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Interviste

“Wandervogel”: il vagabondaggio musicale di Visconti

Visconti, a distanza di due anni dalla pubblicazione dell’album “pandemico” “DPCM”, annuncia l’uscita del nuovo disco “Boy di ferro” con Wandervogel, un singolo che rivoluziona gran parte dei suoni a cui il cantautore piemontese ci aveva abituati. Dalla collaborazione dell’artista con Dischi Sotterranei e La Tempesta Dischi, ma soprattutto con Fight Pausa, infatti, nasce un pezzo basato principalmente sulla sperimentazione e sulla fusione di influenze distanti tra loro in termini stilistici e, talvolta, anche abbastanza ricercate. Passa agilmente dal pop trasformativo di Porches, al synth punk dei Powerplant e al nascente revival shoegaze d’oltreoceano, includendo artisti come TAGABOW e Sword II.

Per quanto riguarda il tema principale di Wandervogel, nonostante il titolo faccia fantasticare su possibili significati reconditi satirici, fanno da protagonisti il senso di incomprensione ed emarginazione a contatto con le diverse sfere emotive umane.

Ne parliamo in maniera più approfondita con Valerio:

Il tuo nuovo singolo prende il titolo dal movimento novecentesco, giovanile e antiborghese Wandervogel; come mai, tra tutte le organizzazioni vicine a questi ideali, ne hai scelta una che è sfociata nel nazionalismo e nell’antisemitismo? C’è qualche riferimento all’attuale situazione politica/culturale italiana?

Non c’è un motivo specifico se non la provocazione. Sono antifascista e i fasci mi stanno tutti sul cazzo. Ho usato il nome del movimento in un flusso ironico e stravagante in cui prendo in giro i vernissage e gli estetismi privi di sostanza che trovo spesso vicino a me a Milano. Non c’è alcun riferimento alla politica attuale, ma piuttosto un focus sulla frustrazione nel sentirsi fuori dal giro o mal interpretati. È un invito a riscoprire la propria autenticità e libertà creativa nonostante le barriere imposte da un ambiente snob o chiuso.

Nella descrizione del pezzo si parla anche di “dualità amorosa”; in che modo questo tema si lega alla critica agli ideali borghesi?

Parlare di borghesia e ideali è assolutamente anacronistico oggi, se questo fosse un brano politico, lotterebbe contro la classe dell’esclusione e del rifiuto. La dualità amorosa di cui parlo sarà un po’ il tema del nuovo album ed è da intendersi in due casi: con sé stessi e verso gli altri. In questo caso, Wandervogel descrive e critica il rapporto con gli altri come un rapporto sempre coercitivo, detesto questa cosa e la vedo continuamente.

Secondo te, all’interno di un panorama musicale come quello occidentale contemporaneo in cui occorre un budget di base per produrre e diffondere i propri brani e in cui si tende ad aderire sempre di più a determinati standard commerciali, c’è ancora qualche possibilità di sopravvivenza per la figura dell’artista “uccello vagabondo”?

Credo di sì, per me oggi la sostenibilità della ricerca musicale e della sperimentazione è possibile solo tramite il vagabondaggio. L’ho trovato un processo molto utile e antitetico al mio primo album, dove il fulcro era stato seguire il binario del periodo difficile e di una prospettiva molto personale. In questa nuova fase, sentirmi “vagabondo” e smarrito mi ha permesso di integrare nuovi stimoli nella scrittura dei brani e di ancorarmi fisicamente ad una forte motivazione, a parer mio un combustibile inesauribile per un progetto dissidente come il mio.

Non è male fidarsi sai, dei sentimenti sai!”: quanta fiducia serve nei confronti dei propri sentimenti per fare musica?

Una giusta via di mezzo tra suggestione e autosabotaggio.

Con Wandervogel hai rimodellato parecchio i suoni che avevano caratterizzato l’album “DPCM”; come è avvenuto questo cambiamento? Hai adottato un metodo di scrittura diverso?

Appena ho concluso di registrare “DPCM” sono andato in fissa con la produzione degli ultimi due album di Porches, dove ho percepito un forte flirt con il concetto di ambiguità nel suono degli strumenti: le chitarre a volte sembrano synth e le batterie non capisci mai se sono finte o samples. Questo è stato il trip grazie al quale, anche per motivi logistici, ho trovato tranquillità e distensione nel realizzare l’album completamente in the box, cercando di portare al limite e sperimentare timbricamente con il concetto di uncanny valley. Un secondo punto, non meno importante, è stata una profonda scoperta del genere Jungle e IDM e una missione nel fonderli con il punk hardcore e il grunge. Da qui nascono per esempio le batterie programmate di Wandervogel e molti altri pezzi nuovi.

Un elemento che mi sembra sia rimasto invariato sono le strutture dei testi: tutti gli schemi usati nella tua discografia appaiono modellati sui suoni e ispirati a correnti poetiche più che cantautorali; è così?

Beh, Wandervogel è un’eccezione! Non a caso è stato selezionato come primo singolo proprio perché musicalmente crea una forte rottura con l’album precedente, ma rimangono dei punti di contatto con la mia vecchia poetica. I testi del mio prossimo lavoro sono stati scritti con la volontà di essere più ermetici, diversi e slegati dal citazionismo.

Ad autunno uscirà il tuo nuovo disco, “Boy di ferro”, che verrà anticipato da alcuni singoli; la scelta dei pezzi e dell’ordine di pubblicazione è casuale? Vuoi anticiparci qualcosa su questo nuovo lavoro?

La pubblicazione non segue un ordine in realtà. “Boy di ferro” è un punto di saturazione e rottura, diluito nei sentimentalismi e un album oltre il genere in cui sono sicuro di aver trovato un equilibrio.

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