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Interviste

Distopie e grandi soddisfazioni: intervista a Nicola Manzan

Se dovessi indicare una persona che ad oggi si faccia davvero tutt’uno con il concetto di musica vissuta sulla propria pelle, non avrei dubbi: il vessillo di factotum risponderebbe certamente al nome di Nicola Manzan. Manzan è un personalità forte, di raccordo e di sintesi, in quanto ricopre ed incorpora tutte le cariche, istituzionali e non, che il nostro immaginario lega al mondo sonoro: è polistrumentista, compositore, arrangiatore, produttore, insegnante, turnista e performer, ma all’occorrenza anche driver, tour manager, addetto stampa e booking. Ha suonato, arrangiato e prodotto centinaia di dischi, e ha incendiato i palchi d’Europa evocando ciclicamente il demone cine-grind chiamato Bologna Violenta. La lista delle sue collaborazioni non ha principio e non ha fine, così come lo spettro della sua coscienza musicale e le sue forme innumerevoli.

È il tipo di artista che assume su di sé anche l’onere del ruolo, trasfigurando sul palco il concetto, catartico e sublime, di fatica fisica. Ogni sua esibizione sviscera un’emozione stratificata, messaggio e forma viaggiano di pari passo, a fuoco e perforanti. Ogni suo lavoro ha un’anima precisa e parlante, ogni capitolo della sua infinita discografia è un fianco scoperto del suo talento. Lo abbiamo incontrato durante un illusorio momento di pausa

Ciao Nicola, bentornato sulle pagine di Impatto Sonoro.

Ciao Tommaso e grazie a Impatto Sonoro per dedicarmi questo spazio.

Mi piacerebbe ripercorrere un po’ la tua storia personale e la tua carriera, perciò partirei dal principio. In che contesto geoculturale nasci? Quando muovi i tuoi primi passi musicali?

Sono nato a Treviso e sono cresciuto in un paesino della provincia. I miei genitori non erano musicisti e ho iniziato a suonare perché mio fratello maggiore aveva iniziato a studiare il pianoforte prima, e la fisarmonica poi; io ovviamente non volevo essere da meno. In casa i dischi non mancavano (soprattutto musica classica e un po’ di cantautorato italiano), avevamo un pianoforte e passavo ore ed ore a suonare a caso, finché a 5 anni ho iniziato a prendere lezioni anch’io.

Come e quando è avvenuta la scelta dello strumento?

Ad 8 anni, per una serie di coincidenze, ho deciso di intraprendere lo studio del violino, strumento difficile ma molto affascinante, visto che la musica classica mi piaceva molto. Da lì non mi sono in pratica mai fermato, arrivando a diplomarmi verso i vent’anni. A 14 anni, come premio per aver conseguito la licenza di teoria e solfeggio, mi sono fatto regalare una chitarra acustica, visto che nel frattempo avevo iniziato ad ascoltare un po’ di metal e hardcore e volevo avvicinarmi anche a questo strumento per suonare i brani delle varie band che mi capitava di ascoltare. La svolta è avvenuta quando, a 18 anni, ho deciso di vendere il pianoforte per comprarmi una chitarra elettrica (con la relativa disperazione dei miei genitori), perché una band di amici cercava un chitarrista per fare qualcosa che assomigliasse ai Rage Against The Machine. Da lì in poi le mie due “carriere”, quella di musicista classico (in orchestre e formazioni cameristiche) e quella di chitarrista rock sono andate di pari passo, ma senza mai trovare un vero e proprio punto di incontro, finché non ho iniziato a lavorare come violinista in studio e dal vivo per varie band.

All’inizio degli studi percepivi già che questa sarebbe stata la tua strada?

