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Interviste

Ribelli, incontenibili e nessuna etichetta: intervista agli Ottone Pesante

(c) Mirko Mercatali

Quando si parla di spingersi oltre i confini, gli Ottone Pesante non sono solo una band: rappresentano un atto di ribellione sonora, una sfida riuscita. Pionieri di un genere che non esisteva, hanno forgiato il loro percorso con la furia degli ottoni, intrecciando brutalità e sperimentazione senza compromessi.

Dopo quasi un decennio di live incendiari e oltre 400 concerti, gli Ottone Pesante hanno trasformato ogni loro album in un manifesto. “Scrolls of War” (qui la nostra recensione), il loro ultimo lavoro, è il culmine di una ricerca incessante di sperimentazione e ce lo raccontano in questa intervista.

Siete l’unica brass metal band al mondo e questo fa di voi un marcatore inatteso sulla mappa dei sotto generi. Avete puntellato il vostro percorso di sperimentazione, da “Brassphemy set in stone” fino al nuovo “Scrolls of war” alla ricerca della cornice per entrare a pieno titolo sotto la voce Metal. Ma credo che sia opportuno dire che per voi quest’etichetta sia un confine fin troppo stretto…In “Brassehemy set in stone” le sonorità affondano ancora le radici in jazzcore e ska tipiche degli ottoni, ma siete arrivati a lavorare il suono fino all’epurazione e a farne esattamente ciò che volete con un salto quantico nietzschiano oltre il noumeno del metal. Vi va di raccontare come siete arrivati a questo pogrom sonoro?

Questa etichetta (Metal) è assolutamente troppo stretta. All’inizio era parte fondante del progetto, era negli intenti (sia scherzosi che concreti) e serviva a darci una collocazione, ma risulta riduttiva e fuorviante. Non è facile definire il nostro suono se non: Ottone Pesante. Fondamentalmente facciamo musica sperimentale a 360°. La sperimentazione riguarda la parte compositiva, la ricerca timbrica, la tecnica strumentale, il concept: tutto. Siamo partiti da un’idea e abbiamo cercato di raggiungerla e ora che ci siamo molto avvicinati stiamo virando bruscamente, la cosa certa è che siamo assetati di novità e sempre in continua ricerca di nuove sonorità. È vero ci sono state epurazioni, cambiamenti drastici, ma forse è meglio dire che ci sono stati molti cambi d’abito perchè in fondo l’anima ribelle, incontentabile, ingenua e spontanea è rimasta la stessa.

Il 18 Ottobre esce “Scrolls of War”, ma prima di parlare dell’interessantissima nascita del nuovo album, vorrei parlare di palindromi. So che sapete a cosa mi riferisco e sono sicura che chi ci sta leggendo possa fare un triplo salto carpiato con doppio avvitamento a sapere come è stato concepito e poi realizzato “DoomooD”. Vi va di raccontarcelo?

Non è semplicissimo da spiegare, ma ci proverò. Partiamo dal fatto che “DoomooD” è un album palindromo. Un palindromo è una frase, una parola o un verso che si può leggere da destra verso sinistra o da sinistra verso destra senza che cambi il significato. Ad esempio Anna, ad esempio “Sator arepo tenet opera rotas” o “i topi non avevano nipoti”. In musica si fa riferimento al fatto che uno spartito suonato dall’inizio alla fine o dall’ultima nota alla prima suoni identico. “DoomooD” è stato scritto in questa maniera. Non è un palindromo perfetto, ma c’è sempre una linea melodica che rispetta questa regola. È stato molto impegnativo, ma anche molto interessante. E vi dirò di più. Dopo aver composto questo disco mi sono appassionato all’argomento ed ho scritto un brano dal titolo E di visi vide per formazione da camera (violino, violoncello, clarinetto basso e pianoforte uscito nel 2022 per l’etichetta 19’40””) perfettamente palindromo. Ciò significa che questo brano può essere ascoltato o suonato dall’inizio alla fine o viceversa e suonerà nella stessa identica maniera!

Ritorniamo adesso al nuovo album, il primo capitolo di una trilogia, “Scrolls of war”. Vi consacrate come spericolati cerimonieri della storia degli ottoni e tutto nasce, appunto, dai Manoscritti del Mar Morto o Rotoli di guerra. Si tratta di una ricerca, un’intuizione, un caso? Raccontateci di più…

Ci sono entrambi questi tre elementi alla base di questo disco. Ci sono sicuramente la ricerca, il desiderio di conoscenza e la continua spasmodica corsa a nuovi stimoli e nuove ispirazioni che spesso arrivano da altri campi che non siano la musica. Il nostro mondo sonoro affonda le proprie radici, si nutre e prolifera in uno strato di oscurità, violenza e chaos che ritroviamo in tutta la storia degli strumenti che suoniamo. Nei Rotoli della Guerra si parla di una guerra escatologica dove le forze del bene sconfiggeranno le forze del male. Gli ordini per movimentare l’esercito vengono impartiti attraverso degli squilli di trombe e corni suonati da sacerdoti. Ad ogni segnale corrisponde una manovra militare specifica… Questa modalità di comandare gli eserciti col suono degli ottoni, è stata usata fino a tempi molto recenti e certifica quindi un rapporto ottoni / guerra che dura da secoli. Il caso ha voluto che Ottone Pesante facesse della violenza sonora una delle sue bandiere e ciò si lega perfettamente al testo dei manoscritti.

