimasta in bilico sino alla fine. Decisero che sì, sarebbero andati avanti. Era successo tutto senza che noi sapessimo nulla. Si presentarono sul palco con un roadie e una sedia, Ballou si sedette e iniziarono quasi senza proferir parola. La figura di Bannon venne incredibilmente messa in secondo piano. La sua immagine di cantante e artista, dilaniato dalla vita privata e così maledettamente capace di trasmettere le proprie nevrosi nelle sue canzoni, andò per alcuni attimi affievolendosi. Ma dopotutto era così che me li immaginavo, era così che li avevo sempre sognati. Una realtà plasmata.

Dopo anni in cui ne sentivo parlare nelle fanzine italiane come un vero e proprio culto sommerso e nelle riviste estere come un temporale di stagione, una ridda i cui passi andassero seguiti pedissequamente. Era sempre stato un sogno, per me, far parte di quella risma di ragazzi devoti alla loro forma e alla loro sostanza, e finalmente potevo dire di esserci. Se The Saddest Day rappresentava un’icona frastagliata di un’entità immaginifica quanto precaria, Concubine era un movimento che, qualora dovesse raggiungere una qualsiasi stasi, avrebbe rappresentato la fine ultima di qualsiasi speculazione. Corta, avvincente, scioccante, lasciava la canzone più lunga dell’album alla fine e la intitolava Jane Doe come per farle un favore, chiudendo così una crasi iniziata, in fin dei conti, solamente pochi minuti prima. L’aver assistito ad un loro concerto in un modo così iconoclastico e dissacrante fu la naturale continuazione del percorso di conoscenza attuato sui loro lavori e sulla loro musica: da una parte assistevo ai reportage e alle recensioni scritti da chi, più grande di me di qualche anno, li avesse già visti dal vivo in Italia o avesse già in mano qualche loro lavoro fisico; dall’altra, con internet che stava entrando sempre di più nella nostra realtà quotidiana, chiosavo e traducevo ogni loro intervista come se fosse un’operazione indispensabile.

Le fotografie “Vomito firmato Converge” (grazie Andrea T. per la tua scuola di vita chiamata Hopes of Harmony) andavano così a braccetto con i patinatissimi reportage su Lambgoat, ed io mi sentivo unico. Potevo allora parlare a testa alta di cosa pensassi di canzoni come Homewrecker o Bitter And Then Some; potevo permettermi di comprare una loro orrenda felpa che aveva gli stessi colori utilizzati nella copertina di “Smash” degli Offspring; potevo utilizzare lo stesso linguaggio  utilizzato dalla risma di ragazzi della quale avevo finalmente iniziato a far parte. L’icona utilizzata per la copertina del disco, poi, non lasciava spazio ad ulteriori progetti o ragionamenti come poteva essere per il disco precedente. Diventò da subito una bandiera per chi non aveva confini, un culto da mantenere vivo. Disegnata ovviamente da Jacob Bannon, incominciò a far conoscere al grande pubblico la produzione artistica del cantante, che ben presto sfociò nel rendere l’etichetta da lui stesso creata, la Deathwish, un’unica, eclettica ed inimitabile realtà nello scenario della produzione alternativa americana. Da “Jane Doe” l’impronta divenne perenne, i sentimenti rivelati.

Quella sera i Converge suonarono con i Paint The Town Red, che paradossalmente avevo conosciuto prima di loro, grazie ad alcuni scambi tra distribuzioni con l’etichetta tedesca di Monaco Join The Team Player. In gita nel capoluogo bavarese l’anno precedente, l’ultima gita dei miei anni di liceo, durante l’ora di libertà concessaci dai professori per potersi dedicare al puntuale shopping, cercai il negozio invano. Aveva prodotto i Frodus, gli Assück e il disco più bello dei Darkest Hour. Vidi un sacco di manifesti, di locandine recanti il logo della label, ma non riuscii a trovare quel magico covo. Me lo immaginavo illuminato male e con tante sigarette, con alcuni punk che parlassero delle loro giornate: avevo idealizzato quel luogo ancora prima di aver idealizzato i Converge di “Jane Doe”, in fin dei conti. Alla fine della loro esibizione da onesto gruppo spalla il cantante, per annunciare l’arrivo sul palco dei simulacri di Salem, chiese al pubblico presente, a noi che eravamo tra i pochi quella sera sotto al palco “If you are not ready for Converge, what the fuck are you ready for?!”. Già.

 

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