Questa è una cosa a cui mi capita spesso di pensare. Nel senso: quand’ero bambino mi piaceva anche lo sport, ho giocato a rugby per alcuni anni e mi sarebbe piaciuto diventare uno sportivo professionista, ma col passare del tempo, soprattutto con l’aumentare degli impegni in ambito musicale, ho dovuto scegliere quale percorso intraprendere e non ho mai avuto dubbi su cosa mi sarei dovuto concentrare, ovvero la musica. La cosa mi fa abbastanza sorridere perché da quando ho repentinamente abbandonato lo sport, me ne sono allontanato abbastanza velocemente, perdendo di vista tutto ciò che ci avesse a che fare, fino a diventare una persona che non ha idea di cosa succeda in questo ambito, nonostante nella mia famiglia il rugby avesse continuato ad essere molto presente per anni (mio fratello giocava in serie A per capirci). Quindi mi viene da pensare che sì, ho capito fin dall’eta di 11, 12 anni, che avrei fatto il musicista, senza neanche pormi il dubbio che non fosse la strada giusta da intraprendere.

Quali sono gli ascolti classici di allora che ancora oggi non ti stancano?

Se stai parlando di musica classica, potrei dirti che col passare degli anni non mi ha ancora stancato quasi nulla. Con questo tipo di musica, col passare del tempo, si raggiunge sempre più consapevolezza di cosa si ascolta e la percezione si modifica. Forse è proprio per questo che si continuano a suonare dal vivo e a registrare sempre gli stessi repertori, perché alla fine ci sono molte sfaccettature e dettagli che possono essere interpretati in diversi modi, creando qualcosa di leggermente diverso ogni volta, anche se un orecchio non allenato non se ne rende conto. Poi c’è da dire che, non essendoci registrazioni dell’epoca, è tutto frutto di interpretazione personale, quindi col passare del tempo, lo stesso pezzo può suonare in molti modi diversi. mPersonalmente non amo molto le cose più virtuosistiche, che come sempre lasciano un po’ il tempo che trovano, mentre non riesco a stancarmi dell’opera di Bach (inarrivabile), Beethoven e alcuni autori russi (cito tra tutti Rimskij-Korsakov) che continuano a darmi molto a livello emozionale.

Che rapporto hai col rock? Quali sono le band che più ti hanno influenzato a livello di scrittura?

Ecco, questa è una domanda un po’ delicata, nel senso che ho un rapporto di amore e odio col rock. Sarà per il fatto che sono cresciuto con un tipo di scrittura molto complessa, ma sono portato ad annoiarmi molto presto quando ascolto il rock e la musica leggera in generale. Mi piace molto la musica strumentale (per la cronaca: non riesco quasi mai a concentrarmi su un testo e sul suo significato), mi piacciono le cose che mi stupiscono quando le ascolto e in generale mi aspetto sempre molto da un disco o da una semplice canzone. Quindi mi sento di dire che ci sono stati dei dischi che mi hanno folgorato e forgiato in vari modi e che sicuramente hanno influenzato il modo di scrivere la musica, ma non ci sono generi particolari che ho approfondito più di tanto. Ti posso citare la furia del primo hardcore italiano (fra tutti i Negazione, tra i pochissimi che mi hanno anche coinvolto anche a livello dei testi), il grindcore di Napalm Death e Carcass (anche nei loro momenti più metal), ma anche cose tipo “Spiderland” degli Slint o i dischi dei Popol Vuh. Quindi cose non molto vicine al rock classico. A livello di scrittura mi hanno sempre affascinato i pezzi brevi, quelli che in pochi secondi ti dicono tutto, quelli che ti lasciano quella sensazione di “ok, lo devo riascoltare subito”, tipo quelli dei Melt Banana, The Locust, Naked City e simili.

Hai suonato, prodotto e arrangiato una quantità abnorme di brani, di un altrettanto abnorme numero di musicisti e, va da sé, approcciato quasi tutti i generi musicali esistenti. Qual è il criterio col quale accetti una richiesta di collaborazione?

