
Quanti brani ogni giorno, ogni settimana, ogni mese vengono pubblicati, ascoltati distrattamente e poi finiscono sepolti sotto un mare di altre uscite, a sgomitare per emergere e troppe volte divorati da pesci più grossi e più importanti? Questa è una delle tante domande esistenziali che ci poniamo ogni giorno in redazione, e a cui dopo alcuni tentennamenti e tentativi falliti abbiamo cercato di formulare una risposta.
Hidden Tracks vi accompagnerà periodicamente con i nostri brevi consigli riguardanti alcuni brani pubblicati in queste settimane e che riteniamo interessanti. Progetti da tenere d’occhio, di cui forse sentirete parlare nei prossimi tempi, provenienti in tutti i casi da quell’universo sommerso che più ci sta a cuore e che pensiamo sia giusto e stimolante seguire dal principio. In poche parole, la musica di cui non tutti parlano.

Ci siamo affezionati all’etichetta AD 93 grazie ai Moin di Valentina Magaletti e da quel momento non ha mai tradito le aspettative, di uscita in uscita. Questa volta tocca ai BZDB, duo composto Belinda Zhawi (MA.MOYO) e Duncan Bellamy (Portico Quartet), entrambi di stanza in quel di Londra e pronti a pubblicare, a novembre, il nuovo album “Jump Ship, Sit Lean, Be Still, Stand Tall“. La voce di Zhawi, il suo declamare poetico, morbido ma non meno che presente si adagia sul piano, mentre tutt’attorno assistiamo a un fiorire sintetico e aleatorio, campane e suoni che spuntano da ogni lato. Come se stessimo osservando un paesaggio urbano rarefatto che si arricchisce di archi e sentori diafani.

Gregory Hoepffner si cala nelle tenebre e assume il nome di Kabbel. Benché ascoltando il singolo Busy Hatin paia facile rintracciare le coordinate da cui attinge il compositore francese di stanza a Gothenburg, nulla di ciò che sentiamo è veramente derivativo. Il brano si apre con una melodia lontana, mediorientale e, un attimo dopo, appare una pulsazione gelida, al traino chitarre sfasciate che incattiviscono il tutto. La voce di Kabbel è tanto eterea quanto combattiva, si incastra nell’industriale e ne tira fuori una cartella sintetica che non ha nulla da invidiare ad act molto più malvagi. E il bello sta tutto qui.

Quando etichette dalla forte, se non fortissima, marcatura stilistica come Deathwish Inc. escono dal proprio seminato è inevitabile che la curiosità sia tanta. Siamo a Flint, Michigan, e i Greet Death, lo si capisce sin da subito, sono giovani. Che abbiano una spinta in più poi basta far partire il singolo Same But Different Now e si viene subito catapultati in un mondo soffuso, posto perfetto per far germogliare fiori shoegaze che tanto devono sia alle compagini britanniche che all’emo del Midwest di casa propria. C’è amarezza nelle linee vocali e le chitarre sono affilate il giusto per non ferire troppo ma nemmeno risultare indistinte, giusto il tempo di esplodere alzando la temperatura. Melodie che crescono, una sezione ritmica dritta e incessante e il piatto è servito. La rabbia c’è, basta saper attendere.

Da South London con un certo furore, Heartworms sembra dispensare pop, ma che pop non è, eppure…Warplane è un brano dedicato a un pilota di Spitfire morto a vent’anni in azione, e già questo proprio così popular non è. Quel che fa spiccare la canzone è il sapiente modo in cui Jojo Orme incastra bassi e chitarre post-punk a ritmi da dancefloor (sempre Ottantiano), a un uso stentoreo della voce, che non sempre ci si aspetterebbe. Ad un certo punto il pezzo si invola in levare mentre il coro si spinge sullo sfondo e non muoversi è una missione impossibile. E l’artista è solo al suo debutto. Il primo disco, “Glutton For Punishment“, uscirà a febbraio 2025 per Wunderground [PIAS], e a questo punto siamo curiosi di sentire il resto.

