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Interviste

Agli incroci della vita: “Acerbo e divorato” è l’album di debutto di Vipera

Foto: Federica De Rinaldis

Il progetto musicale di Caterina Dufì, Vipera, artista di origini salentine di stanza a Bologna, è sorprendente. Nel 2021 il suo primo EP, “Tentativo di Volo” (Dischi Sotterranei) e a dicembre 2023 esce il suo disco d’esordio, intitolato “Acerbo e divorato”, sempre per Dischi Sotterranei.

“Acerbo sarai tu”, mi torna in mente un libro di poesie illustrato, per adulti mai cresciuti, che si intitolava così, e poi in alcuni versi scriveva: «ma per cortesia/non acerbo/acerbo sarai tu/talmente aspro/immangiabile da non volerne più/e poi chi ha detto che devo/piacere a te?/io di certo no/a me va bene/il sapore che ho»; infatti, questo è un disco-divorato, disco-rimuginato, consapevole. Un disco delicato, nella sua crudezza, nella sua dissonanza, anzi, proprio l’attrito che lo caratterizza ne amplifica la sensibilità. Frizione degli opposti, come nella grande lirica, nel senso più ampio possibile, di poesia che scava e scava, nell’io e nel linguaggio: forme linguistiche mutevoli, composite, citazioni, registri alterni, lingue, al plurale, anche straniere; la strumentazione eterogenea; gli andamenti piani e quelli spigolosi, come anche il carico emotivo, a volte gelido, meccanico, a volte commovente. Come una specie di rapsodo contemporaneo, Vipera ci aspetta agli incroci della vita; la troveremo cantarci uno stralcio di verità, senza illusioni, prima di strisciare via, lei, i nostri pensieri, o la verità stessa, che poi, chi ci crede più, alla verità: «Ti desidero e più ti desidero e più si allontana il cielo»; ma anche: «L’amore si ripete, è un pagamento plurale,/è cercare parole appropriate o è servirsi di te per migliorare?».

Ho avuto la fortuna di scambiarci due chiacchiere proprio a partire da questo disco.

Come ti senti all’alba della pubblicazione?

Non lo so. È particolare, è successa una cosa piccola ma che ha avuto in me grande risonanza: c’è un saggio in “The Sacred Wood” in cui Eliot immagina in che modo una persona possa stare a scrivere poesia dopo i venticinque anni, età individuata da lui come un punto di svolta… mi era capitato di leggerlo anni fa, e poi qualcuno me lo ha letto questa estate, quando ne avevo da poco compiuti venticinque e stavo chiudendo il disco. Pare esserci postura diversa da ricercare, un modo centrato di stare, con tutti i crismi e le difficoltà che questo comporta. C’è una dedizione nuova al processo creativo e all’oggetto della ricerca. E sono ancora estremamente legata ai brani, nonostante abbiano praticamente un anno e mezzo, e siano stati registrati tempo fa, scritti ancora più tempo fa.

Anche dal punto di vista strutturale? Vorresti cambiarli?

No, assolutamente. Sento quali sono i punti che avrei potuto svolgere diversamente, ma nella totalità del lavoro non cambierei più niente. È un atteggiamento che desidero assumere nei confronti dei miei lavori: ad un certo punto si lasciano andare, e poi si fa qualcos’altro. Non sono per il lavoro di lima in eccesso. Dopo un certo tempo sento il bisogno passare a qualcos’altro, con le acquisizioni del passato.

Ti emoziona pensare di suonarlo in live?

Sì, soprattutto suonarlo integralmente, in tutta la sua durata e nella consecuzione dei brani mi intriga molto.

Come fosse una sorta di concept-album?

Sì, c’è una struttura alla base dell’ordine dei brani. Ognuno ha più o meno un suo colore e questi colori sono disposti come su una scala che ha degli intervalli e questi staccano a livello stilistico, gli intermezzi uno e due.

Quindi c’è un tema che ritorna, da ascoltatore l’ho intuito, ma vuoi dirci qualcosa in più? Qual è il focus, l’orizzonte?

Beh, sarei curiosa di sapere quello che hai pensato, prima di dirti!

