
Per chi è abituato a frequentare la musica dei C’Mon Tigre, quello che sto per dire suonerà come un’ovvietà: il loro sound vive da sempre di contaminazioni, di incontri. Fin dall’omonimo esordio, avvenuto una decina di anni fa, il duo italiano – ma pronto al bisogno a mutarsi in collettivo internazionale, intrecciandosi in collaborazioni disperse ai quattro angoli del pianeta – ha costantemente dimostrato la propria predisposizione al tuffo nell’ignoto. Mai un’esitazione, sempre sotto la spinta di una curiosità bruciante per il mondo e per le storie degli uomini che lo abitano. Con “Habitat”, il loro quarto album (qui la nostra recensione), i C’Mon Tigre hanno deciso di esplorare il continente sudamericano, in particolare il Brasile e le sue variegate tradizioni musicali. Ci siamo fatti spiegare da loro le origini e gli sviluppi di questo ennesimo viaggio.
La prima cosa che ho notato del disco riguarda la sua veste grafica. Dopo tre album nei quali la tigre campeggiava evidente in copertina, stavolta c’è una differenza. La tigre non è più l’unico elemento, ma è inserita in un contesto più naturalistico: la vediamo defilata, sulla destra, il solo viso a emergere tra il fogliame. Considerando quanto l’aspetto visivo è sempre stato una parte molto rilevante del vostro progetto, mi sembra difficile credere che sia un caso…
Abbiamo fatto un passo laterale per togliere la Tigre dal centro, il titolo è Habitat, è il contesto che volevamo mettere in primo piano. Ci muoviamo in un territorio non così familiare e abbiamo voluto con noi una tigre osservatrice e non predatrice.
Rimanendo sull’aspetto visivo dei C’Mon Tigre, la natura cinematografica dei vostri brani – in particolare dei singoli – è sempre stata piuttosto evidente. Spesso mi riesce facile immaginare i vostri pezzi come colonne sonore di altrettanti corti. Questa sinestesia tra il lato musicale e quello visivo nasce spontaneamente, oppure vi interrogate esplicitamente su quale sia il modo migliore di veicolare immagini tramite suoni?
È un passaggio naturale, non c’è molta premeditazione in quello che facciamo, certo ci interroghiamo sempre molto, ma dopo aver fatto delle cose non prima. La nostra vita prima di C’mon Tigre è stata a strettissimo contatto con l’arte visiva, nelle sue diverse forme, per cui applichiamo istintivamente un metodo nostro di associazione e ricerca di un corrispettivo visivo già dai primi embrioni di scrittura dei brani, alcuni li portiamo a compimento, altri no, ma le immagini si concretizzano automaticamente nella nostra testa.
Concentriamoci ora su “Habitat”. Da dove è arrivata l’idea di esplorare le sonorità del continente sudamericano?
Anche questo un passaggio spontaneo, di solito in chiusura di un processo di scrittura di un album, che può durare anche degli anni, si vede apparire un brano che è in realtà il seme per disco successivo, e così è accaduto con Kids are Electric, che si struttura su un Forrò del nord est brasiliano. Da qui ad habitat il passo è stato brevissimo, ci siamo voluti tenere questa bella vibrazione di fondo che la musica brasiliana porta con se, e abbiamo approfondito questo cambio di direzione, ritenendolo fondamentale per raccontare l’Habitat vitale di cui avevamo bisogno.
Una delle caratteristiche fondanti della vostra musica è la commistione di diversi generi: jazz, funk, elettronica, afrobeat, psichedelia, a cui avete aggiunto in questo disco forti influenze sudamericane – in particolare brasiliane. Come fate a non perdere la vostra identità in mezzo a tutti gli stili che affrontate?
E chi lo sa! Come detto prima, noi le cose prima le facciamo e poi cerchiamo di capire che strada abbiamo preso e perché lo abbiamo fatto, sarebbe pericolosamente noioso fare diversamente. L’identità è una cosa profonda che non coincide con l’estetica di un suono, quella può cambiare, come i vestiti che indossi. Cambiare l’identità sarebbe più come un trapianto di organi interni.
