
Nella foschia di un’epoca mitologica, tra fine anni ’60 e inizio ’70, rimasta impressa negli annali della musica come strabiliante momento di fioritura e prosperità delle arti, in un paese, l’Inghilterra pre-Thatcher, che nello stesso lustro dava i natali ai primi lavori del prodigioso Mike Oldfield, nonché alla famigerata scena di Canterbury, a Nick Drake e Kevin Ayers tra gli altri, in piena esplosione Wyrd Folk, sulla scia di Pentangle, Donovan, Fotheringay e Fairport Convention; in questa epoca affollata, in cui al giovane avventore pare quasi di scorgere un labirintico intreccio fatto di dozzine e dozzine di artisti, un nodo di Gordio in cui nomi di uomini, donne e contee inglesi si legano a formare un’entità divina che permane nella memoria di chiunque oggi provi ad approcciare un solo disco di questa matassa biblica; ecco, qui si annida timidamente uno dei gruppi più allucinanti che abbiano mai solcato un vinile: i Comus, un sestetto fatato in cui la ruggente chitarra dionisiaca di Roger Wooton correva assieme alla delicata controparte apollinea Glenn Goring, entrambi sorretti dalla voce angelica di Bobbie Seagroatt e dal violino di Colin Pearson, con Andy Hellaby al basso e Rob Young ai fiati e alle percussioni. Dopotutto, Comus è la personificazione del delirio d’una danza d’ebbrezza a seguito di un pingue simposio, una follia lisergica che riecheggia in ogni nota del loro capolavoro del 1971 First Utterance, un primo raro vagito di spontanea genialità che molti hanno poi definito Wyrd Folk (e il concetto di Wyrd, nella mitologia inglese e norrena, prevede che il passato e il presente s’influenzino a vicenda, in una rete di destini mobili che conversano tra loro).
Nel ’74 si ripresentano con un organico diverso, pubblicando l’affascinante seppur controverso “To Keep from Crying”, marcatamente più elettrico e pop. Da quei loro ‘primi vagiti’ al successivo trascorrono ben quarant’anni. Nel 2012 il simbolico ritorno con “Out of the Coma”, una breve e meravigliosa pubblicazione che contiene anche dei frammenti dell’unica registrazione esistente della perla persa nel tempo che sarebbe dovuta essere l’erede di “First Utterance”, l’ipnotica The Malgaard Suite, una performance dal vivo ripresa su nastro e digitalizzata decenni dopo, che purtroppo risente pesantemente dell’usura del tempo. Eppure proprio per questo c’è qualcosa di mistico e ultraterreno in quella registrazione, come se ci fosse dato spiare un’intera epoca dall’occhiello di una soffitta impolverata, paradossale dono d’immortalità conferito dall’erosione all’opera, così che a noi giovani cavie della perfezione tecnologica, tirannica nei confronti della dimensione onirica, sia concesso origliare qualcosa di incompleto che siamo meravigliosamente costretti a immaginare.
Oggi i Comus si sono sparpagliati in giro per le contee d’Inghilterra, in attesa che qualcuno accenda nuovamente il focolare e che si torni a danzare. Guidati dal desiderio di entrare in punta di piedi in quel mondo ormai così lontano ci siamo imbattuti in Roger Wooton, Glenn Goring e Bobbie Seagroatt. Abbiamo fatto loro delle domande e loro hanno trovato il tempo di darci delle risposte.
Come vi siete incontrati, da dove nasce la vostra collaborazione artistica?
Roger Wooton: Glenn Goring, Colin Pearson e io frequentavamo il Ravensbourne Art College nel Sud di Londra. Glenn e io iniziammo a suonare assieme in giro per locali folk e pian piano formammo un gruppo recrutando gente che conoscevamo. Vivevamo tutti insieme in uno studentato.
