
Da poco tornati in pista con il nuovo album “Nevermind The Tempo” (qui la nostra recensione), gli I Hate My Village continuano ad essere una delle cose più belle capitate alla musica italiana degli ultimi anni. Per l’occasione, abbiamo scambiato due chiacchiere con Fabio Rondanini e Adriano Viterbini.
Ciao ragazzi, che piacere poter scambiare due chiacchiere con voi. Da grande ammiratore del vostro lavoro, significa molto. Prometto che non mi farò prendere troppo dall’entusiasmo. Per iniziare, mi viene naturale aprire la conversazione chiedendovi: come stanno gli I Hate My Village? Proprio in questi giorni realizzavo che è passato un po’ di tempo dalle vostre ultime sortite.
FABIO: Siamo come ci avete lasciato, come vi abbiamo lasciato, né più né meno. Siamo molto eccitati, molto presi dal progetto e dall’impegno che ci richiede. Sono giorni pieni per noi, ché ci troviamo in allestimento a Bologna, dove ci aspetta un’intensa settimana di prove. “Nevermind The Tempo” è un disco molto complicato da portare live. Durante le registrazioni non abbiamo mai pensato – neanche per un istante – a come lo avremmo reso dal vivo, sebbene forse avremmo dovuto chiedercelo. Questo però ci dà la libertà di cambiare le carte in tavola, con tutto il divertimento che ne consegue. Certo è che proveremo a fare del nostro meglio.
Ve lo stanno chiedendo in tanti, ci scommetto. Peccherò di egoismo, ma non voglio privarmi di sentirmelo raccontare da voi in prima persona. Com’è nato questo secondo album?
ADRIANO: Abbiamo avuto un po’ di idee e le abbiamo accumulate, dalla fine del primo disco ad oggi. Noi cuciniamo con le jam session. C’è una cartella sul nostro computer, piena zeppa di ipotesi, ritmiche, riff, spunti per la voce. Un po’ per caso un po’ per scelta, ci siamo concentrati su un certo numero di brani, probabilmente intuendone virtù e potenziale narrativo. Abbiamo cercato di fare una cernita anche seguendo un’estetica, un’energia, che fossero in grado di soddisfare le nostre esigenze comunicative dal vivo. A Brescia, nello studio di Marco, abbiamo riascoltato tutto il materiale provinato e deciso insieme cosa lasciare, cambiare, buttar via. Ad esempio, Water Tanks è figlia dell’unione di due pezzi nati per divertimento da Alberto, ad Albino. Questa giustapposizione si sente bene nel brano.
FABIO: È vero, però, che per “Nevermind The Tempo” abbiamo leggermente cambiato attitudine. Se nella nostra testa il primo disco suonava strumentale, qui c’è stata l’intenzione di sperimentare con la forma canzone.
Il vostro primo album ha fatto capolino nelle mie orecchie in più momenti di stallo creativo, sempre con nuovi stimoli. Lo scorso gennaio è stato anche la mia colonna sonora durante degli scavi archeologici in Kuwait. Visto che ne ho l’occasione, ne approfitto per ringraziarvi. “Nevermind The Tempo” è davvero bello. Credo che sia un netto passo in avanti in termini di sintesi sonora. Magari mi sbaglio, ma per quanto qui sia in atto una costante valorizzazione delle imperfezioni, il risultato sembra più organico. Cosa è cambiato rispetto a cinque anni fa? Mi interessano i processi evolutivi interni alle band, e quindi penso alla gestione delle influenze, delle dinamiche di lavoro personali e interpersonali, delle finalità artistiche.
FABIO: Tutti e quattro siamo in continua evoluzione, irrequieti, alla costante ricerca di cose nuove. O ancora, ci annoiamo con grande facilità. Chiamalo fastidio dei tempi, se vuoi, delle tecnologie che cambiano troppo in fretta. Non vorrei esagerare, ma ti direi di immaginare “Nevermind The Tempo” come un disco di fantascienza, in cui parliamo di come l’essere umano reagisce al progresso.
ADRIANO: Parlerei anche del bisogno di stupirsi. Quando diventi grande, finisci per pubblicare la musica solo se effettivamente ti fa tornare quel brio, quel senso di stupore che si ha intorno ai quindici anni. Crescendo, succede meno spesso. L’obiettivo, dunque, è proprio quello di ricreare quella condizione favorevole, quel paesaggio mentale fertile per far maturare un «Wow». Noi abbiamo cercato di mettere insieme questi raptus creativi, viverli in modo selvaggio, stimolarci nel tempo e credere a quello che abbiamo costruito finora. Oltre ad essere parte di un sogno, questo progetto rappresenta proprio un’estensione del nostro cervello. Quando le cose sono apparse come giuste, le abbiamo pubblicate.
La vostra opera nasce nel segno dell’afrobeat, dell’amore per la musica africana. Presumo quindi che siate persone a cui piace mettersi in discussione e aprirsi a nuovi orizzonti socio-culturali. Come vi muovete? Ascolto randomico o incontro selezionato?
