
Abbiamo scambiato qualche impressione con Giovanni Succi a margine dell’uscita dell’ultimo disco targato Bachi da Pietra, “Accetta & Continua” (qui la nostra recensione). Un lavoro che conferma l’attitudine del trio formato dal sopracitato Succi, Bruno Dorella e Marcello Batelli, costantemente a muso duro.
La sensibilità politica non era del tutto assente nei precedenti dischi dei Bachi da Pietra, al contempo mai era stata così predominante: come motivate l’esplosione di dissenso di “Accetta & Continua”?
Non ti offendere ma non mi pare che tra noi insetti e voi umani sia mai corso buon sangue. Certo avete fatto anche cose buone, abbiamo visto il giardinetto di ghiaia bianca sotto il monte delle vostre atrocità. Bello. Anche il nostro mondo è atroce, ma non falsamente in nome di una qualche entità superiore. Detto questo, come sempre con grande spensieratezza e nel segno del buon umore, la nostra ricetta non è cambiata aggiungendo più “dissenso” all’impasto. Prendere o lasciare.
La scrittura di Giovanni ha una costante fascinazione per la violenza, tra serio (Fuori c’è il vicino), e faceto (come nella title-track). Ai tempi di Black Metal il mio folk quei riferimenti risultarono spaventosamente profetici, arrivando un mese prima della strage al Bataclan. Perché raccontate così spesso la violenza? Ricordarla è un modo per non assuefarsi ad essa, come suggerirebbe Al Belcanto?
Perché è rock’n’roll, e una volta serviva a questo, non a vincere i concorsi di bellezza. Per me è anche letteratura, in senso tecnico. La fascinazione per la violenza è nel mondo, non in me. Io ripudio la violenza, ma vivo in questo mondo.
Fuori c’è il vicino trasmette qualcosa di diverso rispetto alle altre tracce: dà la sensazione di un’esperienza vissuta in prima persona. Raccontateci della genesi di questo pezzo.
Di solito i testi me li passa il diavolo al crocicchio, ma questo è farina del mio sacco. Dopo aver subito un’aggressione a sfondo razzista (“terroni di merda” gridava il patriota per un cancello aperto) da parte del buon borghese della porta accanto, era il 15 agosto 2015, ho passato anni di angoscia. Scrivere è stato l’unico modo per liberarmi in parte del peso dell’ingiustizia e della rabbia.
In questo disco a Marcello è stata completamente affidata produzione, registrazione e mixaggio, e sì che Giovanni e Bruno non sono proprio dei ventenni esordienti da mettere in riga. È riuscito a portare qualcosa che mancava alla vostra esperienza?
Eccome! Bruno e io siamo il tipico esempio di musicista piuttosto impacciato nella gestione tecnica della faccenda. Di solito si capisce alla nascita chi sarà il musicista e chi l’ingegnere del suono. Marcello, in quanto figlio di Apollo, ha queste due nature al sommo grado fuse insieme, il che è raro
Adesso avete in canna una decina di concerti invernali, a cominciare dal release show di Felizzano. Nella fruizione dei concerti siamo per fortuna tornati alla situazione pre-2020, si può dire lo stesso per booking e promozione? Si ha la sensazione che club e organizzatori si stiano concentrando su grandi eventi da entrate sicure, penalizzando quella larga fetta di band che Non ha mai fatto 31, per intenderci.
Non sposterei le responsabilità della situazione attuale su chi organizza, investe e quindi cerca di far quadrare le spese. Dobbiamo assumerci la responsabilità delle nostre preferenze. Alla radice ci sono le scelte legittime del pubblico che decide dove andare a spendere i suoi soldi; chi organizza alla lunga si adegua e propone di conseguenza. Le leggi di mercato esistono in natura e le determina la domanda. La domanda adesso è prevalentemente di GRANDI EVENTI perché il pubblico vuole quelli e vuole spendere tantissimo per essere al cospetto di grandi nomi già universalmente noti. Più o meno l’atteggiamento opposto a quello che ha permesso a quegli stessi nomi di diventare grandi. Va bene, ma fate pace con voi stessi.
