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Interviste

Scendere nell’abisso per riscoprirsi: intervista a Maria Chiara Argirò

Foto: Dimitris Lambridis

Uscito a fine aprile su Innovative Leisure, “Closer” è il nuovo album di Maria Chiara Argirò. Un nome, quello della  musicista, da segnarsi, da andare a cercare e ascoltare. Il nuovo disco di Maria Chiara ci aiuta a connetterci con le persone che abbiamo intorno e con noi stessi. L’album è un continuo flusso che ci porta in alto e in basso nella nostra emotività, passando da tocchi jazz a sonorità synth che ci prendono per mano e ci accompagnano in questo abisso dove non vediamo niente, ma riusciamo a sentire meglio noi stessi.

Difficile da paragonare ai primi progetti di Maria Chiara, perché le intenzioni con “Closer” sono diverse e così, per saperne di più su questo suo nuovo album, abbiamo fatto due chiacchiere con lei.

Intanto ti chiedo, come stai? Come stai vivendo  l’uscita del tuo nuovo disco?

Sono veramente felice di poter condividere la mia nuova musica.  Al contempo sono estremamente orgogliosa di questo album che sicuramente rappresenta un racconto più personale e mi porta a connettermi in modo più profondo con me stessa. Stiamo vivendo un cambiamento abbastanza significativo nell’industria musicale e non ho mai smesso di credere che una profonda connessione con la musica e con il pubblico sia la chiave di tutto.

Ho ascoltato più e più volte il tuo primo album “Forest City” e l’ho confrontato con i singoli apripista del tuo nuovo album, Light e Closer. Come è nato il nuovo disco? È cambiato l’approccio alla lavorazione di una tua canzone da un disco all’altro?
Durante la scrittura di “Closer ero completamente immersa in “una sensazione onirica in movimento”, una sensazione difficile da descrivere ma guidata dall’urgenza di comporre. Se “Forest City” è stato per me un percorso esplorativo, con “Closer” ho raggiunto, a mio avviso, una maggiore chiarezza nella composizione, nella scrittura e nella produzione. Ho avvertito quell’urgenza dello scrivere che non avevo mai provato prima.

Come funziona la composizione e la scrittura di un tuo brano? 

Tutto ha origine al pianoforte, o ai sintetizzatori cantando le melodie. È importantissimo per me che ciascun brano possa funzionare nel modo più organico, immediato, semplice e essenziale possibile.

Quali sono le cose che ti influenzano maggiormente?   

Sono una persona estremamente curiosa e, mi piace osservare il mondo e raccontare le sue storie attraverso la musica. Penso sia la mia missione di artista.

Ho letto una tua frase relativa al nuovo disco “C’è così tanto rumore in questo mondo, penso che essere diretti, gentili, leggeri, aperti e connessi sia la chiave”.  Cosa intendi per rumore?  C’è qualcosa che ti ha dato fastidio o turbava durante la produzione di “Closer”? In che modo potremmo percepire l’essere diretti, la leggerezza nel tuo nuovo disco?
Siamo costantemente bombardati da rumore e distratti da continue interferenze. Closer nasce in modo urgente. Ho cercato di scavare più a fondo e tirare fuori il mio mondo introspettivo, onirico e personale per essere più connessa con me stessa, con gli altri e con la musica, cercando di “parlare” più direttamente e senza frapposizioni. Lo percepisco come un album diretto, intenso e allo stesso tempo leggero e fluttuante.

Maria Chiara, devi sapere che a casa mia la musica scorre potente. Quando mi è arrivato il vinile di “Closer” ho dovuto ascoltarlo subito. La mia compagna, dopo più di metà disco, mi ha detto “mi ricorda i Radiohead”. Cosa ne pensi di una affermazione come questa applicata alla tua musica e a “Closer”? 

Per me, ovviamente, è un onore. Ascolto tantissima musica senza limiti di genere, quindi mi è sempre difficile dire che un disco sia stato influenzato da un particolare ascolto.

September è un brano che mi ha fatto emozionare, mi ha strappato da quello che stavo facendo per portarmi da un’altra parte, come se mi dissolvessi. Raccontami questo brano, com’è nato.

September è uno dei primissimi brani che ho scritto per quest’album. È una canzone sul ‘lasciare andare e lasciarsi andare’, un racconto che evoca l’immagine di essere sul fondo di un pozzo oscuro, dove il concetto di tempo è sfocato e tutto è alla rovescia: il su è giù e il giù è su. September ti lancia una corda, ma è per tirarti fuori dal pozzo o per lasciarti scendere ancora più in profondità fino al fondo? Mi piace molto l’idea di ‘September’ personificato come un amico. Questo mese importante, in cui prendi decisioni e stabilisci obiettivi, è come una figura mitologica che ti lancia una corda in un luogo buio, dandoti qualcosa a cui aggrapparti.

Parliamo di concerti. Quanto conta per te lesibizione dal vivo? Soprattutto ti vedremo in Italia questanno? 

Per me è fondamentale esibirmi dal vivo e connettermi con il pubblico. È un’estensione della mia musica e di me stessa, e mi piace l’idea che tutto possa prendere un’altra forma nella versione live. Abbiamo già suonato a Milano, Roma, Bologna e ci saranno alcune date estive: suonerò con la mia band il 12 luglio a Vignaculture a Guagnano (LE), il 13 luglio al Gaeta Jazz Festival (LT) e il 27 luglio al Next Please! Festival a Schio (VI).

Foto: Dimitris Lambridis

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