Glenn Goring: Ho incontrato Roger al Ravensbourne Art College nel 1968. Entrambi condividevamo la passione per la musica e, per pura coincidenza, entrambi suonavamo la chitarra, seppur con stili marcatamente differenti. Il suo stile percussivo differiva dal mio fynger-style di stampo più classico. Queste divergenze, non solo di stile ma anche di temperamento, furono alla base dell’unicità musicale del gruppo e sono state il motore centrale della musica dei Comus. Quando eravamo studenti d’arte al college, io e Roger suonavamo spesso cover dei Velvet Underground e di Captain Beefheart nei locali folk della zona, prima ancora di concepire i Comus. È stato sempre al Ravensbourne che ho conosciuto Colin Pearson, studente del dipartimento di Broadcast Media, come me. Avendo saputo che suonava il violino, lo invitai a unirsi a me e Roger per qualche prova. Dopo una sola sessione d’improvvisazione volle entrare a far parte del nostro percorso musicale. Nel frattempo, Bobbie Watson [Seagroatt, ndR] si era trasferita da poco nel nostro studentato in affitto a Beckenham, che si trovava proprio dietro a dove abitava David Bowie. Una sera, passando, la sentii cantare. Subito rimasi impressionato e proposi a Roger di farla entrare nel gruppo. Gradualmente l’ensemble dei Comus stava prendendo forma, rimpolpata da altri nostri amici, ovvero il bassista Andy Hellaby e il polistrumentista Rob Young. Con questa line-up scrivemmo e registrammo il disco “First Utterance”.
Bobbie Seagroatt: Mi trasferii nella casa di Perth Road a Beckenham, dove vivevano vari membri del gruppo. Colin Pearson e Rob Young non vivevano lì, ma un mio amico conosceva Colin (o almeno credo), così andammo a trovarli a casa loro. La musica è sempre stata il filo conduttore della mia vita, anche se al tempo ancora non lo avevo capito, e mi sentivo inesorabilmente attratta dall’idea di suonare con loro, perché sapevo che i testi e la musica funzionavano, nonostante non avessi mai sentito nulla del genere prima di allora. Decisi di provarci.
Com’è stato essere resident band al Beckenham Arts Lab sotto la direzione artistica di David Bowie nei primi anni ‘70?
GG: Bowie giocava un ruolo fondamentale nell’attrarre un vasto insieme di artisti, musicisti, poeti e altre figure creative al Three Tuns Pub di Beckenham, nel Kent. Il locale aveva una stanza molto ampia nel retro dove si svolgevano gli eventi dell’Arts Lab. C’era sempre un gran fermento in quel luogo. In quel periodo i Comus occupavano un posto fisso nel palinsesto del locale, e spesso s’intravedeva Bowie seduto a gambe incrociate in prima fila, apparentemente affascinato dai nostri concerti. Quando era il suo turno di salire sul palco, Bowie si arroccava s’una sedia da bar posta su di una pedana, che fungeva da punto focale per tutti gli artisti della serata. Con uno stilofono che si posizionava in grembo e dei nastri da cui mandava la base, ipnotizzava il pubblico con la reinterpretazione di pezzi come Major Tom [Space Oddity, ndR] e altri.
RW: David cercava un gruppo fisso per il locale e noi ci siamo trovati nel posto giusto al momento giusto
BS: Roger e Glenn lo conoscevano dal college di zona, che tutti loro avevano frequentato. Fu il mio primo concerto in assoluto con loro, avevo sedici anni.
Com’è stato composto First Utterance? Com’è stato registrare una pietra miliare del folk sperimentale inglese?
BS: Roger suonava già da un po’ con Glenn, e immagino che i pezzi siano emersi in quel periodo. Roger aveva una fervida immaginazione riguardo ai personaggi da includere nei testi, con quel suo stile percussivo che si sposava bene col fingerpicking di Glenn. Glenn a volte usava anche lo slide, soprattutto nelle sezioni più pesanti, come ad esempio su Drip Drip. Registrare fu un altro paio di maniche. Come gruppo eravamo alle prime armi e il producer pareva avere poca esperienza con gli strumenti acustici e con mix di quel tipo; dopotutto eravamo un gruppo con sei membri diversi, più una voce maschile e una femminile. Il risultato non ci sembrò molto convincente, ma la gente ancora oggi lo adora! Credo sia perché già allora aveva un’impostazione molto diversa da quella di ogni altro gruppo di quel tempo, e inoltre i pezzi di per sé non erano teneri e folkeggianti (a parte The Herald), erano più una sorta di metal acustico, con passagggi veloci e rumorosi suonati con intensità folle.
RW: Il materiale che avevamo si è evoluto a tal punto che abbiamo scelto i brani che ci sembravano più appropriati e li abbiamo messi insieme.
