
Giornalista, pubblicista e scrittore, Giuseppe Catani, marchigiano ma bolognese d’adozione, ha condensato nelle 160 pagine di “Harpo’s Bazaar – Una storia di cassette” (qui la nostra recensione), uscito per Arcana Edizioni, un lavoro di indagine e ricerca sull’avventura musicale della leggendaria Harpo’s Bazaar, etichetta dalla storia breve ma fondamentale, che ha infuocato la Bologna di fine anni ’70. Tra i suoi “crimini” si annoverano Skiantos e Gaznevada tra i più celebri, ma anche Luti Chroma, Windopen, Naphta, Sorella Maldestra, Albert Mayr, Stefano Barnaba, Laura Carroli, che è bene ricordare, scoprire o riscoprire.
La lettura ha scatenato in noi la curiosità di entrare dietro le quinte del libro e la voglia di scambiare qualche impressione direttamente con l’autore.
Salve Giuseppe, innanzitutto, chi è Veronica Chiarizia a cui dedichi il libro?
Veronica era una ragazza della quale sono stato molto innamorato. La frequentavo ai tempi dell’Università, entrambi eravamo iscritti a Scienze Politiche, a Urbino. Era molto ferrata riguardo l’argomento musica, ne sapeva molto più di me, chissà quante volte avremo parlato di Skiantos, Gaznevada e Harpo’s Bazaar! Veronica se ne è andata nel 2016 per colpa di una fottutissima malattia, le ho dedicato il libro con l’illusione di poter eternizzare, in un modo o in un altro, il ricordo di una delle persone più importanti della mia vita.
Come mai hai scelto di occuparti del catalogo della Harpo’s Bazaar, ero uno slot scoperto nella bibliografia del periodo?
Parto da lontano. Iniziai la mia poco brillante carriera radiofonica in una piccola emittente di estrazione extraparlamentare della mia città di origine, Radio Attiva di Porto Sant’Elpidio. Avevo 15 anni ed ero cresciuto con le cassette (in casa non avevamo il giradischi) dei miei fratelli più grandi: Beatles, qualche cantautore, un bel po’ di prog. E poi ascoltavo Pop-Off in radio, oltre a leggere Boy Music (ehm…). Quando entrai nello studio di Radio Attiva scoprii dischi inauditi, di artisti a me sconosciuti sino a quel momento: Gianfranco Manfredi, chi era costui? Pensai fosse il figlio di Nino! E poi una band dal nome Area, Claudio Lolli, un Alan Sorrenti stranamente capellone. In particolare, mi colpirono un paio di vinili: uno di color giallo (mai vista una cosa del genere prima!), Mono Tono degli Skiantos e, sempre di quel misterioso gruppo, trovai un altro disco, Inascoltabile. Poi guardai meglio, il titolo esatto era Inascoltable. Incuriosito, li registrai su di una cassetta e ne fui folgorato al primo ascolto. All’epoca internet non si sapeva cosa fosse, aggiungo che l’unico negozio di dischi presente nella mia ridente cittadina non era particolarmente fornito, pensa che una volta entrai chiedendo un disco di Santana e la titolare stava per affibbiarmene uno di Tony Santagata! Il livello era questo… Anni dopo passai a un’altra radio, dove trasmetteva uno speaker di origini bolognesi, Tiziano: mi passò due cassette, una dei Gaznevada, l’altra dei Windopen, erano state pubblicate da un’etichetta dalla strana ragione sociale, la Harpo’s Bazaar. Fu lo stesso Tiziano a rendermi edotto di tutto quel che accadde anni prima dalle sue parti, accendendo la mia curiosità. Ma mi mancavano ancora diversi tasselli. Quando proposi ad Arcana di scrivere il libro, in realtà, non avevo le idee del tutto chiare. Wikipedia, per dire, spiega che la Harpos’ pubblicò il già menzionato Mono Tono e un album della cantautrice francese Veronique Chalot: non è vero, si tratta di informazioni sbagliate, come mi ha confermato Oderso Rubini (che l’Harpo’s Bazaar l’ha fondata assieme a un manipolo di altri ragazzacci) quando ho avuto occasione di intervistarlo. Un libro sulla Harpo’s Bazaar non era stato ancora scritto, o meglio: se ne parla in diverse pubblicazioni, molte delle quali uscite dalle stanze di piccoli e misconosciuti editori, ma un testo dedicato in modo esclusivo alla piccola label bolognese non esisteva ancora. Senza contare i testi che affrontano l’argomento si concentrano sui soliti nomi, Skiantos, Gaznevada, al massimo Luti Chroma, è raro trovare notizie su altri artisti in quota Harpo’s Bazaar come Naphta, Albert Mayr o Stefano Barnaba. Ci ho provato io.
