
Lo scorso maggio è uscito “Unnatural Self”, il terzo lavoro in studio di Paolo Tarsi (qui la nostra recensione). Come negli album precedenti, il compositore e musicista pesarese si è avvalso di un nutrito team di collaboratori di notevole caratura, tra strumentisti e vocalist. La novità di questo disco rispetto a “Furniture Music for New Primitives” (Cramps Records, 2015) e “A Perfect Cut in the Vacuum” (Anitya Records, 2018), prevalentemente strumentali, è l’utilizzo pressoché costante della forma-canzone: in “Unnatural Self” è infatti presente un solo brano strumentale, Tabula Rasa. Nell’album, inoltre, è ricorrente una tematica di grande attualità, vale a dire quella del rapporto tra l’essere umano e la tecnologia, mentre le sonorità, che in passato spaziavano tra ambient, prog, kosmische music e techno, sono approdate sui lidi della synth-wave, con qualche sconfinamento nel rock. Ne parliamo in modo più approfondito con l’artista stesso.
Accostandomi al tuo lavoro, sono stata colpita dalla quantità di musicisti di grande prestigio con i quali hai collaborato nel corso della tua carriera. Tra di loro possiamo infatti annoverare musicisti provenienti da formazioni come Tangerine Dream, OMD, Tuxedomoon, King Crimson, Supertramp, faUSt, Soft Machine e sessionmen di Brian Eno, Bryan Ferry, Pink Floyd, Radiohead, oltre a tantissimi altri. Per quanto riguarda i musicisti italiani, ricordiamo Andrea Tich, Alessandro Gerbi (C.S.I., Diaframma), Franco Caforio (Litfiba, Violet Eves), Fulvio Muzio (Decibel), Paolo Tofani (Area), Livio Magnini (Bluvertigo) e Xabier Iriondo (Afterhours), per citarne solo alcuni… Come sei riuscito ad intessere una rete di relazioni così ampia, e come è stato possibile trovare una sintonia con personalità così differenti?
Quando penso a dei musicisti con cui condividere un nuovo progetto, parto sempre con un’attenzione rivolta prima di tutto al suono. Una delle possibilità che si ha davanti in questi casi è di lavorare proprio con quegli stessi musicisti che si è così tanto amato e ascoltato. In un certo senso penso di avere un approccio simile a quello che puoi ritrovare negli Alan Parsons Project o negli Steely Dan: scrivo un brano e cerco di capire come sviluppare al meglio ogni singola composizione, tenendo conto delle caratteristiche e della sensibilità dei musicisti coinvolti. Inoltre, ognuno degli artisti con cui ho collaborato proviene, proprio come me, da esperienze musicali in cui in qualche modo è presente la sperimentazione, ed è questa una delle ragioni principali che ha favorito il nostro incontro. Quando ho scoperto per la prima volta tra i sassofonisti indicati nei credits delle registrazioni di Tattoo You e Bridges to Babylondei Rolling Stonesi nomi di due colonne del jazz come Sonny Rollins e Wayne Shorter, ne fui piacevolmente sorpreso, e ascoltando capii il motivo di quella scelta. Allo stesso modo in Luck and Strange, il nuovo album di David Gilmour, così come nel suo precedente Rattle That Lock, in alcuni brani fa capolino il pianoforte di Roger Eno. Sono solo alcuni rapidi esempi per ribadire quanto sia importante lavorare, almeno per me e soprattutto in studio, accanto a musicisti con cui si condivide una precisa idea di suono. È anche vero che rispetto a un tempo, quando alcune major illuminate si prendevano davvero cura delle loro proposte artistiche, come la PolyGram italiana di Stefano Senardi negli anni ‘90, favorendo magari anche incontri o collaborazioni, ora di quel fermento non resta più alcuna traccia e bisogna essere in grado di muoversi in autonomia senza lasciarsi abbattere da un momento così decadente come quello che stiamo attraversando.
Una tematica ricorrente nei tuoi brani, sia in quelli i cui testi sono firmati da te – come accade nell’ultimo album “Unnatural Self” – sia, in parte, nei lavori precedenti, è il rapporto tra l’essere umano e le nuove tecnologie, in particolare rispetto alle sfide che lo sviluppo dell’informatica e la sua influenza su tutte le aree della nostra vita ci pongono davanti…
Ho iniziato a concentrarmi maggiormente su questi temi dopo l’incontro nel 2017 con Emil Schult, l’autore del testo del mio singolo Artificial Intelligence. Spero che lo sviluppo tecnologico possa aiutarci a vivere insieme nel pieno rispetto del nostro pianeta, con valori imprescindibili condivisi, in maggiore sintonia gli uni con gli altri e con la natura. Per ora è solo una chimera perché il risultato è, spesso, proprio all’opposto.
Recentemente, lo scorso aprile, hai organizzato nella tua città, Pesaro, un festival di musica elettronica, “Algebra delle lampade”, che a sua volta prende il titolo dal tuo libro pubblicato nel 2018 da Ventura Edizioni. Il volume è una raccolta di interviste e recensioni realizzate appositamente per questa pubblicazione, rivedendo in piccola parte anche ciò che avevi scritto per differenti testate. Come si intersecano la tua attività di compositore, musicista, critico musicale ed operatore culturale?
