Halley DNA – Serpenti in testa
Recensione del disco “Serpenti in testa” (Dischi Sotterranei, 2024) degli Halley DNA. A cura di Nicola Stufano.
Questa è una storia che parte da molto lontano, da una Padova che non c’è più, sparita, rimossa fisicamente, come i palazzoni di Via Anelli, un simbolo di degrado che oggi si è trasformato in un degrado diffuso e itinerante, non certo svanito. È la storia dei Red Worms’ Farm, una delle più incendiarie live band dell’underground italiano degli anni zero, ma anche di Renato Benin e dei suoi Gruppo Trasversale, punk-hc dell’alta padovana.
È successo a un certo punto che questi ‘reduci’ si incontrano, si ritrovano, e suonano insieme nello studio di Renato a Piombino Dese, sotto lo sguardo produttivo più che protettivo di Giulio Ragno Favero (ex-Teatro degli Orrori), senza dubbio il più rinomato produttore in zona per chi mastica rock serio. E suonando riscontrano che, nonostante gli anni di ufficiale inattività, hanno ancora tanta ispirazione e sfornano uno, due, tre dischi nel giro di pochi anni.
“Serpenti in Testa” è il terzo episodio degli Halley DNA, supergruppo formato da Marco Martin e Matteo Di Lucca dai Red Worms’ Farm, Renato Benin e Alessio Zago, terza chitarra su quattro elementi. “Serpenti in Testa” è la conferma che questo sound acceso, torbido e granitico funziona ancora, e soprattutto dal vivo, nonostante la mezza età alle porte.
Sì, non c’è il basso. Esticazzi? È una scelta che dà un reale valore aggiunto. Ben più dell’italiano che, come precisato dalla band, anche se è una novità non è una scelta dettata da chissà qualche esigenza comunicativa. I testi sono per lo più cantati a più voci, ma non sono anthem à la Gazebo Penguins, sono più slogan da manifestazione anarchica. C’è della ricerca di varietà sonora, come nei cambi di ritmo vagamente mediterranei di Dune, nelle tastiere ’70 e nella tendenza un po’ più barocca di Diego Armando o nel contorto recitato di Ipnorospo.
Halley DNA è un modo di far musica che non si piega alla modernità patinata e consumistica in senso stretto e va avanti per la sua strada, è la via dei maestri americani del mathcore e del DIY che viene tenuta aperta. Dei “vecchi” che per tecnica ed energia continuano a far impallidire e – perché no ? – la nicchia di Gen Z che ancora ascolta e fruisce rock.