GG: Nonostante Roger si occupasse della composizione della maggior parte dei pezzi, la creazione di ogni traccia era sempre uno sforzo collettivo, scandito da un meticoloso percorso di scarto, approvazione, integrazione e unione. Tramite questo lungo e a volte difficoltoso processo, ciascun elemento individuale della composizione veniva minuziosamente preso al vaglio, sino a che non si raggiungeva il famigerato consenso, ossia un pezzo che convincesse ciascuno di noi. Eppure, quando finalmente ci fu offerto un contratto di registrazione, ci venne consigliato di modificare pesantemente gran parte di quel repertorio che ci eravamo tanto sudati, dato che spesso durante i concerti ci lanciavamo in lunghe sezioni strumentali e soli tecnicamente complessi. Eravamo riluttanti, firmare il contratto significava concedergli rimaneggiamenti abbastanza spietati. The Bite, ad esempio, aveva una intro a sé stante piuttosto lunga, di circa cinque minuti. Se non sbaglio la accorciammo a una trentina secondi. Tutti i pezzi, soprattutto quelli scritti da Roger, erano di durata epica. Dunque passammo un sacco di tempo a modificare e riscrivere il materiale prima di entrare in studio. Sfortunatamente, durante le registrazioni di “First Utterance”, nel Regno Unito ci fu uno sciopero nazionale, dopotutto erano i primi anni ‘70, e ciò causò frequenti interruzioni di corrente che a loro volta compromisero seriamente il funzionamento dello studio. Fu una vera sfida per tutto il gruppo e per le sessioni di registrazione in generale, e lo fu anche per me personalmente, dato che dovevo dipingere l’interno della copertina di “First Utterance”, e lo facevo durante le pause tra le registrazioni. Pur di continuare il lavoro dovetti affidarmi ad alcune candele posizionate strategicamente ai lati del dipinto. Dietro le quinte, il dipartimento grafiche della Pye Records attendeva impaziente di poter preparare l’artwork per la stampa.
Cosa rappresenta per voi questo disco a distanza di più di mezzo secolo?
GG: Dopo che la band si è sciolta nei primi del ‘70, per anni non ho più ascoltato quell’album. Devo dire farlo che mi ha riportato alla memoria parecchi brutti ricordi. Ripensare invece a come suonavamo dal vivo è tutt’altra cosa. Ricordo l’incredibile immersione psichica, l’intensità e l’energia che sprigionavamo come sestetto acustico. Riguardo al disco, per quanto interessante in quel momento storico – e la sua longevità continua a stupirmi – credo che non potrà mai rimpiazzare l’effetto, sia fisico che psicologico, di quei ritmi bollenti, di quell’energia galattica e ipnotica che creavamo durante i live; eravamo un sestetto acustico molto coeso. Quel disco mi è sempre parso piatto e deludente.
RW: È un’affermazione artistica del unica nel suo genere, che si posiziona nelle file di album come Trout Mask Replica di Captain Beefheart e di artisti innovativi come Tim Buckley e altri nomi mistici di quel tempo. Era un periodo di fervida sperimentazione.
BS: È uno strabiliante artefatto, figlio di quel tempo e di quel posto. Siamo stati fortunati per i suddetti motivi, più il sound unico del gruppo e la strumentazione che avevamo. Nello storico di quel periodo, siamo fortunati ad essere ancora citati come influenza fondamentale di molti gruppi e musicisti che sono venuti dopo di noi.

La vostra musica è stata riscoperta da un gran numero di appassionati molti anni dopo la sua uscita, con artisti quali Current 93 e Opeth che vi hanno reso omaggio in più di un’occasione. Molti dei vostri fan non erano neanche nati all’epoca (compresi noi). Com’è stato vedere l’esplosione dei Comus come fenomeno cult dopo tutti questi anni?
GG: Credo che esplosione sia un po’ eccessivo. I Comus, o più precisamente “First Utterance”, sono stati chiaramente ripescati dall’oblio grazie a internet. Il mondo digitale ha cambiato tutto. Se solo avessimo avuto Instagram negli anni ‘70; chissà cosa avremmo potuto fare! Nel corso degli anni sono rimasto affascinato dal crescente interesse, silenzioso ma costante, nei confronti del gruppo. Se ai tempi qualcuno mi avesse detto che anni dopo avrei suonato di nuovo quella musica dal vivo mi sarei messo a ridere. Difatti ho riso.
