
Paolo Gresta, personalità versatile, founder presso la testata on line The Parallel Vision (si occupa di cultura su Roma e Lazio), giornalista, scrittore con tanti interessi professionali, pubblica per Arcana Editrice un virtuoso libro, “Il lato B – Da comparse a Superstar: la storia di B-side, scarti e outtake diventati leggenda“, e con lode incentiva le sorprese e le curiosità che orbitano attorno alle imprevedibilità cui brani, impensabili a ricoprire una posizione di rilievo nelle Top Ten planetarie, siano, al contrario, diventate epocali hit foriere persino di innovazione e, in alcuni casi, punti cardine di un nuovo modo di fare musica che dura nel tempo.
Il testo si fregia di una penna consapevole e abilmente concisa, tal quale a uno schermidore che va a punti lasciando il segno, in questa specifica sul lettore, ogni qualvolta si seguano le brevi, ma polpose vicende che costellano la gloriosa vita di canzoni ‘concepite’ come riempitivi, B-side appunto, di singoli di lancio (A-side) invece provvisti di una prospettiva di successo, almeno in via teorica, decretata dai vertici decisionali delle etichette inerenti il mercato discografico dei singoli.
Da non sottovalutare il ruolo ricoperto dal Gresta. L’autore si fa guida, alla stregua di un critico d’arte, cicerone di caratura notevole, nell’addentrarsi in questi quadretti d’autore che sfilano nel nostro immaginario a colpi di eventi, eccezionalità, situazioni limite sconosciute e che nutrono di fatto, bontà dei proteici particolari, la grandezza di ogni brano trattato, i quali, oltretutto, val la pena di riascoltare – molti motivi sono già impressi nella memoria di qualsiasi appassionato non acerbo – con l’ecumenico fine di riattizzarne e perfezionarne l’ascolto, tanto che ne esce una voluttuosa playlist! Personalmente sto scrivendo al ritmo di Tequila, dei The Champs, e mi delizia come mai prima d’ora.
30 canzoni prese in esame, 30 giudizi ribaltati procedono in ordine cronologico. Si parte dal 1954 e si giunge al 2005, dalla scintilla rock innescata da Bill Haley, deputata a rivoluzionare e far esplodere la cultura pop, sino ad arrivare ai Coldplay! La nitida introduzione ci inzuppa come un biscottino intinto nel caffellatte entro lo scenario complessivo e va dritta al punto:
[… qui non si tratta di scalatori o cronomen, bensì di canzoni che, nate per tappare quei 3-4 minuti avanzati dal super singolo da classifica, hanno spazzato via i brani sulla carta più belli e commerciali per diventare le colonne sonore delle generazioni contemporanee, passate e trapassate. Al di là del particolarissimo fascino che da sempre suscita il B side, di frequente oggetto delle attenzioni morbose dei collezionisti, questo libro vuole sottolineare invece la potenza che spesso si nasconde sotto le lenti opache di produttori e discografici che hanno speso vagonate di soldi per realizzare un singolo che fruttasse e non si sono minimamente accorti del tesoro che invece si nascondeva “dietro”.]
Scavando all’interno di queste storielle, rimane davvero impossibile non soffermarsi almeno su alcune d’esse (nessuna in realtà è meno delle altre), come quella riguardante Rock Around The Clock e le venture che dovette attraversare prima di diventare la N.1 in classifica; di come fu registrata, grazie a un contrattempo, nella mezz’ora restante delle session preparative al singolo di lancio Thirteen Women (and Only One Man in Town), e di come fu scelta, volontà del caso – non vi spoilero -, dal regista di Blackboard Jungle (Il seme della violenza) che la volle apripista al film, inaugurando ufficialmente la rock’n’roll culture bianca, benché questo genere musicale, il Rock’n’roll, fosse già in voga nei circuiti animati dai musicisti neri.
