Apifera – Keep The Outside Open
Recensione del disco “Keep The Outside Open” (Drift Records, 2024) degli Apifera. A cura di Daniele Petrossi.
Eclettici, eterei, solari ma perfettamente confidenti con la malinconia: è proprio grazie a formazioni come quella degli Apifera (nome ripreso dall’omonimo fiore appartenente alla famiglia delle orchidee) che possiamo continuare ad affermare l’intento vivo della musica di sperimentare attraverso un melting pot di generi estremamente differenti.
Sarà che periodi caotici come questo, tra guerre e tensioni sociali, sanno macinare anche profondi desideri di esplorazione in tutti i campi, compreso quello dell’arte, portando in luce un contraltare di bellezza e fascino dell’ignoto, di vertigine data dalla bellezza dell’esplorare ciò che sorprende e vivifica. Ed è proprio quello che sta portando avanti il quartetto di origini israeliane, composto da Yuval Havkin (tastiere), Nitai Hershkovits (tastiere), Amir Bresler (batteria) e Yonatan Albalak (basso) nel secondo capitolo della loro breve ma promettente carriera: “Keep The Outside Open“.
Durante l’affermazione musicale di Yuval, artista sotto contratto della Time Groove, nacque l’idea di riunire in un unico gruppo i vari turnisti che avevano suonato nei suoi dischi, già punti di incontro tra il jazz e l’ambient (brani come Piano Bubbles possono darcene un’idea). Questo ambizioso progetto portò successivamente alla formazione del nucleo attuale degli Apifera, con Amir, Nitai e Yonatan già affiatati da anni di esperienze musicali vissute in comune.
Dopo l’esordio nel 2021 con l’album “Overstand”, molto originale per la sua componente prettamente strumentale, “Keep The Outside Open” porta ad un nuovo livello la carriera della band con l’inserimento della voce e del testo in diversi brani, tasselli mancanti che lasciavano forse un po’ incompleto l’ascolto del primo, ma immergendosi solo apparentemente in una definizione più “classica” o “inflazionata” di band; ci accorgeremo presto infatti di essere di fronte ad un album più strumentale che vocale.
Anche in quest’ultimo difatti sono presenti le tangibili abilità tecniche dei musicisti, capaci di trasportarci in terreni sonori inediti, proponendo un sorprendente filo conduttore che cerca di tenere unito in sé ritmi elettronici e jazz, se non addirittura una coda dai vaghi rimandi alla classica in Sera Sam. Quasi tutte nuove composizioni strumentali dunque (già definibili come consolidate e interessanti confort zone della band) come Oh Me Brotha, meno elettronica e maggiormente accostabile ai groove sessantottini dei TheMeters, o il sorriso che sprigiona l’andamento frizzante di Sandbox Galore.
Le novità vocali apportate al disco non sono numerose, il gruppo sembra porci di fronte ad un impostazione quanto mai rara di album, desueta ai giorni nostri e perlopiù presente nella storia di generi musicali come la psichedelia anni ’60; non potremmo non citare in questo senso i primi episodi discografici di Santana. Le perfomance vocali si pongono infatti all’ascoltatore come rari scorci all’interno di un quadro generale variegato di panorami sonori: menzione speciale per Evergreen Meadows, la quale, con il suo andamento acustico sembra riprendere sonorità di band come Pink Floyd o Porcupine Tree.
I due singoli che hanno preceduto l’uscita dell’album, Theodor Marmalade, pubblicato il 6 marzo, e The Curious Wild, del 15 maggio, hanno dei singolari rimandi vocali a Sufjans Stevens e si impongono immediatamente come brani capaci di suscitare curiosità già dal primo ascolto per gli amanti dei generi e artisti sopraindicati o anche semplicemente per le orecchie più propense ad accostarsi verso qualcosa di insolito e Keep The Outside Open lo è.
Aspettarci in futuro un disco totalmente vocale? Curiosità più che pronostico, gli Apifera sapranno comunque sorprenderci.




