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Il Sogno Del Marinaio – Terzo

2024 - Improved Sequence
free jazz / avant rock / sperimentale

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Tracklist

1. Song for anima mundi
2. Max Roach 8 Ball
3. Purple, Orange, Green + Yellow
4. 21st Marinaio Dream
5. Grabbing Me by My Own Air
6. Pedro Ten – Four
7. The Fall
8. None Dare Call It Conspiracy


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Mike Watt, durante l’intervista che gli ho fatto lo scorso anno, mi aveva avvisato: “Questo progetto è davvero vivo, tutt’altro che estinto, fratello.” Parlava de Il Sogno Del Marinaio, che poi un sogno è per chiunque di noi abbia messo le radici, anzi, permettetemi un’ovvietà marinaresca, mollato gli ormeggi per veleggiare nel mondo alternativo in quest’Italia di copiaeincolla debilitanti. Watt, che ha fatto la storia dell’hardcore punk facendolo a brandelli con i Minutemen, poi l’alt rock con i fIREHOSE, unito le forze a Iggy e i suoi redivivi Stooges, suonato in lungo e in largo in quell’altro Oceano altro, nascosto, ma nel Nuovo Mondo, si ritrova fianco a fianco con Stefano Pilia (che con la sua sei corde ha dato man forte a Massimo Volume, In Zaire, Massimo Pupillo e tante di quelle altre cose da doverci fare un articolo a sé) e Andrea Belfi. Lì inizia il sogno, roba da non crederci, eppure c’è. È viva. Tutt’altro che estinta, fratelli,

Tutto vero. L’altro spoiler che mi servì durante la chiacchierata è che dietro la batteria non ci sarebbe stato più Belfi, ma Paolo Mongardi, per fare un sunto, se non lo conoscete, è quello che fa tremare pelli, legno e ferro con i monstre Zeus!, e hai detto poco. Il sogno si arricchisce un’altra volta, ancora un elemento per navigare in acque scure e poco conosciute. È così che, a dieci anni da “Canto secondo”, prende vita “Terzo”, si materializza qui, dove c’è più bisogno di sensazioni allucinatorie, di un mondo oltre il velo, la patina e il grigiore che si stanno impossessando delle nostre vite fissate agli schermi. Ma non è solo questo progetto a non essere estinto, anche la musica altra ancora vive e respira, sott’acqua, ma respira. Si è adattata. Sopravvive e lotta per noi.

Ma Il Sogno Del Marinaio non ha bandiere, vive in mare aperto e se ne va per i cazzi suoi come meglio crede, e così fa “Terzo”. Non lo si può inscatolare da nessuna parte, è disciplinatamente anarchico, salta gli steccati di genere e parte per la tangente senza mai andare fuori fuoco. Mica roba da poco. In questo sogno troverete canzoni vere e proprie, imbastite su melodie e schemi ben definiti, con ritornelli e cori, rock alternativo venato art, bellezze vocali (condivise in questi casi con l’immensa Petra Haden), deliziose e ondivaghe dissertazioni free jazz cullate da chitarre e una tromba che come il rullio del mare ci sospinge via (ad opera di quell’altro gigante che risponde al nome di Ramon Moro), deragliamenti noise rock spingenti, dilaniati da Pilia e dal suo modo mai convenzionale di trattare il proprio strumento, che da telaio melodico si tramuta in sega elettrica mentre Mongardi detta la rotta, picchia incessante, il tutto mentre le quattro corde di Watt, con il loro suono secco e riconoscibile tra mille, disegnano ora intricate sezioni alienanti, ora sintomi funkadelici e un attimo dopo morbide autostrade di ritmo ma sempre con quel piglio (anti)punk che da sempre lo contraddistingue. Sopra tutto il suo cantar parlando, narrando di realtà e tempi che ci saranno o magari non ci sono più o mai stati del tutto.

Il sentore che lascia nelle orecchie è quello di non voler mai più uscire da questo momento che è venuto a crearsi. Pur cambiando pelle di volta in volta ne ha una e una soltanto. Unica e dai mille volti. Pochi sanno farlo così bene e con un tiro tanto invidiabile. Li contiamo ormai sulle dita di due mani. Un dito è destinato a Il Sogno Del Marinaio. È valsa la pena attendere ‘sti due lustri.

Sento le grida dal ponte. Voci di uomini urlano istruzioni che sembrano versi di una mandria di capre al macello. A nessuno importa se mi metto a cantare anch’io da qui, quindi canto. Canto la prima parte due volte e lentamente e con sentimento e il resto in fretta come una canzoncina da ballare. Fa così. Ascoltate. Ditemi se ho una bella voce.

“McGlue” – Ottessa Moshfegh

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