Come hai giustamente ricordato, il festival nasce, mi piace pensare, come una sorta di espansione del mio libro “L’algebra delle lampade”. Lì ho racchiuso delle analisi di alcuni miei “amori” musicali che mi hanno accompagnato prima di esprimermi a mia volta come musicista. Solo tempo dopo ho scoperto, con grande stupore, che anche due personaggi che amo molto, Mark Knopfler e Neil Tennant dei Pet Shop Boys, erano stati attivi come critici musicali prima di dedicarsi interamente ai loro progetti musicali. Il festival “Algebra delle lampade” nasce a Pesaro nel 2023 e fin da subito ha suscitato interesse e apprezzamento da parte del pubblico, con presenze importanti anche da fuori regione, non solo dalla vicina Emilia-Romagna, ma anche da Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio e Abruzzo. Accanto a concerti di musica elettronica, spesso audiovisual, un momento significativo di queste prime due edizioni sono state le Masterclass rivolte a giovani musicisti e in particolar modo agli studenti del Liceo Musicale e del Conservatorio. Se da un lato, mentre maturava il mio lavoro di musicista, ho preferito interrompere l’impegno con la scrittura, devo dire che mi trovo perfettamente a mio agio nell’organizzazione del festival promosso dalla mia etichetta discografica Anitya Records in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro.

Hai anche spiccati interessi nel campo delle arti figurative: oltre ad aver fatto parte della redazione musicale del sito “Artribune”, hai collaborato con musei, gallerie e videoartisti e hai reso omaggio a Umberto Boccioni nel tuo “Unique Forms of Continuity in Sound”, uno dei due dischi che compone il tuo doppio album “A Perfect Cut in the Vacuum”…
In passato ho trovato particolarmente stimolanti determinati processi creativi adottati nell’arte contemporanea o nella scrittura di Burroughs. Tecniche, queste, che in alcuni casi ho provato a fare mie, per avventurarmi con maggiore autonomia nei vari percorsi musicali in cui al momento ero coinvolto. Cercavo attraverso queste “vie di fuga” un modo personale per allontanarmi dalla tonalità, dal già sentito. Ora che mi sono accostato alla canzone ho recuperato il linguaggio tonale, filtrandolo alla luce di quelle esperienze.
Parliamo ora della tua produzione musicale: dall’elettronica del tuo penultimo album sei approdato a sonorità synth wave che virano verso il post-punk e l’electro-rock e che si rifanno ad atmosfere anni Ottanta: ho colto, ad esempio, echi dei Depeche Mode in Opium e soprattutto in Unfinished People… Come accennavamo in precedenza, “Unnatural Self” è anche il primo disco del quale hai firmato i testi. Che cosa ti ha condotto a questo risultato?
Dopo il mio lavoro precedente, “A Perfect Cut in the Vacuum”, in cui erano già presenti due brani cantati, ho sentito la necessità di avvicinarmi più nettamente alla forma-canzone, di cui mi ha affascinato scoprire le strutture meno convenzionali e veicolare la sperimentazione stessa al suo interno, potendo trasmettere grazie ai testi anche dei messaggi ben definiti. Dal punto di vista musicale gli OMD sono stati un grande riferimento per me. Soprattutto nei loro primi album, hanno saputo fondere l’elettro-pop con la sperimentazione. E sono proprio le loro canzoni che avevo in mente quando ho scritto Opium. Curioso notare come proprio i Depeche Mode resero una sorta di omaggio/plagio al pop industriale degli OMD in uno dei brani contenuti in Music for the Masses, uno dei loro album più potenti. Il brano si chiama The Things You Said e sembra nascere direttamente da Almost degli OMD con un giro di synth praticamente identico. A volte, cercando l’originalità, come ben diceva Morricone, può capitare di incappare in se stessi o nei propri amori più grandi.
Nell’album sono presenti ben sei vocalist differenti: da Eugene, con il quale tu sei indubbiamente in sintonia nell’affinità delle scelte musicali e nel vostro gusto per la sperimentazione, fino a Andy Wickett, voce del periodo iniziale dei Duran Duran, e Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon: come mai questa scelta?
Brano per brano, ho cercato di privilegiare alcune scelte timbriche, ponendomi con attenzione al riguardo, senza sottovalutare l’importanza di avere dei cantanti di madrelingua inglese per poter affrontare al meglio i testi dell’album. Per queste ragioni, oltre a Andy Wickett e Blaine L. Reininger, ho invitato a cantare nei miei brani Steve Hovington dei B-Movie, Andrew Evans dei Birmingham Electric e Marc Lewis degli Snake Corps. Le loro voci, insieme a quella di Eugene, convivono in modo unitario e ogni singolo brano si ricompone in un mosaico più ampio e fortemente omogeneo. Riflettendoci, mi vengono in mente anche altri album, a me cari, in cui accade qualcosa di simile. Penso a Diamond Head di Phil Manzanera, dove le voci di Robert Wyatt, Brian Eno, John Wetton e Bill MacCormick dei Matching Mole si alternano nelle varie tracce del chitarrista dei Roxy Music, ma anche Nick Mason’s Fictitious Sports, l’inaspettato, quanto bellissimo, primo disco solista del batterista dei Pink Floyd, fino ai più recenti The Time Machine e The Art of Noise di Jean-Michel Jarre.
Per concludere, la domanda di rito: quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Presto uscirà una nuova release contenente dei remix inediti intitolata “Unnatural Self – The Singles”. In questo momento sono concentrato nel riarragiare i brani di “Unnatural Self” per presentare questo lavoro dal vivo con la mia band Ballet Mécanique che include Alessandro Gerbi alla batteria. “Ko De Mondo” è una pietra miliare e lezione imprescindibile del rock indipendente e sono felice di avere con me sul palco uno dei musicisti che, insieme ai CSI, ha preso parte a quella stagione così iconica della musica italiana.