BIG IN JAPAN 2023: all’alba guarda ad est – i migliori dischi dell’anno provenienti dal Giappone
Ogni anno ci sfugge qualche album proveniente dal Giappone. È venuto il momento di scovarne alcuni tra i più interessanti

Non c’è 3 senza 4. Si dice così? Non ne ho la più vaga idea, forse no, ma che mi frega. Per rimanere in campo nipponico, e da qui manga, il numero 4 farebbe rizzare i peli sulla nuca a Guido Mista, comprimario di “Vento Aureo”, quinta parte della saga di quel “Jojo no kimyō na bōken” tanto ormai sdoganato grazie all’anime. Insomma, bentornati sulle pagine digitali di “Big In Japan“. Per la battuta su Alphaville/Guano Apes/Tom Waits vi rimando allo scorso anno.
Non tutti gli anni, però, possono essere benedetti da album come “Super Champon” delle Otoboke Beaver e così, il 2023, è costellato di ottime uscite ma nessuna a quel livello (ma se pensate non ci siano altri cavalli di razza avete sbagliato ippodromo). D’altro canto succede anche qui in Occidente, tanti dischi bellissimi, nessuno superlativo ma, se già non ve ne siete accorti da soli, aspettate di vedere le nostre classifiche generali di fine anno per le quali stiamo già perdendo decisamente il sonno. Quanto appena descritto è accaduto anche nella cultura pop in senso ampio proveniente o dedicata al Giappone. L’evento dell’anno è stato l’orrido live action di “One Piece” targato ovviamente Netflix (ormai massima esportatrice nipponica a queste latitudini), ma che è inconcepibilmente molto piaciuto, anche al maestro Eiichirō Oda. La famosa piattaforma però si è fatta perdonare con la trasposizione anime di “Pluto”, opera di Naoki Urasawa, già autore dell’incredibile “20th Century Boys” che di musica era intarsiato fin dal titolo (vi dovrò mica dire che si parla dei leggendari T. Rex?).
Ma mi sto perdendo in chiacchiere da bar, qui bisogna batter chiodo e parlare di dischi senza divagare. Anche quest’anno mi son perso per strada cose che qui sono introvabili. Ce ne faremo una ragione, perché di carne al fuoco, in fin dei conti, ce n’è. Partiamo, ma prima…
Church Of Misery – Born Under a Mad Sign
(Rise Above Records)

Dopo poco meno di trent’anni Tatsu Mikami e Kazuhiro Asaeda tornano a stringersi la mano e a dipingere a pennellate lercissime i ritratti di un buon numero di assassini. Perché è questo che sono i Church Of Misery e non cambieranno casacca certo ora. Copertina in tutto e per tutto simile a un disco della Impulse!, tavolozza presa di peso da “Out to Lunch” di Eric Dolphy e si parte verso l’abisso. L’ugola acidissima di Asaeda è ancora pericolosa, un’arma letale, tra grida alte e scatarri piazzati a inframezzare il doom putrescente battezzato dal malanno delle quattro corde pulsanti di morte di Mikami e delle new entry Toshiaki Umemura e Fumiya Hattori, quest’ultimo dalle sei corde deliranti, ci danno sotto con lentezza esasperante, attacchi feroci, suoni rifiniti con la peggio lordura tirata su da chissà quale fogna che non ha visto la luce del 1° gennaio 1980. Altro che Giappone pulito, tecnologico e sfavillante qui siamo nei meandri più nefasti degli Stati Uniti e attorno a noi ci vediamo solo corpi senza vita e miasmi di progressioni luciferine a perdita d’occhio/orecchio. Letteralmente.
Merzbow – CATalysis 猫媒
(Elevator Bath)