Ci sono diversi piani che mi hanno toccato: già dal titolo, c’è una certa attenzione alla poetica, e quindi a tutte le sue inevitabili interpretazioni. Mi ha colpito il fatto che tu riesca a fare una operazione di cantautorato, una importante ricerca artistica, visuale e musicale, rimanendo molto lirica. C’è un io e un tu, c’è una riflessione sul rapporto io-mondo-altro. Ci ho visto una sorta di analisi esistenziale, di rapporto con le molteplicità del mondo: ad esempio come ne “Il Matto”, entrare in un rapporto non superficiale con vari elementi del mondo umano e non umano. La forza di questo album, secondo me, è la sua profondità poetica. Come lavori sulle parole? Il processo è prima testuale e poi musicale, o va di pari passo?

Secondo me quello che mi hai detto è nella giusta sintesi una parte importante di un tema che mi è molto caro: il rapporto tra persona e mondo, attorno al discorso conoscenza-esperienza, quasi come fosse un ritorno primitivo, geroglifico, a questo tema. Penso che ogni vita si relazioni al mondo – nonostante gli appigli intellettuali – a partire da una ‘preistoria’ personale.

Si può dire che c’è una riflessione sul preverbale? Tu l’hai chiamata preistoria. Anche dal punto di vista musicale, una musica scarna, quasi irrazionale, ma per certi versi anche distillata, semplificata. Naturalmente con la tecnica: non è una operazione naif, ma ricerca del naif.

Coltivo una certa impreparazione a livello musicale-teorico, non ho una formazione tale da avere piena padronanza di quello che sto facendo. Sto cercando di capire se questa è la mia cifra, sto cercando di costruire la mia cifra. Non contaminare troppo la composizione con l’aspetto tecnico, consapevole. Ho dei desideri e delle attitudini estetiche che si relazionano al filtro dell’inesperienza. È anche per questo che nella scrittura dei brani parto spesso dalla voce. L’esigenza di scrivere dei brani parte spesso dal fatto che voglio cantare, o dire, dei testi. Non scrivo musica assoluta, vorrei, ma l’esigenza per ora è differente. Quindi di solito il testo viene fuori da un insieme di osservazioni, in lento accumulo: appunto un testo o un’idea sul telefono, spesso per sporadiche influenze estetiche che in qualche modo ricevo, vedo o parole sentite, indizi sia visivi che esperienziali che cerco di riportare in parola nella fedeltà della cosa vista, descrivendola.

Una sorta di ecfrasi?

Sì, è un discorso che rientra in un atteggiamento che ricerco nello scrivere. Cercare di notare come un dato naturale o architettonico possa esprimersi. È un atteggiamento vicino all’idea di correlativo oggettivo, ma non esattamente quello, è ferma, un’immagine ferma, che non ha tutta quella propensione a dimostrarsi come metafora di qualcos’altro, però lo è – strutturalmente. Le cose che noto più spesso, stando in questa attenzione, sono momenti estremi dell’architettura o della natura, per esempio: il modo in cui si articolano delle crepe su un edificio, i criteri con cui è stato costruito spesso portando attenzione alla rottura, al male.

Il tema del male entra come una sorta di virus nei testi e nella musica. Non penso sia qualcosa di slegato alla bellezza, però che effettivamente è maligno e malefico. Ci vuoi, invece, dire qualcosa sulle tue influenze musicali o poetiche?

È molto variabile. Alcune cose che stavo ascoltando nel periodo in cui ho scritto, adesso non le ascolto più. Una costante per quanto riguarda il lavoro sul testo nella canzone e il valore dell’arrangiamento che si bilanciano è il Battiato di “Gommalacca”, di “Dieci stratagemmi” o anche de “La voce del padrone”, e anche di “Clic”. Mi piace molto Arto Lindsay, le sue ritmiche in “Cuidado Madame” per esempio, ci sono delle parti di batteria prevalentemente acustica che hanno ispirato molto “Eredità”, il sesto brano del disco.

E da un punto di vista testuale?

La poesia è il primo punto di riferimento per la scrittura dei testi. Spesso prendo anche calchi o frasi altrui, che modifico o no, e riutilizzo. Tracce – per esempio – di Giovanni Giudici, Amelia Rosselli, Claudia Ruggeri.