Un’incredibile moltitudine di connessioni, intuizioni, caparbietà degli artisti, casi fortuiti e perspicacia; nonché le ampie visioni di musicisti nel confezionare un pezzo in quel preciso modo desiderato o Big Artists che ne impersonarono le vesti in modo stratosferico tirando fuori il meglio da quelle canzoni di serie B (ecco Mina reinterpretare La canzone di Marinella di Fabrizio De André, conferendogli per induzione, all’autore, lo status di Big e il lancio per una esorbitante carriera). Complici furono anche le celate registrazioni durante le session in studio, operate da tecnici dotati di ottimo fiuto nel catturare momenti magici di free jam, quando ad agire non fu il semplice passaparola capace di attestarne l’immenso successo di ascolti e vendite, almeno quanto la perizia di un DJ accorto nell’individuare l’alto potenziale della B-side, oppure la pressante volontà degli ascoltatori esercitata sui media affinché fosse mandato on air quel tal brano. Tutto ciò ha lastricato di punti di appoggio e ha fornito la spinta verso la vetta (e verso i milioni di denari fatti guadagnare) di tali preziosissimi e fantastici gioielli sonori.
Spicca la storia di Vanilla Ice e del suo pezzo Ice Ice Baby, il quale ricevette un lavoro di innesto su ritmi hip hop, servendosi del famoso giro di basso appartenente alla ditta Mercury/Bowie estrapolato da Under Pressure, di cui il nostro, per le allora labili leggi sul diritto d’autore riguardo i sampler, abilmente vi costruì sopra una macchina da soldi (finanche grazie anche alle sue doti musicali) e vieppiù grazie alle sue doti affaristiche che, pur rinunciando alla intera torta di dollari sviluppata, ne ricavò intelligentemente, acquistando proprio quel brano dai suoi autori, il personale bel fettone che gli dà da campare ancora oggi.
L’incredibile storia di Rocco Granata (ottimo il film che narra la sua autobiografia intitolato “Marina“, del 2013) e della universale Marina (B-side di Manuela) così spiegata nel suo quadretto:
[Anche se la prima canzone che Rocco Granata incise fu “È prima vera”, “Manuela” arrivò subito dopo. In studio, dopo averla registrata, pensò di inserire “Volare” di Modugno come lato B. Poi però si ricordò di una cosa: “Ero in un locale per una serata. Gli altri ragazzi del gruppo erano andati alla toilette, così cominciai a strimpellare su due accordi, Sol maggiore e Re settima. Mentre improvvisavo in quel locale ho visto affisso al muro un poster con la pubblicità di una sigaretta, mi pare fosse americana, che si chiamava ‘Marina’ appunto, con una bellissima ragazza raffigurata con un pacchetto in mano. Che poi in Belgio quella sigaretta non è mai uscita. Ecco, Marina è nata così”. Fine dei sogni romantici, quindi. Anche se il musicista è sempre stato innamorato delle donne, scrivendo decine di canzoni con titoli come Irena, Yolanda, Isabella, Bea, Beatrice mia, Sarah, Margherita, Lady Lorelei, Jessica e appunto Manuela e Marina. Rocco chiamò quindi i ragazzi del gruppo dicendo loro di seguirlo e in due ore Manuela / Marina era pronto. Era il 1959 e la vita di Rocco stava per cambiare. Ma all’inizio, come in ogni favola rock che si rispetti, nessuno dei cervelloni delle case discografiche parve far caso al tesoro che aveva sotto al naso: “Sono andato da tutte le case discografiche in Belgio e poi anche da una in Italia, la Bluebell di Antonio Cassetta. Nessuna ha voluto “Marina”. Quella italiana mi ha detto: ‘Non mi piace la fisarmonica. Ci vogliono i violini. Se togli la fisarmonica e metti i violini allora ok’. Ma no. “Marina” non doveva danzare coi violini. “Marina” doveva muoversi al suono di una fisa”. Così il buon Rocco, testa dura calabrese, decise di stamparsi per conto suo 300 copie del singolo e insieme ai suoi amici metterlo nei jukebox dei dintorni. Poche settimane e la vita del ragazzo si trasformò radicalmente. “Iniziò a esserci una richiesta sorprendente per “Marina”, sia in Belgio che in altre nazioni. E in un paio di mesi ero in vetta alle classifiche di tutta Europa e, poco dopo, di tutto il mondo”.]
La bellezza del libro è dovuta anche alle line up dei musicisti inserite al termine di ciascuna storiella/canzone. Colpisce quella di Roadhouse Blues, dei The Doors, che svela l’aggiunta di John Sebastian (membro dei Lovin’Spoonful, un gruppetto che aveva il suo bel peso, ingaggiato appositamente dal produttore Paul A. Rothchild) all’armonica e il famoso chitarrista Lonnie Mack, lì in studio per quella fortuita eccezionale occasione, al basso.