“Fenomeno in virtù del quale una sostanza, detta catalizzatore, presente anche in piccola quantità, modifica la velocità di una reazione chimica, senza entrare a far parte della composizione dei prodotti finali e senza variare lo stato di equilibrio della reazione stessa” [Treccani], però coi gatti. E Merzbow. Masami Akita non ha bisogno di chissà quali introduzioni. Egli È il noise, anzi, Japanoise, se vogliamo. Sentite del disastro provenire da in fondo alla strada di notte? Di sicuro è lui. Lo scatto di copertina ad opera di Holly Doyel sembra quasi l’evoluzione del kuro neko, spirito protettore dell’ennesima follia del maestro del disagio originario di Tōkyō. Il resto? Disastri rumoroidi, metallo sbattuto e processato, straziato, onde di suono spaccate in mille milioni di pezzi e sparse in tracce dalla lunghezza estenuante, spruzzate da ritmiche minimal techno se foste a un rave su un pianeta mostruoso in una galassia bestiale. Un atto di ipnosi senza fine. Insomma: classic Merzbow.
betcover!! – 馬 (uma)
(Autoproduzione)

Fanno ancora una volta tutto da soli, i betcover!! di Jiro Yanase e fanno bene. Sono liberi di spargere follia come più gli piace. Vivono in un altro tempo e forse pure in un altro mondo. Quello che più mi stende di “馬” (uma) sono le gargantuesche linee di basso di Hayato Yoshida che piombano come pestoni mortali anche in mezzo alla ballad più morbida. L’altra cosa è la capacità di passare da un languido romanticismo (quello di 鏡 (Kagami) e della languida フラメンコ (Flamenco), per intenderci) a sferzate di rumore propulsive, artjazz&artrock come se piovesse acido, incastrati tra Lounge Lizards e bolidi a là Arto Lindsay qui interpretato da Riki Hidaka e dalla sua sei corde. Yanase si destreggia tra croonerismi matti e situazioni più spiazzanti ed è un vero fenomeno. Come diceva il collega Stufano parlando di “卵” (Tamago), uscito lo scorso anno, non fosse per la barriera linguistica staremmo parlando della next big thing, ma noi battiamo il ferro, chissà che non ne esca una bella lancia perforante che vada a spezzare il velo.
BBBBBBB – Positive Violence
(Deathbomb Arc)

Se a metterti sotto contratto è un’etichetta come la Deathbomb Arc, che negli anni ha pubblicato roba del calibro di clipping., JPEGMAFIA e Death Grips (giusto per citarne tre) qualcosa vorrà ben dire. Quindi devo un attimo ricalibrare la faccenda “non sono usciti dischi fenomenali”, perché questo “Positive Violence” (espressione che nel mondo rave torna sempre) temo proprio lo sia. Il duo proveniente dalla prefettura di Aichi conosciuto come BBBBBBB si è chiaramente bevuto il cervello. Le grida disarticolate (cugine di primo grado del grindcore più schifoso possibile) che cavalcano il gabber pandemonio rendono il tutto un passo oltre la ferocia pura del digital hardcore battezzato nei ’90 dagli Atari Teenage Riot. Faranno la vostra felicità, se siete fuori di cranio, i synth assassini completamente fuori misura che smantellano tutto ciò che può essere anche solo minimamente inteso come melodico. Ossessione allo stato puro. Pure i video trasudano trasandatezza, brutalità e violenza. BPM incalcolabili. Ulcere breakcore. Droga a portata di mano. Grazie.
Naoko Sakata – Infinity
(Pomperipossa Records)

Le cascate di note e suono che sgorgano dal pianoforte di Naoko Sakata sono lenitive. Sembrano cori a centinaia di voci cristalline che si lanciano in picchiata verso l’ignoto. Non ha nemmeno senso definire un genere a cui ascrivere il suo “Infinity“, è classica, contemporanea, improv, tutto. Perché sì, i brani di Sakata sono improvvisati, a muoverla e ispirarla sono le carte dei tarocchi e quel che sente risuonare in lei, il tutto registrato in soli due giorni. Ne scaturisce una potenza devastante, morbida e aspra allo stesso tempo, chiaroscuri che perforano lo spazio e il tempo. Suona finché non si è lasciata il mondo reale alle spalle, è lei stessa a dirlo, e si sente. Sentimenti che si trasformano, crescono, nascono, muoiono, stingono e rifulgono. Non è un caso se “Infinity” è il secondo disco sotto l’egida di Anna Von Hausswollf. Proprio no. P.S.: in un’intervista ho letto che una delle sue canzoni del cuore è Baby Don’t Cry di 2pac. Che altro aggiungere?
HANABIE. – Reborn Superstar!
(Epic Records Japan)