Ovviamente i criteri sono vari, tra gli altri: l’amicizia, l’amore per una band, la carriera, le bollette da pagare. In ognuno dei casi citati c’è un unico comun denominatore, ovvero il fatto che quello che si sente di mio sia arrangiato, suonato e registrato al meglio. Nello specifico: capita che degli amici mi chiedano di partecipare al disco e difficilmente dico di no. Se mi chiedono di esserci è perché sanno che in qualche pezzo il mio suono ha un senso e può dare un valore aggiunto. Altre volte ci sono delle band a cui tengo particolarmente e con cui voglio collaborare e quindi non posso tirarmi indietro. Poi succedono cose inaspettate, tipo che degli artisti importanti mi chiedano di partecipare alle registrazioni, quindi è difficile tirarsi indietro, perché significa che il mio curriculum può vantare collaborazioni importanti che mi possono dare lustro sotto parecchi punti di vista. Altre volte vengo contattato da persone sconosciute che hanno semplicemente bisogno delle mie competenze, e qui si tratta di pagare le bollette. In questi casi ci sono risvolti di vario tipo, magari i pezzi non mi piacciono un granché e cerco di renderli migliori, in altri casi i pezzi mi piacciono e da lì parte una collaborazione continuativa che magari non va da nessuna parte in particolare, ma sono contento di esserci, perché ne vale la pena. Di base cerco sempre di fare del mio meglio, mi pagano per essere un professionista, per registrare degli archi che siano perfetti sotto tanti punti di vista e non vedo perché dovrei dire di no. Alla fine se fossi un idraulico (per dire) non starei tanto a vedere se posso lavorare solo in case di lusso, ma farei il mio lavoro nel migliore dei modi per poter dare al cliente tutta la professionalità che mi viene richiesta.

C’è un brano, fra le centinaia a cui ha preso parte, che piace ai tuoi genitori?

Non ne ho la più pallida idea. Mia madre è mancata quando stavo cominciando a suonare con le prime band, quindi direi che si è persa più o meno tutto. Mio padre veniva spesso ai concerti dei Baustelle quando ero in tour con loro perché gli piacevano parecchio, ma non avevo partecipato alla registrazione del disco. Credo che, quelle rare volte in cui gli faccio sentire qualcosa di mio, pensi che sono una specie di genio incompreso, anzi, incomprensibile. Si è palesato anche a qualche concerto di Bologna Violenta uscendone con le orecchie malconce e una faccia abbastanza perplessa. Mi ricordo un Home Festival a Treviso, credo nel 2012, in cui a fine concerto mi disse: “ma ti rendi conto che mentre suonavi sembrava che si stesse sbriciolando l’asfalto, a causa volume impressionante che avevi?”. La sua faccia aveva un’espressione di quasi ammirazione, ed è un bel ricordo, devo dire.

Ricordi il timeframe preciso della nascita di Bologna Violenta?

Il timeframe preciso no, ma ricordo alcuni episodi significativi che mi hanno fatto pensare di mettere in piedi un progetto del genere. Il primo: quando ero arrivato a Bologna da un paio di giorni e, dopo essere stato al Pilastro in una serata nebbiosa, al rientro ho visto in tv l’intervista di Franca Leosini a Fabio Savi sulla Uno Bianca, pensando che avrei dovuto farci un disco di musica violentissima. Ricordo anche quando, alcuni mesi più tardi, sempre in tarda notte, ho visto per la prima volta Mondo Cane e ho pensato che fosse la formula giusta per fare un disco a tema (che poi sarebbe diventato il secondo mio lavoro “Il Nuovissimo Mondo”). Quando ho fatto il primissimo brano di Bologna Violenta, perché mi ero stancato di molte dinamiche della musica mainstream in cui ero stato coinvolto e pensavo che fosse il momento di fare quello che volevo, tanto non sarebbe cambiato un cazzo ad andar dietro a certa gente; è stata una specie di epifania, perché per la prima volta ho sentito che c’era il germe di un qualcosa che avrei potuto fare in completa autonomia e con le modalità che volevo io, senza alcuna mediazione. Ricordo bene quando ho dato seguito a questo primo brano, ritrovandomi con in mano una manciata di pezzi della durata di 26 secondi e decisi di farne 26, da 26 secondi (che avrebbero formato il primo disco). Inizialmente i titoli erano tutti riferiti al mio lavoro all’Autogrill dell’aeroporto di Bologna dove lavoravo dalle 5 alle 9 del mattino; prima di andare al lavoro in tv davano dei film poliziotteschi che registravo e poi guardavo (una volta rientrato a casa) dopo essere stato in studio a registrare un nuovo brano ogni giorno. Da lì mi è venuta l’idea di intitolare il disco Bologna Violenta (visto che ufficialmente non esiste un film con questo titolo) Ricordo precisamente il momento in cui ho scaricato la foto di Maurizio Merli col mitra in mano e ho fatto la copertina del primo disco, così come quando, consultando il sito Pollanet Squad mi sono copiato tutti i titoli dei film poliziotteschi censiti e ho creato i titoli dei pezzi, che a quel punto nascevano dall’ispirazione che mi davano, appunto, i titoli di film che spesso non avevo ancora visto, cambiando il nome della città con “Bologna”, la città in cui vivevo e in cui i miei sogni di musicista si erano in larga parte sbriciolati.