Oltre a coloro che parteciparono in forma diretta e indiretta alle vicissitudini del 1977-79, ossia i possibili incondizionati destinatari del libro, chi vorresti, in fondo al tuo cuore, che leggesse il tuo testo e principalmente perché?
Sarebbe bello che finisca tra le mani di qualche ragazz* intent* a costituire una etichetta discografica. Lo so, le etichette discografiche, almeno per come le abbiamo conosciute fino all’avvento della rete, in pratica non esistono più, però la lettura del libro potrebbe servire a far capire che le cose si possono realizzare con pochi mezzi, le idee giuste e un bel carico di follia. E senza inseguire il dio denaro.
Leggere “Harpo’s Bazaar – Una storia di cassette” ha ridestato in me una visione e un sentimento propulsivo che mi ha risollevato moralmente, umanamente, col beneficio di avermi restituito qualcosa che in me stava scemando, parlo di fiducia e di forza spirituale che il rock può dare: mi hai permesso di calarmi in quel fatidico periodo storico e sono stato contagiato dall’energia rivoluzionaria che attecchì su quella giovanissima generazione. Hai subito lo stesso fascino occupandoti di quegli album inseriti in quel sentire generale Bolognese, città dove so abiti…Gli stimoli, le suggestioni, le passioni che ti hanno governato prima e durante la scrittura quali sono stati?
Nel 1977 avevo 12 anni, ma ricordo perfettamente lo stato di tensione che avvolgeva il nostro Paese, le nostre piazze. Bastava accendere la tv o sfogliare un quotidiano per scoprire che qualcun* era stato ammazzato, i disordini erano all’ordine del giorno, si respirava un’aria strana, pesante. Ma limitare un’epoca al solo terrorismo è un errore: parliamo di un periodo di grande creatività, che spesso i media tendono a dimenticare. Bologna, per me, nel 1977, era solo un puntino su di una carta geografica, era la città della Virtus e della Fortitudo, poi i casi della vita mi hanno scaraventato qui, in un posto affascinante, vivo, dove ogni sera c’è qualcosa da fare: concerti, presentazioni di libri, manifestazioni, assemblee di ogni tipo… È stata Bologna a convincermi a scrivere questo libro, per un appassionato di musica come me, occuparmi dell’Harpo’s Bazaar e scriverne è stato un atto quasi istintivo, un modo per ringraziare una città che mi ha accolto in un modo formidabile.

Pensi esistano dei parallelismi tra la situazione giovanile vissuta nel periodo 1977-79, dedita alla sperimentazione comune, allo stare insieme nelle piazze bypassando finanche la TV e interessata da quella spasmodica voglia energizzante di demolire cliché e comportamenti mummificati dalla politica, dalla società, dalla scuola, dalla chiesa, al fine di esprimersi con urgenza e di appropriarsi di una dimensione personale in vista di un miglioramento della vita, personale e collettiva, tanto da conservarne una memoria, e quella odierna post covid, massificata dalla capillarità prima dei pc e poi degli smartphone in cui tutto passa attraverso questo medium tascabile e dove l’interesse è rivolto e filtrato comunque dai social e dalla rappresentazione di sé stessi, un modo quindi di esprimersi con urgenza con un fine identitario individuale, o spazio virtuale che consente la connessione generazionale esperita sotto forma di aggregazione, di gioco, esperienza e confronto che resterà nei loro ricordi quando saranno persone di mezz’età? Raf cantava nel 1989 “Cosa resterà degli anni ’80″…
So poco o nulla della situazione giovanile del momento, a parte il fatto che mio figlio, un vispo quattordicenne, starebbe volentieri attaccato allo smartphone 24 ore al giorno se non glielo impedissi a forza di minacce più o meno velate. Quindi non chiedermi di immaginare raffronti di alcun tipo perché non saprei cosa rispondere. Però voglio dirti questo: qualche sera stavo ascoltando la radio, lo speaker di turno ha annunciato un pezzo rap, stavo per cambiare frequenza (il rap, o meglio, un certo tipo di rap, non lo sopporto, mi dispiace) quando è partita una meraviglia firmata Ele A, una ragazza giovanissima, di 21 anni: sono impazzito, mi sono messo a cercare notizie su di lei, ad approfondire la sua discografia. Ecco, credo che la musica, nonostante siano cambiati i modi di fruirla, di produrla, continui a rappresentare un mezzo di aggregazione formidabile. E che i ragazzi di oggi continuino a produrre grande musica come si faceva qualche decennio or sono. Non importa cosa suonino: il ruolo dei giovani è distruggere la cultura dei loro padri per creare qualcosa di nuovo, è un ciclo che si rinnova al nascere di ogni nuova generazione. Ed è giusto che sia così.
