È già accaduto un paio di volte che Oren Ambarchi, Johan Berthling e Andreas Werliin si ritrovassero seduti nello stesso studio di registrazione pronti a dar vita a qualcosa che andasse oltre, ovvero nel 2012 con tutti i Fire! al completo per “In The Mouth – A Hand” e tre anni più tardi per “Tongues Tied” – con Andreas dietro al banco mix. Il trio dunque non è estraneo, non che questo mondo di musica strenuamente aliena lo possa mai essere, un mondo del quale Ambarchi è sia esploratore che ambasciatore, date le sue numerose incursioni al fianco di una gran quantità di matti come lui (se siete digiuni un paio di nomi da cui partire potrebbero essere Jim O’Rourke e Stephen O’Malley, anzi, facciamo quattro con Keiji Haino e Attila Csihar).
Delle destabilizzanti svisate cui si è abituati in questo ambiente su “Ghosted” non vi è traccia alcuna, anzi, forse si tratta di uno dei lavori meno ostici cui ci abbiano abituato le tre menti qui all’opera. Il trio concentra le proprie capacità nel ricreare un paesaggio estremamente urbano (ecco dunque perché lo scatto di Pål Dybwik in copertina fa da perfetto contenitore visuale al tutto), con la sezione ritmica intenta a dare vita a una serie di pedali, o meglio, di loop chirurgici che vanno a concatenarsi in una serie infinita di ripetizioni perfettamente calibrate, al pari di una selezione di vinili a girare sul piatto di un saggio turntablist infognato col jazz in ogni sua espressione possibile, cose che andrebbero a braccetto tanto quanto con The Young Mothers che con Anarchist Republic Of Bzzz.
La chitarra di Oren non sempre ha l’aspetto che ci si aspetterebbe, anzi, è più aduso a renderla uno strumento fuori dagli schemi, come un organo o un synth a onde quadre, che sapientemente crea il ponte tra i ritagli kraut/urban e ritorsioni avant (in tal senso III è la traccia più alienante) atte a lanciare il groove nell’iperuranio, in equilibrio e senza mai strabordare, pur dando quel senso ipnagogico che di certo non può mancare quando si parla di questo tipo di prestigiatori d’avanguardia, che di ritorno possono comunque prodursi in sospensioni notturne guidate dai poetici attacchi di contrabbasso di Berthling malinconiche e rarefatte, mettendo a soqquadro col silenzio quanto fatto fino a quel momento.
Ai più rumoristi di voi forse risulterà “indigesto”, a me, invece, il minimalismo di “Ghosted” risulta deliziosamente naturale, una pennellata crepuscolare di jazzkrauto come pochi sanno farlo ancora oggi. Sempre ammesso che ancora a qualcuno interessi.