Il genocidio in Palestina ci mette di fronte a un dramma umano di proporzioni epiche attraverso i canali social… e noi scrolliamo quotidianamente su immagini di guerra. Il nome dell’album richiama senza indugi a tutto questo. Possiamo attribuire al titolo dell’album anche questo significato secondario?

Certamente, e qui entriamo in un discorso che comincia ad essere abbastanza inquietante…Il 1° marzo 2022 partiamo per il tour di “And the Black Bells Rang” e ci troviamo a suonare in Repubblica Ceca ad Ostrava a 400km dall’Ucraina una settimana dopo l’invasione russa. All’epoca sapevamo già che il disco successivo si sarebbe intitolato “Scrolls of War“. Un anno fa scoppia la guerra in Palestina e noi eravamo in studio per registrare il disco. Poi ci sono stati altri avvenimenti che fanno parte sempre del concept e che ci hanno riguardato da vicino, prima su tutti l’alluvione del maggio 2023 che a Faenza ha colpito forte e che è tornata a colpire il mese scorso. Insomma, quello che doveva essere il concept di un disco, che ha tutte le intenzioni di far riflettere sui ritorni della storia, si sta trasformando in realtà! In alcuni momenti è stato davvero inquietante.

In “Scrolls of War”, ci sono momenti di grande intensità, ma anche pause strategiche, come in Men Kill, Children Die, che arriva ad evocare forti immagini cinematografiche. Come avete lavorato sull’equilibrio tra brutalità e momenti di respiro nel processo di composizione?

Ultimamente stiamo sviscerando una vena molto doom / drone , a partire da “DoomooD“, che sta prendendo sempre più spazio all’interno della scaletta. Siamo attratti da entrambe le sonorità e confesso che non è semplicissimo fare convivere questi due mondi, specialmente in sede live. Come dici tu c’è molto lavoro nel trovare un bilanciamento, sia nel determinare la giusta scaletta sia nel dare il giusto risalto alla “brutalità” e alla “disperazione”.

(c) Mirko Mercatali

In Battle of Qadesh, la collaborazione con Lili Refrain si fonde perfettamente con le vostre sonorità. Chi altri se non lei, d’altronde… Per un attimo in questo brano sembra persino che abbandoniate il camouflage sonoro e diate più spazio alle sonorità native degli ottoni. Come è nata la collaborazione con Lili Refrain e quali sfide avete incontrato?

È vero, siamo tornati ad un suono più naturale soprattutto in questo brano, ma non solo. Su questo brano abbiamo mescolato molto le carte e Lili Refrain si è inserita alla perfezione! Ci conosciamo da anni, da tempo c’era il desiderio di fare qualcosa insieme ed è stato bellissimo farlo su questo brano e sul video relativo. L’unica difficoltà è stata riuscire a coordinarsi ed organizzarsi a causa dei molti impegni di tutti. Dal punto di vista musicale è stato molto semplice. Noi abbiamo mandato il brano a Lili che ha fatto delle voci pazzesche. È stato tutto molto naturale. Grazie Lili!!!

Durante i vostri quasi 10 anni di carriera avete suonato in oltre 400 concerti. Come cambia la vostra musica dal vivo rispetto alla versione in studio, e quali brani di “Scrolls of War” pensate avranno un impatto maggiore durante i vostri prossimi tour?

Sul palco può succedere di tutto perchè la prima cosa a cui pensiamo è emozionarsi insieme al pubblico. Poi stiamo inserendo sempre di più parti improvvisate che quindi portano a rendere ogni concerto molto diverso e unico. Penso che i brani nuovi che avranno maggior impatto sono quelli che si differenziano di più dalle cose già fatte. Azzardo qualche titolo: Late Bronze Age Collapse, Men Kill Children Die, Battle of Qadesh.

Basso e chitarra dominano il panorama metal, avete dimostrato che ottoni e batteria possono essere altrettanto potenti. Il vostro percorso artistico ha abbattuto numerosi confini tra generi musicali, avete trovato soluzioni compositive efficaci per riuscire a mantenere il vostro sound coerente, nonostante la vasta gamma di influenze che integrate negli album. Quali sono state le reazioni del pubblico e dei critici alla vostra scelta radicale di strumentazione?

Le reazioni sono le più disparate. C’è chi ci ama e c’è chi ci odia, non ci sono molte vie di mezzo. Dopo tanti anni siamo però riusciti a crearci un pubblico che ama la sperimentazione almeno quanto noi e che riesce ad apprezzare appieno la nostra proposta.

Con “Scrolls of War” ho avuto la sensazione che abbiate raggiunto la consapevolezza definitiva di aver affinato una tecnica solida compositiva e di manipolazione del suono, senza più l’ansia di dimostrare che si può fare metal anche solo con gli ottoni. Pensate che questo abbia arricchito il vostro sound? Prevedete un ruolo anche solo marginale di altre componenti sonore nel futuro?

Assolutamente sì, anche se non credo si trattasse di dimostrare qualcosa. Dovevamo esplorare e trovare il nostro suono. Ora, dopo tanti dischi e tanti tour, abbiamo effettivamente raggiunto una sicurezza tale che possiamo permetterci di spingere ancora di più sulla sperimentazione partendo però da basi molto più solide che in passato. Già in questo disco ci sono nuove componenti sonore e sicuramente continueremo a cercare nuove sorgenti anche in futuro. Non posso anticipare molto dello sviluppo della trilogia, ma è garantito che ci saranno altre cose molto interessanti da sviscerare. Posso però affermare che si viaggerà ancora più indietro nel tempo, in epoche ancora più remote, alla ricerca di un suono ancestrale, primordiale.

(c) Mirko Mercatali

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