Ho notato saltuarie piacevoli forme espositive vicine a quelle di Lucarelli nelle tue magnifiche (piene e sintetiche) puntualizzazioni critiche e descrittive, ti piace questo accostamento? Potrebbe essere veritiero?
È un accostamento che può farmi solo piacere, ma spero che Lucarelli non legga questa intervista: potrebbe querelarci!
Le interviste, Giuseppe, le hai condotte tutte vis-à-vis, oppure ti sei avvalso del telefono, videochiamata, della mail, di zoom: per te conta molto l’approccio diretto con l’intervistato?
A parte Mauro Patelli, che ha preferito un’intervista telefonica, ci siamo visti e messi uno di fronte all’altr*. Gli appuntamenti li abbiamo fissati al bar o in pizzeria, qualcun* mi ha invitato a casa sua o nel proprio studio. Ho cercato l’approccio diretto, ho preferito che ci si guardasse negli occhi, che il linguaggio del corpo prendesse il sopravvento. Devo dire che sono stati tutt* gentili e disponibili con me, il che non era scontato: ho intervistato gente che ha venduto centinaia di migliaia di dischi, che ha avuto e continua ad avere un ruolo importante nella discografia italiana, non mi sarei sorpreso se, a una mia richiesta di intervista, qualcun* mi avesse risposto con una cosa tipo “Ma chi sei? Chi ti conosce? Ma pussa via!”. Per fortuna, non è andata così.
Una sensazione che ho ricevuto dalle risposte dei tuoi ospiti musicisti è stata come se il loro raccontare provenisse da un luogo dell’anima che chiamerei ‘area della seconda giovinezza’, e con questo intendo il ravvisare di una freschezza e di una presenza ancora molto vivida e pulsante proveniente da quel che fu, assolutamente non esaurita nell’oggi; quasi da un momento all’altro riscendere in campo con la stessa ferma volontà di riattizzare i passati carboni ardenti e marchiare l’immediato, il mondo che scorre, quale reazione alla condizione odierna in cui sono stati, e per forza di cose sono, inglobati (le mutazioni del tempo e quindi non dello spirito), provenendone però da un’altra che si sviluppava secondo altri codici e valori, vissuti in modo totalmente diverso? Che ne pensi Giuseppe, è parso anche a te che tra i tuoi intervistati la disillusione non monti mai in cattedra, anzi, si sente quasi quell’alone di competitività che aleggia dal loro spirito, mai domato?
Ho notato che a molt* degli intervistati, non appena toccavamo gli argomenti Bologna/anni ’70, si illuminavano gli occhi. Credo siano coscienti di aver vissuto un periodo straordinario, di averlo vissuto in prima persona. Sia pur non nelle stesse modalità: ad alcun*, per dire, non interessava la politica, altr* hanno vissuto la loro esperienza musicale come una fase di passaggio, altr* ancora ne hanno fatto la propria ragione di vita. Sono d’accordo con te: la loro anima non è ancora doma. Nessuno di loro si è messo le ciabatte ai piedi, hanno continuato a condurre un’esistenza non conformista al di là delle rispettive scelte di vita. Lo spirito critico mi sembra rimasto lo stesso, idem per quel che riguarda la loro visione del futuro, che mi è parsa parecchio funzionale alle parole d’ordine che vigevano ai tempi.
Dimmi, Giuseppe, l’intervista, la conversazione che più ti ha stimolato e che ricordi per qualcosa di particolare? E qual è invece quella che ti ha procurato una certa tensione o emozione?
Nelle interviste ho provato a inserire un po’ di sano cazzeggio. Non per niente, spesso abbiamo riso di gusto. Ho cercato la leggerezza, magari a scapito di qualche analisi socio/politica, ma anche musicale, che, però, avrebbe appesantito il tutto, almeno secondo me. Non so se sono riuscito nell’intento… Tutti gli intervistati mi hanno coinvolto emotivamente, così tanto (te lo giuro: non è una frase fatta) da avere avuto l’impressione di conoscerli da una vita. Forse quello che mi ha dato un piccolo tot di soddisfazioni in più è stato Mauro Patelli dei Luti Chroma, che è stato davvero esplosivo. Lo sarebbe stato ancora di più se non mi avesse chiesto di eliminare certi passaggi, diciamo così, un po’ scabrosi…
Vedo dai tuoi post su Facebook che la diffusione del book va molto bene. Hai fatto molte presentazioni sinora? Ti sono pervenuti inviti per intervenire a festival, kermesse musicali, letterarie, in qualità di ospite parlante? Hai imminenti date di presentazione che ci vorresti comunicare?
Mi ha contattato una libreria bolognese, spero che nei prossimi giorni riusciremo a quagliare. Chi fosse interessato a parlare del libro, mi trova sui social, come hai fatto tu.
