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Back In Time

Back In Time: EINSTÜRZENDE NEUBAUTEN – Kollaps (1981)

È iniziato tutto 12 anni fa. Ero sul treno che portava a Milano, probabilmente intenzionato a razziare uno dei soliti negozi di dischi, e stringevo in mano Rumore (quando era ancora una rivista seria), in copertina campeggiava il faccione di tre quarti di un uomo, frangia scura, viso gelido. Sotto un nome: Einstürzende Neubauten. Mi tornò in mente che un mio amico con cui condivisi la sala prove che qualche tempo prima mi chiedeva: “Li conosci gli EN? Guarda, sono matti, sul loro primo album c’è addirittura una roba che sembra un assolo di martello pneumatico! Ti potrebbero piacere, visto che stai in fissa con l’industrial.” Inutile dire che nel negozio di dischi della mia piccola e fetida cittadina non vi era traccia di questa band dal nome assurdo.

Nemmeno a Milano trovai ciò che cercavo, a quel punto, ma il giorno seguente chiamai l’amico di cui sopra e ci ritrovammo nella sua cantina a maneggiare oggetti, nella più totale incoscienza e riversando tutto su musicassetta. Fu dopo un’ulteriore trasferta che a Torino scovai il vinile di “Kollaps” con la sua scintillante copertina dorata. Nell’intervista su Rumore a colui che ancora oggi si chiamare Blixa Bargeld – e che accompagnava l’uscita di “Alles Wieder Offen” – traspariva tutto il distacco che il creatore degli EN nutriva in quel momento per il suo album di debutto sulla lunga distanza. Era il 1981, le cose erano letteralmente diverse, in special modo se vivevi a Berlino (seppur ovest). Forse stufo di sentirsi chiedere perché la sua band non faceva più uso così massivo di oggetti di recupero (cosa tra l’altro nemmeno troppo vera) oppure perché il rumore avesse lasciato molto più spazio alla melodia, Bargeld si schermì.

Chi di voi è stato a Berlino, anche in tempi recenti, si sarà reso conto di come non solo l’atmosfera plumbea di questa città possa scatenare desideri rumoristici estremi, ma si sarà anche accorto di quanto gli scheletri di quella che fu la divisione del Muro ancora si staglino sugli spazi aperti, tra ricordi Bauhaus e casermoni sovietici diroccati. Figuratevi in piena Guerra Fredda come doveva essere il tutto. Se necessario “Kollaps” racchiude nei suoi solchi tutto quel turbine di fredda austerità obbligatoria che i giovani inalavano ogni giorno. Impossibile per loro farsi carico dello sventurato decorso della rivoluzione punk ’77, forse troppo “europei” per condividere il piatto anglofono dei punk borchiati, e anche troppo intellettuali per aderire in toto a quello che del punk fu post, ma già molto più vicino alle velleità di quella che sarà ricordata come Neue Deutsche Welle.

Questi ragazzi necessitavano di qualcosa di più radicale che eradicasse tutto ciò che c’era in giro in quel preciso istante, come un incendio che spazza via un intero quartiere gli EN, assieme a tutti gli altri geniali dilettanti, volevano lasciare una cicatrice sul volto di una musica sempre più ammansita e per farlo dovevano urlare più forte degli altri, far gelare il sangue nelle vene di chiunque vi si approcciasse e tagliare con un passato musicale pomposo e protetto dal gotha del music biz e definito intoccabile. Per farlo era anche la parte visiva del proprio lavoro a dover dare quel sonoro calcio nel culo che serviva: presero così di mira la foto posta sul retro di “Ummagumma” dei pomposi fighetti Pink Floyd e in uno sberleffo palese quanto totalizzante alla strumentazione altezzosa degli inglesi contrapposero la loro fatta di metallo, martelli pneumatici, flessibili, lastre di piombo, megafoni, seghe, pinze, tenaglie, un paio di chitarre, amplificatori e un synth. Dietro l’armamentario Blixa, FM Einheit e N.U. Unruh svettano nell’ombra del bianco e nero denso della pellicola dinnanzi alle torri poste all’ingresso dell’Olympiastadion di Berlino, a sua volta vestigia di una realtà spaventosa del proprio passato. Il libretto è scarno, primitivo: le linee dure dei testi e delle scritte, le fotocopie sovrapposte delle foto e delle linear notes si fanno carico di questa rivoluzione selvaggia e meccanica. D.I.Y. Ante-litteram. Preistorico futuro impresso sin dal logo della band (tatuato persino su un braccio di Henry Rollins).

Il resto è pura e infestante anti-music, quando il grind era ancora un sogno e in confronto a ciò sarebbe stato niente più che una barzelletta. Le grida disastrose di Bargeld, i suoi raggelanti lamenti di follia artistoide che fecero innamorare Nick Cave (su Negativ Nein il picco), il martello pneumatico di Steh Auf Berlin che prelude all’entrata di una ritmica back to the primitive, con uomini-mostro che divorano cavi elettrici a tutto andare e cagano fuori scintille e fuoco blu, esplosioni di rumore bianco, scatti nevrastenici, noise e field recording che si inseguono come insetti metallizzati su pareti scrostate e una sensazione di terrore ed oppressone urbana che si innesta dritta sui nervi, tagliati sapientemente dalle chitarre che come rasoiate impediscono ogni tipo di fuga ma che proprio al post punk devono molto più di qualcosina. E per concludere una cover insensata di Je T’aime…Moi Non Plus di Gainsbourg resa stridente dichiarazione d’intenti nel collasso più annichilente, così tanto asciugata e priva di riferimenti da divenire solo Jet’m. Lavorare per esclusione, in un’impennata di minimalismo massimale e di odio cieco e demoniaco.

Non a caso Shinya Tsukamoto si ispirò agli Einstürzende Neubauten nella creazione della pellicola culto “Tetsuo: The Iron Man” e non si trattò solo della colonna sonora (registrata in presa diretta e improvvisata durante la proiezione dal compositore Chu Ishikawa) ma proprio del film in sé, dell’uso di materiale di recupero per creare i suoi mostri di metallo e ruggine, del ritmo incessante e nevrotico di ogni singola scena, disturbante come pochi altri film al mondo. Esattamente come “Kollaps”.

Il rumore è l’unica costante in un mondo sempre più fiaccato da suoni e melodie intercambiabili. Il rumore è un variante evolutiva tanto inarrestabile che dimenticarlo è impossibile. Fa parte di noi, volenti o nolenti.

P.S.: se qualche stolto vi dirà “ma negli anni ’80 è uscita solo musica inutile” voi mostrategli il dito medio mentre fate partire Tanz Debil sul vostro fido device portatile.

 

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