Certo, rimane uno scoperto di 20 anni all’appello e forse tante altre storie potranno essere scritte in un secondo tempo dall’autore. Intanto ci si potrebbe chiedere se le centralità tematiche, le originalità che hanno ispirato la scrittura delle canzoni menzionate non si esauriscano all’anno 2005 e se le dinamiche del mercato, notevolmente cambiate nella promozione/fruizione dei brani permettano ancora di individuare fenomeni interplanetari che le B-side, ma il 45 giri non esiste più, avevano rappresentato prima dell’avvento della musica digitale. D’altronde il revival del vinile è in continuo progresso e le band stampano di regola vinili e CD, nondimeno vale comunque il formato EP, ancora largamente utilizzato dalle band, appena più capiente del 45 giri. Equivarranno sempre le stesse regole di scoutismo che si sono sviluppate attorno a questi brani mitici trattati nel libro? Ci sarà spazio per dare a questi brani minori un valore da collezionismo, affettivo e monetizzabile? Oppure lo streaming ha asfaltato la ricerca di tali gemme che furono riempitive di un singolo?
Una sfilza di nomi altisonanti si sprecano ne “Il lato B” e si direbbero insospettabili, pensando ai quei loro brani confezionati in un primo momento come riempitivi, le cui inverosimili storie appartengono oramai alla leggenda; esempio ne è Born Slippy .NUXX degli Underworld, scelto da Danny Boyle in persona come punto di forza del celeberrimo film Trainspotting. E chi l’avrebbe mai detto allora che I Feel Love, singolo targato Moroder-Bellotte-Summer, avesse reinventato e dettato il criterio sonico di scrivere e intendere una pop song?
Acchiappa decisamente molto la storia di The Guns of Brixton dei Clash, scritta da Paul Simonon, cui una giovane Patti Smith arrivò a regalargli un costosissimo basso americano dopo averlo visto in concerto. E poi Smiths, Depeche Mode, Madonna, Gloria Gaynor, Cure, XTC e gli italiani Pooh, Lucio Battisti. Inoltre mi piace sottolineare la sensibilità di Paolo Gresta nel parlare di Gary Glitter e dei Pearl Jam, il primo perché interessato da vicende giudiziarie sgradevoli, ma selezionato per questo libro e non poteva davvero mancarvi; e i secondi perché Yellow Ledbetter (B-side di Jeremy) per un soffio non entrò nella rosa di “Ten“, ma forse questa è stata una gran fortuna.
Le correlazioni trovate in ciascun episodio (invero un eterogeneo Albo d’oro) definiscono pure, prese nel loro contesto, le personalità del gruppo, o del solo artista, e restituiscono tratti essenziali e nascosti delle loro vite, del privato, fino a interessare le scelte di vita fatte; nonché sono date le coordinate creative che poi si sono rivelate in tendenza e anche in controtendenza col loro percorso fino ad allora svolto: Good Riddance (Time of Your Life) dei Green Day è altamente rappresentativa in tal senso.
Prendono piede, poi, le sfaccettature a tutto campo riportate nel libro in riguardo a questi artisti, pezzi da novanta, e sgorgano intense per tante ragioni che davvero invito a scoprire con profonda leggerezza, così come nelle finalità di Paolo Gresta che, per quanto ci renda graditissima la lettura, ha impiegato circa due lustri per ultimare il libro, inghiottito da una vasta mole di ricerche e ascolti.
“Il lato B” resta dunque un appassionante documento propenso ad allargare di gran lunga lo spettro narrativo delimitato dal titolo, addensandosi alla bisogna in spiegazioni inerenti le canzoni – esplicativo il caso di Alla fiera dell’Est di Angelo Branduardi, brano immortale che conobbe dai discografici un netto rifiuto fino a prova contraria, visto che oggi la cantano addirittura i bambini a scuola – e risultando benignamente istruttivo, benché mantenga un leggerissimo piglio discorsivo riempitivo e soddisfacente per il lettore, quasi si leggessero delle favole, tanto che giunti alla fine del libro non ci si rende neppure ben conto di averlo letto con accesa partecipazione e, anzi, lo si vorrebbe non finesse mai.