Andando in controtendenza rispetto a tanta musica odierna, che tende a privilegiare toni sommessi, quando non apertamente malinconici, mi sembra che “Habitat” brilli di una vitalità difficilmente riscontrabile anche nella vostra stessa discografia. Cosa vi ha spinto a dare questa sferzata di energia alla vostra musica?
Ne avevamo bisogno noi per primi, uscivamo (tutti) da periodi complessi, anche a livello globale direi, ad un certo punto è stata una nostra necessità diretta quella di costruirci un habitat per noi stessi, che muovesse energia e benessere, vitalità, ci siamo immaginati immersi nella natura più rigogliosa. Il titolo rappresenta molto bene quello che ci immaginavamo: uno spazio di equilibrio, organismi differenti che convivono ed interagiscono tra loro tenendo in piedi il tutto, è stato come una boccata d’aria fresca.
Avete sempre lavorato di contaminazioni, andando a prendere generi, stili e atmosfere spesso estranei alle vostre origini – tanto più in questo album, innervato com’è di riferimenti alla musica sudamericana e brasiliana. In che modo siete riusciti ad approcciare tutto ciò dandone una lettura personale e autentica, evitando un atteggiamento da “turisti della musica”?
Ci piace pensare a C’mon Tigre come un grande aggregatore di idee, ci guardiamo intorno, ascoltiamo, annusiamo, e tutto quello che lascia il segno lo ributtiamo nel nostro lavoro e nelle nostre produzioni. Dopo qualche anno siamo probabilmente riusciti a ritagliarci uno stile, qualcosa che rimandi facilmente a noi, e la cosa ci fa estremamente piacere, serve dare un carattere di base a tutte le influenza che arrivano, ed un metodo di lavoro per dar loro vita. Prendi “Habitat” ad esempio, c’è tanto Brasile, ma non può certamente definirsi come un disco di musica Sudamericana.

Nei vostri dischi avete sempre collaborato con artisti dal background piuttosto eterogeneo. La mia impressione è che in Habitat questa tendenza abbia raggiunto il suo massimo. Se da un lato abbiamo Seun Kuti, un featuring quasi scontato considerato il vostro background musicale, troviamo poi anche Giovanni Truppi, Arto Lindsay, Xênia França – ciascuno portatore di un’idea radicalmente propria di musica. Come è stato lavorare con ciascuno di loro? È stato complicato raccogliere le loro diverse anime e accordarle a quella dei C’Mon Tigre?
L’esperienza è stata diversa con ognuno di loro, ovviamente, è stato un lavoro impegnativo, non lo definiremmo complicato. Abbiamo lavorato sia a distanza che in presenza, ma il punto non sta li. Quello che dici è molto vero, sono tutti dei caratteri forti del loro genere musicale e del loro mondo, della loro cultura e questa è stata una delle cose che ci ha attratti di più, che volevamo che uscisse, Seun Kuti è uno dei maggiori esponenti dell’afrobeat attuale, Xenia França è una voce importante della musica brasiliana dei nostri giorni, ha appena vinto un Latin Grammy e siamo estremamente felici per lei, Arto Lindsay è un riferimento per la musica sperimentale, vive tra Rio De Janeiro e New York, e Giovanni è per noi uno dei migliori autori della musica italiana contemporanea: li abbiamo coinvolti, c’è stato un confronto ed uno scambio che ha creato una forte partecipazione ed impegno. Hanno dato molto di sè, hanno arricchito le liriche e la musica, tutto si è mescolato in maniera naturale.
In una vostra intervista per Rolling Stone, ho letto che spesso nei vostri dischi è già racchiuso, in forma di canzone, un presentimento su quale sarà la prossima tappa della vostra odissea musicale. Avete inserito un easter egg del genere anche in “Habitat”? Dove ci dirigeremo col prossimo disco?
C’è sicuramente, ma non sta a noi rovinare la sorpresa, potremmo muoverci verso qualcosa di più minimale, e di più acustico anche. Non c’è nulla di premeditato, scopriamo noi stessi strada facendo, abbiamo idea dove andremo a finire ma le cose sono in costante evoluzione. Di sicuro ci spinge un’enorme curiosità, potremmo finire più a nord, o più ad est.