Secondo te la violenza sonora mantiene ancora oggi la sua funzione comunicativa?

Da quando ho iniziato ad ascoltare musica estrema ad oggi sono passati più di 3 decenni e da quando ho iniziato a suonare come Bologna Violenta ne sono passati quasi 2. Sono cambiate moltissime cose, le orecchie di chi ascolta sono cambiate, le mode, i generi, tantissime cose sono cambiate. Di sicuro se una cosa è fatta bene può ancora suscitare emozioni forti, l’importante è cercare di non conformarsi troppo a ciò che ci circonda. Sento tantissime cose estreme che sono diventate di maniera e che hanno perso gran parte del loro significato. Da parte mia cerco ogni volta di scrivere musica che possa in qualche modo stupire e comunicare qualcosa in maniera non ovvia, non modaiola e senza farmi neanche troppi problemi sulla sua commerciabilità o sul senso che può avere. Resto sempre dell’idea che posso far pensare la gente anche con brani strumentali, purché abbiano una forte carica emotiva, che spesso va in contrasto con una forte dose di ironia e autoironia.

In “Bancarotta Morale” c’è stato un cambio di rotta stilistico abbastanza evidente, per quanto coerente. Sarà questa la forma/formula dei Bologna Violenta nel prossimo album?

Direi di no. Quella formula era perfetta in quel momento, ma sento (e lo sente anche Alessandro) il desiderio di ripartire da dove eravamo rimasti con “Discordia“, per tornare a fare cose in quella direzione, ma più evolute, più sintetiche e più efficaci. Il nuovo album sta assumendo una forma un po’ strana, ma ci piace. Poi dal vivo amiamo tirare manate in faccia alla gente mentre suoniamo. Non a caso “Bancarotta Morale” sembrava proprio l’album perfetto per rimanere su disco, a parte qualche eccezione live, e i vari lockdown ne hanno proprio sottolineato questo strano destino. Alla fine, guardando indietro, direi che è stato tutto perfetto così.

Negli ultimi anni sei stato parecchio attivo col progetto Torso Virile Colossale, che fonda la sua estetica sul peplum, genere cinematografico spesso sconosciuto ai più (giovani). Come è nata questa folle idea? All’interno della band che ruolo hai?

L’idea è nata nella testa di Alessandro Grazian, cantautore padovano con cui ho suonato molto (quasi sempre in duo) per qualche anno dal 2006 in poi. In Torso Virile Colossale il mio ruolo è principalmente quello di violinista, sia in studio che dal vivo, ma sono stato anche un po’ parte della produzione a livello propriamente discografico con la mia piccola etichetta Dischi Bervisti, coproducendo i singoli Fenici Miei in vinile e Chi Guida l’Orgia? in cassetta.

Due anni fa usciva uno dei tuoi dischi, in un certo senso, più estremi: “Nikolaj Kulikov“. Che storia si cela dietro al concept e perché hai scelto di farne un disco?

