Friko – Where We’ve Been, Where We Go from Here
Recensione del disco “Where We’ve Been, Where We Go from Here” (ATO Records, 2024) dei Friko. A cura di Fabio Gallato.
Spesso capita di ascoltare un disco credendo di trovare cenni di novità all’interno di suoni e atmosfere che nella realtà fanno parte di una cornice a noi familiare. È un meccanismo comunissimo e per certi versi indispensabile: ci permette fondamentalmente di sopperire alla noia dell’ascolto delle solite cose in quest’epoca di uscite musicali a valanga, andando ad ingrossare per qualche settimana la nostra discografia preferita con lavori che non aggiungono di fatto nulla a ciò che amiamo chiamare ricerca musicale. È il caso di “Where We’ve Been, Where We Go from Here“, album che segna di fatto il debutto su lunga distanza per i Friko, duo di Chicago composto da Niko Kapetan (voce e chitarra) e Bailey Minzenberger (batteria).
Presentato da più parti come una danza di estremi, un incontro di impossibili, nella realtà è un disco di indie rock dritto e compatto, ben scritto e ben suonato, che incastona un catalogo di influenze delle più svariate in un lungo arco che parte dai Dinosur Jr., passa per i Sunny Real Estate e i Neutral Milk Hotel e si chiude con Bright Eyes e Arcade Fire. Degli esordi ha sì tutta l’esuberanza e l’asprezza del caso, ma i due – che al momento della registrazione erano in realtà in 3, con l’apporto del bassista Luke Stamos – dimostrano di conoscere bene dettami e storia degli artisti cui fanno riferimento, finendo per apparire più maturi e solidi di quel che sono.
La title-track, ad esempio, apre il disco sui toni di una ballad chamber-folk tradizionalissima che poi esplode nel finale in un tripudio di grida e distorsioni, tra i Dinosaur Jr., appunto, e i Radiohead di “The Bends“. C’è poi, presenza costante lungo l’intera tracklist, quell’attitudine emocore da band di provincia che gioca molto sulla nostalgia e sul voler comunicare gioia e vivacità totalizzanti, e anche se a tratti potrebbe risultare forzata, alla ci coinvolge. D’altronde i Friko sono bravi, è indubitabile, e pezzi come Crashing Through e Chemical – episodi da manuale del fuzz-rock con anthem azzeccatissimi che chiamano pugni alzati e urla a squarciagola – ma anche le ruffiane For Ella, Until I’m With You Again e Cardinal, che rievocano la buonanima di Elliot Smith, sono qui per farci sentire il tepore di casa in un lavoro che altrimenti ci sfuggirebbe dalle mani.
Attenzione, però, a non confondere e bollare i Friko di nostalgismo, perché “Where We’ve Been, Where We Go from Here“, ed è qui la sua magia, riesce a suonare fresco e attuale senza esserlo quasi mai: non è un grande disco, ma se preso con lo spirito giusto è un lavoro che si fa ascoltare con piacere e che, dopotutto, riesce anche a bucare la soglia dell’attenzione in questi tempi di bulimia musicale in cui tutto si ascolta e in cui niente o quasi rimane.