BS: Quando ce lo dissero fu decisamente incredibile – pensavo scherzassero! E invece risultò essere vero…
RW: Data l’originalità e la sperimentazione a cui eravamo dediti, la nostra musica risulta ancora inventiva e provocatoria. È stato davvero bello ritrovare così tanti nuovi fan tra i giovani.
Vi siete riuniti nei primi anni 2000 pubblicando successivamente “Out of the Coma” nel 2012. Com’è stato tornare su quel materiale dopo decenni e al contempo registrarne dell’altro?
RW: A me è piaciuto moltissimo. È stato magico. Ciononostante, è stato strano imparare daccapo i pezzi dei Comus dopo tutto questo tempo. Eppure la magia essenziale dell’ensemble ha resistito negli anni e subito ci siamo re-impadroniti di quel feeling e del potere della nostra musica. D’altra parte invece credo che sia stato abbastanza prematuro pubblicare “Out of the Coma” come una tantum, anziché sviluppare brani a sufficienza per un album intero.
BS: Devo dire che per me è stato abbastanza facile ricordare i pezzi – mi si erano come stampati nel cervello. Il nuovo disco è arrivato dopo che avevamo imparato daccapo il vecchio materiale, e siccome i fan non vedevano l’ora di ascoltare un album nuovo, ne abbiamo fatto uno. È stato piuttosto stimolante sapere che la gente non vedeva l’ora di sentire qualcos’altro di nostro, ed è stato bello vedere la loro reazione al materiale sia nuovo che vecchio… Io non ho esitato minimamente a suonare il primo disco dal vivo quando ci è stato chiesto. La cosa ci ha lusingato e anche stimolato. Non sono molti i gruppi che hanno opportunità del genere.
GG: In risposta all’invito da parte del musicista e produttore svedese Stephan Dimle (https://en.wikipedia.org/wiki/Stefan_Dimle) di apparire al Melloboat Festival nel 2008, sulla nave da crociera svedese Silja Symphony, noi, siccome non suonavamo insieme da ben 37 anni, abbiamo dovuto fare un po’ di ricerca su noi stessi prima di accettare, stringere i denti e passare sette mesi a provare nello studio di Jon Seagroatt [marito di Bobbie Seagroatt e a sua volta musicista e producer, ndR] nell’Oxfordshire. Il risultato di quei sette mesi di lavoro molto intensivo ha stupito un po’ tutti. Ed è stato a seguito di questa prima reintroduzione alle performance dal vivo dei Comus che abbiamo iniziato a prendere davvero in considerazione l’idea di scrivere e registrare altro materiale.
Che rapporto avete con l’industria musicale di oggi rispetto a com’era quando avete incominciato a pubblicare musica?
GG: C’è ancora un’industria musicale al giorno d’oggi? Io non ne sono sicuro. Non ne so nulla e non ci capisco nulla, non funziona più come negli anni ‘70. Creare, registrare e distribuire la propria musica oggi è molto facile, e basarsi sui funzionari del music business per la gestione e il controllo del tuo destino creativo è un qualcosa che appartiene al passato.
RW: La musica era molto più interessante a fine anni ‘60 e inizio ‘70. Trovo che la musica odierna sia prevedibile, spesso ripetitiva all’inverosimile e monotona in termini compositivi, soprattutto se paragonata a quella.
BS: Funziona in tutt’altro modo oggi. Si investe denaro in quei pochi gruppi famosi del passato per mandarli in tour e promuovere il loro nuovo materiale, oppure s’investe in gruppi e artisti molto giovani, e sta tutto nel loro brand e nel marketing che li circonda.
Nonostante le avversità che l’attuale mondo musicale porta con sé, che consigli avreste per i giovani artisti di oggi?
BS: Trovatevi un lavoro vero! Ahahah!!!
RW: Siate voi stessi e approfondite il vostro potenziale. Ascoltate la musica di quell’epoca, era molto più all’avanguardia di quella odierna.
GG: Ciascuno è fatto a modo suo. Spesso le persone creative si domandano se la loro unicità abbia abbastanza valore da generare qualcosa di ‘degno’, interessante o significativo. Il mio consiglio è di fidarsi dei propri istinti creativi. Anche se prendere ispirazione da altri artisti è naturale, e in una certa misura salutare, è importante non fissarsi troppo sul ‘copiare’ il loro lavoro. La chiave per ogni artista sta nel creare pezzi originali che affondino le loro radici nelle proprie esperienze personali. L’autenticità è fondamentale. Nel corso della storia gli artisti di successo hanno sempre attinto a varie fonti d’ispirazione, ma è essenziale far sì che queste influenze arricchiscano la tua opera anziché manipolarla.
