Cairnn – Sincrasi
Recensione del disco “Sincrasi” (Autoproduzione, 2024) dei Cairnn. A cura di Emanuela Carsana.
Sebbene la scena post-metal italiana spesso rimanga nell’ombra rispetto alle produzioni internazionali, è altrettanto vero che band come i Cairnn emergono come schiaffi tra i denti in un panorama musicale a volte privo di identità. “Sincrasi“, il loro ultimo album uscito quest’anno, rappresenta una grande sfida immensa in un mare aperto di superficialità d’animo, un grido in questo squarcio di anime perse.
Il nome Cairnn non è scelto a caso. Deriva da cairn, un tumulo di pietre utilizzato come punto di riferimento nelle montagne o per la navigazione marittima, simbolo del passaggio dell’uomo e della sua impronta nel mondo. E con questa metafora “Sincrasi”, esplora temi come la tristezza emotiva trasformata in cinismo; ogni traccia è una pietra che si posa lungo un percorso emotivo complesso e stratificato.
A partire da brani come Dicembre, l’album si apre con sonorità cupe e malinconiche che richiamano le influenze di giganti del genere come Cult of Luna, Isis e Amenra, ma con una distintiva impronta personale. Le chitarre di Lorenzo e Davide si intrecciano in melodie che passano dal delicato al devastante. Il basso di Luca fa emergere quell’individualismo soffocante, perpetuato tra l’arrendevolezza di fronte a forze più grandi di noi e la lotta nel desiderio di resistere. L’aritmia esasperante di Mariglen alla batteria e la tentazione di cedere all’apatia rappresentano in realtà un richiamo quasi disperato alla sensibilità e all’empatia.
Moros spicca per la sua capacità di trasmettere un senso di smarrimento. Trasportata dall’intensità dei suoni mi sono ritrovata quasi costretta a scontrarmi con il mio Yamata no Orochi, il serpente a otto teste che rappresenta le paure e le angosce più profonde dell’animo umano. Come il dio Susanoo che affronta e sconfigge questa creatura, l’ascolto di “Sincrasi” diventa un rito catartico, un confronto diretto con le proprie ombre per trovare, infine, una forma di redenzione o almeno di accettazione delle proprie sofferenze. L’album non è quindi un invito alla resa, ma una riflessione rivolta alla speranza, attraverso melodie avvolgenti e sezioni introspettive
Il titolo dell’album, allude alla fusione di elementi diversi, rappresentando la sintesi delle esperienze personali dei membri della band e la loro evoluzione collettiva. La band stessa è il risultato di una rinascita. Dopo un periodo di smarrimento personale, i quattro musicisti si sono ritrovati e hanno canalizzato le loro esperienze in un progetto che va oltre la semplice espressione artistica. È una forma di resistenza, un cairn eretto contro le intemperie dell’esistenza.
Registrato presso il Suite Ohm Studio, l’album rivela una cura maniacale nella costruzione dei brani, permettendo così alla loro libertà espressiva di emergere e di sentirsi confortata dall’oscurità complessa del male di vivere. Le influenze post-rock strumentali si intrecciano tra loro, trovando significato nel caos.
In un’epoca in cui la musica spesso si riduce a prodotto di consumo veloce, “Sincrasi” è un album che richiede attenzione e restituisce emozioni autentiche, destinato a lasciare un segno in chi saprà ascoltarlo. Non se ne esce indenni dall’ascolto, ma forse è proprio questo il suo più grande pregio: la capacità di scuotere, di mettere in discussione, di ricordare che sotto la superficie c’è molto di più.