Invece, per quanto riguarda la parte visuale. So già che hai una certa attenzione alla costruzione scenica, ma quanto incide? Penso soprattutto live, ma anche sul disco, se ci saranno dei video. Come ti stai muovendo e cosa significa per te?

Quella dello stare in scena è una questione che non interrogo più di tanto in maniera diretta. Osservo molto i gesti altrui, miei, nella quotidianità e nella differenza della condizione esemplare che è lo stare sul palco. Ma alla fine, quando sto sul palco, l’unica cosa che desidero è di mantenere un rigore, di essere diversa da ciò che dimostro normalmente e inerzialmente nel mondo, una versione migliore.

Una sorta di alter ego demoniaco, nel senso etimologico di daimon, di demone positivo, una stilizzazione di te?

Non c’è un tentativo di oltrepassare quello che sono, neanche negli atteggiamenti, non ho una formazione attoriale che mi permetta di essere in agio dentro ad una postura non mia. Se sto su un palco e non ho degli strumenti, non sto suonando, non sto bene. Quando suoni hai una libertà diversa. Non ho un atteggiamento attoriale nello stare in scena, cerco piuttosto di essere esattamente nelle cose che dico, che canto. Le scrivi, le ripeti, ma non è semplice mantenere una vicinanza tale da innescare interno un cambiamento.

Forse è per questo che sei ancora legata a questi testi!

Forse sì! La parte visuale e video è legata all’idea di ridare in azioni certi aspetti dei brani. Ad esempio, nel video de “Il Matto” c’è un’azione di discesa e risalita eseguita su queste scale, servono per arrivare alla cantina di un frantoio nel mio paese. Hanno una misura anomala, da casa di bambole, ti senti stretta anche quando le scendi normalmente. In quell’azione ho cercato di sintetizzare un sentimento, non espresso verbalmente, un atteggiamento interno che è legato alla mia visione del “Matto”. Non sono tanto legata al discorso sui tarocchi, ma più alla poesia scritta da Claudia Ruggieri sul “Matto”, per come interpretava lei quella figura, legata al male, ad un potere trasformativo che guarda al vano, al cavo. Non essendoci un soggetto esplicito nei primi versi della poesia, creando un’ambiguità tra il matto e il male stesso. Il primo atto di quella discesa, durante le riprese del video, è stato esorcizzante, me lo ricordo molto bene. Un modo di vivere certe cose senza spiegarle analiticamente. C’è un artista olandese di nome Bas Jan Ader, lui ha fatto una serie di filmati dove esegue azioni più o meno estreme: per esempio filmarsi mentre si lascia cadere da un tetto spiovente, o piangere davanti alla camera. La sua ultima azione si chiama “In search of the Miracolous” in cui è partito da un punto nell’entroterra, vicino alla costa, avvicinandosi verso la costa a piedi e successivamente ha preso una barchetta, una delle barche più piccole con cui abbiano mai tentato di attraversare l’oceano, con l’intenzione di esporre, una volta giunto in Europa, il suo diario di bordo. C’è da dire che era un velista versato, non un folle che parte. Nonostante questo, non è mai giunto dall’altra parte dell’oceano, mi ha colpito molto il suo lavoro da artista e anche il discorso sulla documentazione di un’azione personale – intima – che viene eseguita e filmata. Lasciare una traccia, rivedersi.

Hai usato la parola traccia, che è assenza e presenza insieme, e mi sembra un concetto perfetto per la tua poetica: allo stesso tempo una forma verbale e musicale, ma anche la ricerca dell’opposto. Pensi che la riproduzione live concluderà questo tuo processo? Come stai vivendo questo momento che è pre-live?

Tronco molto le fasi. Adesso voglio fare un lavoro sul live, anche quello ha una sua integrità e una sua autonomia. Vorrei fare un discorso puramente musicale: con l’EP Tentativo di volo c’erano in scena delle persone che eseguivano degli atti, ma mi sono resa conto di un accumulo che non amavo, un rumore esagerato, lontano dai miei desideri di adesso.

Sei presa bene?

Assai!

Foto: Martina De Giorgi

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