Dopo il ferocissimo debutto “Girl’s Reform Manifest” le HANABIE. firmano al volo un bel contratto major e sfornano un sophomore album micidiale. Per quel che mi riguarda le quattro di Tōkyō sono, assieme a Coldrain e Maximum The Hormone (dei quali non a caso avevano una cover band), il meglio che il metal alternativo nipponico possa sfornare. La voce di Yukina è mefistofelica, quella di Matsuri il suo opposto zuccherino, assieme fanno a brandelli tutto. Ritornelli che fanno volare, missili ultrametalcore, staffilate extreme, sintetizzatori brillanti pronti a lanciare intramezzi à la LMFAO e tutto l’immaginario manga fanno di “Reborn Superstar!” un gioiello di ustionante bellezza. Se ne parla come di Harajuku-core (in pratica ilquartieredellenuovetendenzecore, per intenderci), non a caso, gli stili che si mischiano sembrano pane loro, e le HANABIE. sono sgargianti e non riesci a piazzarle da nessuna parte se non nello stereo a volume criminale pronti a scapocciare su ogni singolo stompone assassino.
Patrick Shiroishi – i was too young to hear silence
(American Dreams)

Consueto appuntamento nel consueto appuntamento, ovvero “E ora qualcosa di completamente diverso” poiché Giappone e Stati Uniti (Los Angeles, per la precisione) si incontrano nella figura di Patrick Shiroishi. Se sentite un sassofono negli album usciti quest’anno di Xiu Xiu, The Armed e Agriculture si tratta di lui. Non poca cosa, vero? Vero. Se il leggendario sassofonista Kaoru Abe soleva andare a suonare in mezzo al traffico per allenarsi a far esplodere il suo sax alto più forte del clangore cittadino, Shiroishi ne segue le orme ma in modo alternativo: registra in un parcheggio sotterraneo posto al di sotto del Jazz Cat di Monterey Park, California. L’ambiente è parte integrante di “i was too young to hear silence“, come fosse un altro strumento, molto più di un semplice effetto. Lo insegnano i grandi maestri della musica contemporanea e Shiroishi apprende ed esegue. Follia a tutto spiano, free jazz in forma improvvisata, un’unica perfomance che lega i nove brani che compongono il disco in un unico, disarmonico mostro tentacolare e notturno.
Gezan with Million Wish Collective – あのち
(十三月)

Avevamo lasciato i leggendari Gezan tre anni fa con quel disco pazzesco che era “狂” (KLUE) e, si sa, se per tre anni gruppi come quello di MahiToThePeople se ne sta in silenzio sappiamo che ha qualcosa in mente (semicit.). Per non smentirsi la band torna con un album fenomenale intitolato “Anochi“. L’universo post-hardcore del quartetto di Osaka si amplia fino all’estensione finale nell’oltremondo della follia. Galassie world music e hyperfreakettone piantano le radici nel terreno violento dissodato in combutta con il Million Wish Collective (da queste parti troviamo la ex-OOIOO OLAibi) e lo innaffiano di brutalità alienanti, samples vocali, fiati, cornamuse che svettano in terreni postpunkeggianti, nenie pop superlative come le galattiche INTERSECTION e We Were the World, viste a pulirsi le terga con tutto il pop occidentale uscito quest’anno, senza contare ovviamente Linda ReLinda, marcetta infantile d’antan.
Hinako Omori – stillness, softness…
(Houndstooth)

Basterebbe la copertina-dedica a Man Ray a farmi riconfermare Hinako Omori anche nel “BIJ” di quest’anno. Ma poi c’è pure il disco, e allora…Allora in confronto a “a journey…” questo “stillness, softness…” è molto più oscuro, quasi in tocco d’ansia nella pace interiore che riesce a trasmettere Omori grazie anche alla sua voce eterea. Art pop destrutturato e minimalista, sospeso nel nulla, un tocco che pare un soffio, linee vocali che pesano tantissimo, che scavano nei lati più reconditi dell’anima e tutto quel baluginare sintetico che fa rabbrividire.
つづく
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