Phoebe Lunny e Lilly Macieira, ovvero le Lambrini Girls, inquadrano nel mirino il cuore della mascolinità tossica, bersaglio che si trova proprio sotto la cintura. Puntano, tirano. quello di Big Dick Energy è punk a canne mozze, non lascia superstiti, asciutto, feroce, incazzato come un mostro, gridato, schitarrato, acido, in breve: potentissimo. “Quant’è grosso il tuo cazzo in realtà?“, è il punto chiave, il grado di tossicità che va di pari passo con la sbruffonaggine del maschio medio, che ti mostra “quanto alza“, che ti spiega le cose. Non c’è niente da spiegare, qui, ché le Lambrini Girls salgono in cattedra e ti sputano in faccia il veleno, un veleno che sarà contenuto ancor meglio nell’album di debutto “Who Let the Dogs Out“, registrato con Daniel Fox dei Gilla Band e mixato dal prezzemolo Seth Manchester, fuori a gennaio 2025 per City Slang.

Avevamo lasciato Eugene S. Robinson nei meandri della violenza più assoluta racchiusa in “Mansuetude” dei Bunuel e dove ce lo ritroviamo? Da tutt’altra parte. Inaspettato? E perché mai? Assieme a Manuel Liebeskind dà vita al duo chiamato MANGENE, pronti a debuttare con l’EP “101 Atomic Terms And What They Mean“, in uscita a novembre per A Tree In A Field Records. La voce di Robinson si aggira fantasmatica in mezzo a bassi dub tirati, batterie synthwave, e corollario elettrogeno a fare da perimetro della follia con quel tocco outsider che non guasta. È tutto estremamente delizioso e matto. Inutile dire che già l’adoriamo.

Lo ammettiamo: ci piace vincere facile. Perché gli Yesness sono il nuovo progetto di due signori che chi bazzica dalle nostre parti ben conosce, ovvero Damon Che, batterista e spina dorsale dei leggendari Don Caballero, e Kristian Dunn degli El Ten Eleven. Post e math rock all’ennesima potenza. Che è la crasi di quel che probabilmente troveremo in “See You at the Solipsist Convention“, primo LP del duo, battezzato da Joyful Noise. Nel singolo Nice Walrus, basso e batteria, gonfi come non mai, fanno coppia con gli archi di Kishi Bashi creando una sinergia assurda, solare, imponente ed epica. Tempi svarionati che si ritrovano in pari sotto l’egida delle corde, suonate in pompa magna, senza lesinare su nulla. Sbaviamo.

L’onda lunga del revival brit-pop e derivati è arrivata anche a Parigi e i Bryan’s Magic Tears la cavalcano sicuri. Sentite Stalker, l’ultimo estratto in anteprima dal nuovo album “Smoke & Mirrors“, in uscita l’8 ottobre su Born Bad Records. È un incontro tra My Bloody Valentine e Primal Scream, due mondi sicuramente diversi, ma che spesso però quando collidono finiscono poi per coincidere. Chitarre storte, melodie presuntuose e accattivanti, come solo i francesi sanno piazzare: piacerà agli appassionati di questo tipo di sound. Non siamo sicuri potrà reggere nel lungo periodo, ma un po’ di hype in questi tempi volubili se lo meritano anche loro.

“We were born free, Can you see can you hear, Our generational fear?”. Non ci sono parole migliori per descrivere questa nostra epoca e Guinevere, giovane cantautrice italiana pronta a debuttare su lunga distanza con “To All The Lost Souls” (a fine novembre su La Tempesta), le canta convinta nel suo nuovo singolo Generational Fear. Il suo songwriting è interessante, ci riporta sia al mondo di Julien Baker e sodali, ma anche a quello di Anna Von Hausswollf, più per la voglia di non seguire la strada più semplice che per gli afflati gotici che caratterizzano la produzione della svedese. Davvero bello il climax che si sviluppa durante il pezzo, che evolve nel finale in coro collettivo, la voce di queste anime perse.