FABIO: Ascoltiamo musica di continuo, sempre muovendoci in direzioni ben precise, non tanto per vicinanza sonora alla band, quanto piuttosto per attitudine. Senza dubbio, la passione per la musica africana ibrida resta una base feconda per ogni ulteriore sviluppo.

Del vostro processo compositivo vi hanno domandato a sufficienza. Vorrei chiedervi, piuttosto, se vi capita mai di pensare a quanto sia potente la proposta degli I Hate My Village. Siete dei professionisti che vengono da quattro realtà storiche (Bud Spencer Blues Explosion, Calibro 35, Jennifer Gentle, Verdena), eppure avete creato qualcosa di altrettanto unico e che non ha niente da invidiare ai vostri progetti di origine.
ADRIANO: Guarda, noi siamo per il no alla falsa modestia, quindi ti ringraziamo per quello che dici e rispondiamo con un sonoro sì!
E col “villaggio” come convivete?
FABIO: Come tutti, a fatica. Cerchiamo di distinguerci e – nel nostro piccolo – di colpire nel segno.
Qual è il problema della musica italiana oggi? Ve lo chiedo così, a secco, perché è una roba che sento dentro, ma a cui spesso non so dare una spiegazione. Mi sembra di vivere in un apatico status quo che tuttə si fanno andare bene, ma in cui nessunə è veramente felice. Manca una controcultura? Magari riuscite ad illuminarmi.
FABIO: Secondo me, la musica italiana va benissimo, è tutto perfetto. Io il problema non lo vedo. Sarà forse perché ascolto solo ciò che mi piace. Come in amore, cambia da persona a persona l’oggetto della propria attrazione. Ovviamente, poi, cerco di non rimanere intrappolato né di essere troppo accondiscendente. Noi non siamo i paladini della buona musica, ma vorremmo esserlo della libertà e del coraggio, e ancora della noia.
ADRIANO: Siamo italiani, ma non facciamo musica solo per l’Italia. Il nostro sguardo è rivolto al mondo, non vogliamo porci dei limiti. Non mi riferisco alla scelta di cantare in inglese, quanto proprio alla stoffa della nostra proposta musicale.
FABIO: Negli anni abbiamo avuto diversi switch, talvolta verso l’estero talvolta verso l’Italia. Se frequenti tanta musica internazionale, acquisti un determinato gusto. E soprattutto, se ti senti critico, ti permetti anche di criticare. L’importante è contestualizzare l’ascolto e leggere le cose nell’ottica di un gusto personale. È chiaro che il disco che fai è anche quello che vorresti ascoltare.
Da artista, credo che ci si debba sempre interfacciare attivamente con la realtà storica in cui ci si ritrova a vivere. In un tempo in cui la tenuta della libertà di espressione è messa alla prova ogni giorno da surrettizi colpi di mano, quanto se la passa male la musica?
FABIO: Anche qui, non credo che la musica se la passi male. È evidente che viviamo in una società piatta, in cui ci sono mille problemi di cui potremmo stare a parlare per ore. Gran parte di questi li ricondurrei ad una più generale e concreta pigrizia, non tanto ad una dimensione intellettuale. Non voglio fare un discorso generazionale, perché oggi ci sono tantissime proposte interessanti e originali. Ognuno deve poter fare quello che vuole.
Adesso mi piacerebbe toccare un argomento delicato, che mi sta molto a cuore. Ovviamente, lascio a voi la libertà di decidere se rispondere o meno. So però che non mi perdonerei se non ve lo chiedessi. Credete che gli artisti italiani dovrebbero fare più rumore? Penso alle polemiche circa il generale silenzio di molte personalità della musica sul genocidio in atto a Gaza.
FABIO: Non mi sento di parlare in prima persona di questo momento storico, nemmeno lo reputo giusto. Anche come entità, non credo sia doveroso per noi prendere posizione e fare il pezzo contro Israele o contro la Meloni. Non cavalco l’ambiguità, ma davvero credo che ognuno debba fare quel che sente con i propri modi e tempi. In questo senso, noi lo facciamo tutti e quattro come individui e cittadini. La musica per noi non è lotta politica. O meglio, il nostro di modo di fare musica è politico nel proposito di distruzione dei modelli e nel rifiuto di tutti i «Grazie!», «Buongiorno!» e «Buonasera!». È una questione di gesti e attitudine. Non siamo complici dell’appiattimento culturale in atto in certi testi e certa musica, e questo è il risultato di una coscienza individuale molto forte.
Per concludere, vi parlavo del Kuwait. Io “Nevermind The Tempo” me lo immagino sparato a cannone tra quei granelli di sabbia. Se – chiudendo gli occhi – doveste pensare ad un luogo da associare a questo disco, quale scegliereste?
ADRIANO: Caspita, bella domanda. Sai, non riesco a dare uno spazio a questo disco. Mi vengono i mente tutti i posti in cui abbiamo lavorato, Albano, Roma Sud, Brescia. Forse me lo immagino sulla Luna, su Marte, sotto terra, dovunque suoni.
Un messaggio per i lettori di Impatto Sonoro.
FABIO: Veniteci a trovare, vi aspettiamo sotto il palco!
Grazie di cuore e buone prove.