La questione è abbastanza semplice: avevo da poco fatto uscire “La Città del Disordine” (il primo disco a mio nome) e i ragazzi di Overdrive (l’etichetta che ha coprodotto vari miei lavori) mi hanno suggerito di fare un concept su un cosmonauta russo. Ho inventato, elaborato e sviluppato una storia, fino a farla diventare credibile a livello di contenuti, facendo varie ricerche sulla storia della cosmonautica, per me molto affascinante già in tempi non sospetti. ,Il disco, a livello di scrittura e di registrazione, è uscito in maniera veloce e fluida, come se fosse già tutto nella mia testa senza che lo sapessi. Le melodie dal sapore tipicamente russo, le finte registrazioni di orchestre di un tempo (fatte ovviamente da me), campionamenti veri e propri di materiale d’epoca che ho collezionato, si sono incastrati perfettamente in un disco che ad oggi  rispecchia perfettamente anni di ascolti di materiale di quel tipo. Dai compositori della scuola russa alle cose più bizzarre che mi sono capitate per le mani (tipo un corso di lingua russa su flexi disc azzurri, che non è proprio un corso di lingua, ma una specie di grammatica per russi di cui non ho ancora ben capito il senso). Per farla breve: era un disco che a suo modo era già pronto e doveva solo essere registrato e pubblicato.

Nell’ultimo anno hai suonato in praticamente tutte le provincie italiane in compagnia di Pierpaolo Capovilla per Triste Solitario y Final. Come nasce questo binomio e come ti sei trovato?

Conosco Pierpaolo dai tempi degli One Dimensional Man, che ho visto innumerevoli volte dal vivo. Poi c’è stata la parentesi con Il Teatro degli Orrori, dalla registrazione dei primi due album come violista, fino al tour di “A Sangue Freddo” come chitarrista e violinista. Dopo quel periodo assolutamente folle ci siamo persi di vista, per poi rincontrarci ad alcuni suoi concerti e poi a Venezia, dove lui vive, tra i vari lockdown. Ci eravamo ripromessi di fare qualcosa insieme e l’occasione è capitata quando ci è stato suggerito da Davide Motta di Anthill Booking (che lavorava anche per la band Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri) di fare qualche data in duo riproponendo dei brani dal suo repertorio, quelli magari meno conosciuti, ma adatti ad essere portati dal vivo con me che facevo tutta la parte musicale e Pierpaolo che cantava e recitava. Ho preparato una quindicina di pezzi, fatto un paio di prove e siamo partiti con questo tour che nella nostra testa poteva contare una decina di date, ma che alla fine sono diventate 41 nell’arco di 10 mesi. Per quel che mi riguarda è stato un bel banco di prova soprattutto come musicista, visto che dovevo tenere in piedi con chitarra, violino, organetto e basspedal tutto lo spettacolo, spesso suonando più strumenti contemporaneamente. Ma devo anche dire che è stato un tour molto divertente, Pierpaolo è un ottimo compagno di viaggio e un grande complice sul palco. Il riscontro del pubblico è stato davvero buono, non posso che ritenermi molto soddisfatto di questa esperienza. Se devo vederne i lati negativi, beh, è abbastanza semplice: suonare quasi tutti i weekend in giro per l’Italia in un periodo in cui ho fatto anche molte date come Bologna Violenta ed insegnando violino per 4 giorni a settimana, mi ha molto provato a livello fisico e psicologico, dovendo anche guidare e fare da tour manager. Diciamo che spesso non sapevo di preciso in quale regione fossi e la stanchezza accumulata si è fatta sentire; però sono convinto di aver fatto la cosa giusta nel momento giusto e i sacrifici sono stati totalmente ripagati.

C’è un artista col quale sogni di collaborare da sempre?