Ci sono artisti del momento che apprezzate? E che musica ascoltate in generale?
RW: Al momento ascolto principalmente classica moderna, come John Adams, John Luther Adams, Arvo Pärt, Górecki.
GG: C’è troppo e troppo poco allo stesso tempo. A volte sento qualcosa al volo mentre passo davanti a un negozio o a un bar da qualche parte e cerco di shazamarlo. Ascolto un sacco di cose che scopro tramite Shazam, di vario genere. Personalmente non ho un genere o un artista a cui sono fissato. Un paio d’anni fa ho scoperto Arve Henricksen, un trombettista norvegese. La sua voce ha molta profondità, è piena di animo e poesia e le sue opere mi hanno colpito. Ammiro molto Paco de Lucia (RIP) and Vincente Amigo. Hanno elevato la concezione di cosa sia tecnicamente possibile sulla chitarra. La musica forgiata nel profondo dell’anima è difficile da ignorare. Potremmo quasi dire che tutta la musica è meravigliosa e potenzialmente commovente, nelle giuste circostanze.
BS: Ascolto la musica di Jon Seagroatt (mio marito) – al momento sta studiando il trombone e il contrabbasso, venendo già dal sassofono; è un polistrumentista. Si possono trovare alcuni dei suoi (e dei miei) lavori sul suo sito web. Quando voglio rilassarmi o staccare la spina ascolto Mary Waterson, Hack-Poets Guild, Dezko, (soprattutto il suo pezzo Descend), Shygirl, Bicep e molti altri. Mi piacciono una miriade di generi – Prince è tra i miei artisti preferiti, come molti jazzisti degli anni ‘50, ‘60 e ‘70… Miles Davis, Bill Evans, Ornette Coleman, Chet Baker, Frank Sinatra, Count Basie Orchestra…
Dopo lo scioglimento definitivo del gruppo nel ‘74 ciascuno di voi ha proseguito la propria carriera artistica in modo diverso, in ambiti anche lontani dalla musica, pur senza mai abbandonarla (penso al disco di Bobbie Yearn, oltre che al suddetto Out of the Coma). Raccontateci qualcosa dei vostri progetti attuali.
GG: Passo il mio tempo facendo un po’ di tutto, che sia comporre musica, dipingere, creare ‘oggetti’ di vario tipo o scrivere. Al momento sto lavorando a un insieme di pezzi per chitarra acustica che spero di registrare entro la fine dell’anno. Sto anche portando a termine un romanzo. Inoltre sto ultimando il progetto di un’ampia installazione artistica. C’è sempre una lunga lista di cose da fare.
RW: Io in questo periodo sto lavorando ad alcuni nuovi pezzi ispirati in gran parte a presenze extra-terrestri e aliene.
BS: Jonny e io abbiamo preso parte a una performance, al Barbican di Londra, delle musiche del film The Wicker Man [capolavoro di Edward Woorward del ‘73 mai distribuito in Italia, ndR], lo scorso anno, nel 2023, di questo periodo. Jon era il direttore musicale; il gruppo includeva Jem Finer dei The Pogues, Alasdair Roberts, Alison O’Donnell, David Colohon e Joolie Wood. Anche se i Comus non hanno mai preso parte alla colonna sonora originale, siamo stati spesso associati al film date le tematiche cruente di alcuni dei nostri brani. Avendo ottenuto una laurea magistrale in pittura nel 2020, ultimamente mi sto dedicando ai miei dipinti e ai miei disegni, con la speranza di poter organizzare delle esibizioni in futuro. Il mio sito web è www.bobbieseagroatt.com. Se ascolto della musica quando dipingo o disegno finisco per concentrarmi solo su quella e non sul lavoro che ho sottomano!
Che progetti avete in futuro? Ascolteremo mai un nuovo disco dei Comus?
BS: È improbabile, dato che tutti i membri del gruppo dovrebbero essere d’accordo.
RW: Il mio piano è di finire questi brani per farci un disco. Al momento ho terminato 8 pezzi. Dopodiché, quando sarò pronto, cercherò un gruppo.
GG: Sono successe cose ben più strane!