Questa è una domanda davvero difficile, a cui non so mai come rispondere di preciso. Come dico sempre, i miei idoli musicali, quei pochi, sono tutti morti, spesso prima che io nascessi e sicuramente non avrei avuto modo di lavorarci insieme. Spesso sono musicisti del mondo della classica che vedo come dei personaggi quasi mitologici (ne cito uno: Glenn Gould, uno dei miei preferiti) con cui di sicuro non sarei mai riuscito a collaborare, ma sono contento così, perché rimangono lì nelle mie fantasie di giovane musicista. Ho avuto la possibilità di collaborare con persone che non avrei neanche mai pensato di incontrare nella mia vita, parlo ad esempio di Justin Broadrick dei Godflesh: ricordo l’esatto momento in cui a 15 anni ho sentito dall’autoradio di un amico, nel cortile della scuola di musica, la cassetta di “Slavestate” e ho pensato “ok, questi sono degli eroi assoluti”. Quando nel 2012 ho suonato prima di loro per un paio di concerti e Justin mi ha chiesto di registrare gli archi nel disco di Jesu “Everyday I Get Closer To The Light I Came From” per me è stata la vera e propria realizzazione di un sogno. Se con Bologna Violenta ho usato per anni le basi e la batteria elettronica è perché ho sempre pensato: se l’hanno fatto i Godflesh lo posso fare anch’io. La stessa cosa è successa con i Napalm Death (anche in questo caso ricordo la prima volta in assoluto che li ho ascoltati e il fascino che ne subivo, per essere così intransigenti ed intensi). Quando li ho conosciuti durante alcune date fatte insieme, al di là del fatto che si sono dimostrati delle persone bellissime, è nata una profonda amicizia in primis con Mitch Harris, il chitarrista, che mi ha voluto come collaboratore nel suo disco solista a nome Menace, uscito per Season Of Mist che, oltre a me, vedeva coinvolti nella band anche Shane Embury ed altri personaggi enormi del panorama metal. Quando ci siamo rivisti qualche mese fa al Frantic Fest è stato come ritrovare dei vecchi amici che non vedevo da tempo, davvero molto bello. I miei idoli di quando ero ragazzino sono diventati delle persone vere che mi ispirano ogni giorno sia come musicisti, sia nei confronti del music business. Penso di potermi già ritenere soddisfatto così, anche se non si sa mai, magari potrei lavorare in futuro fianco a fianco ad altre persone di questo tipo, prima di tutto a livello umano.

Quali sono i lavori dei quali sei più fiero?

In generale, parlando delle mie release, devo dire che ogni disco rappresenta molto bene quello che ero in quel determinato momento, quindi sono le famose “istantanee” di chi ero e di cosa avevo in testa. Se devo dire tre titoli, dico “Uno Bianca“, “Il Nuovissimo Mondo” e “La Città del Disordine“.

Ci sono invece dischi dei quali a posteriori non sei più soddisfatto?

Direi che non ce ne sono. Magari alcune cose sarebbero potute venire meglio, altre più centrate, ma non mi importa un granché, perché sono molto spontaneo e istintivo in quello che faccio e mi sta bene che i dischi siano imperfetti, li rende umani e molto simili a me (io sono molto più imperfetto dei miei dischi, per la cronaca).

Come si struttura una tua giornata classica quando non sei in tour?

Innanzitutto cerco di alzarmi ad un orario decente, perché se fosse per me mi alzerei alle 11 ogni giorno (sono un dormiglione). Dopodiché faccio un giro di email e messaggi mentre guardo dei tg e vedo i titoli dei giornali, giusto per non perdere il contatto con la realtà. Poi in genere è tutta una corsa per non arrivare tardi a scuola, per registrare per me o per altri, per cercare di tenere pulito il posto dove vivo, per fare tutte quelle cose che c’entrano poco con la carriera del musicista. In genere la mia costante è l’essere sempre in sbattimento per fare tutto quello che ho scritto nelle to-do-list infinite che ho sulla scrivania, ma del resto, dovendo star sempre dietro a molte cose, penso che sia abbastanza normale.

Ci consigli i tuoi tre dischi preferiti (non tuoi) di quest’anno?

Non sono molto aggiornato sulle uscite, diciamo che ascolto molte cose a caso, ma mi sento di consigliare a tutti tre dischi di musicisti italiani che mi sono piaciuti davvero molto, più una bonus track:

Il sogno del marinaio – Terzo (Improved Sequence)
Paolo Spaccamonti – Nel torbido (Audioglobe)
Massimo Pupillo – Limonov OST (Flipper)
Bonus track: Blak Saagan – Black Out a New York (compilation Invisible Comma)

Quali sono, se ci sono, le tue passioni slegate dalla musica?

Passioni slegate dalla musica? Questa è davvero difficile. Posso dirti che mi piace andare al cinema tutte le volte che posso, ho l’abbonamento ad un cinema storico di Treviso dove proiettano pellicole non esattamente mainstream. Altre cose, sinceramente, non mi vengono in mente…Sono una persona estremamente noiosa da questo punto di vista.

Quale dei tuoi mille progetti porterai in giro in autunno?

Dopo un anno davvero impegnativo, tra tour e scuole, volevo prendermi una pausa dai concerti almeno fino a quando non sarà pronto il nuovo Bologna Violenta, ma di recente mi ha chiamato Beatrice Antolini per suonare il violino nel tour del suo nuovo disco e non sono riuscito a dirle di no. Quindi sarò un po’ in giro con lei e la sua nuova band, poi si vedrà.

Se dovessi immaginare il migliore dei futuri possibili che ti aspetta fra dieci anni, come e dove ti vedresti?

Ennesima domanda difficilissima. Vorrei essere un po’ più tranquillo e con meno to-do-list per pensare di più ai miei dischi e alla mia vita privata, ma boh, credo che ormai la mia vita sia impostata così fino alla fine dei miei giorni. Ormai ci ho fatto pace.

Ma alla fine, questo Bervismo, che cos’è?

Questa la so: durante un tour con Alessandro Grazian (Torso Virile Colossale non esisteva ancora) dopo aver suonato a Udine, abbiamo dormito in un b&b che era freddissimo, in un letto matrimoniale umidissimo, una specie di incubo (mi sa che ho dormito vestito, anche quella volta). Al risveglio siamo andati nel soggiorno per fare colazione e sembrava di stare in una pubblicità del Mulino Bianco, con tanto di guestbook per scrivere le nostre impressioni. Non volendo scrivere cose negative, ho scritto “Bervismo per più!” (mi piace inventare parole e fare supercazzole) e questa cosa mi è rimasta in testa. Una volta rientrato a casa ho cominciato a scriverla sui social, per vedere l’effetto che avrebbe fatto. Da lì la gente ha cominciato a chiedermi cosa volesse dire, ma io, rispondendo con frasi tipo “secondo te?”, ho ricevuto una serie molto lunga di risposte che sembravano una specie di filosofia di vita in cui tutti si rispecchiavano, una cosa tipo “vivi e lascia vivere”, ma a suo modo più specifica, del tipo “so che la vita fa schifo, ma cerco di farmela passare”. Nel tempo ho continuato a scrivere Bervismo sui social ed è diventata una sorta di motto legato a Bologna Violenta e alla mia persona. Ultimamente ci faccio meno attenzione, ma la gente continua a scrivere questa parola, dandole un proprio significato sempre particolare e curioso. Insomma, ho cercato di dare alla parola “Bervismo” un connotato simile ad un esperimento sociale: se invento una parola e chiedo alle persone quale sia il suo significato, cosa ne esce? Alla fine posso dire: esperimento (involontario) riuscito, perché ognuno ci vede qualcosa di positivo, e tanto mi basta.

Grazie per il tuo tempo!

Ringrazio te, Impatto Sonoro e chiunque sia riuscito ad arrivare alla fine di questo monologo infinito. Sono un chiacchierone, non lo nascondo. Ma spero che quello che ho scritto e raccontato sia a suo modo interessante e comunque utile a capire quello che faccio e che ho fatto. Bervismo logorroico!

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