
Abbiamo avuto il piacere di ospitare Paolo Gresta, giornalista, autore e appassionato esploratore dell’universo musicale. Il suo libro, “Il lato B“, edito da Arcana, è un viaggio sorprendente e nostalgico attraverso la storia dei brani meno noti, “scarti e outtake” che, ribaltando ogni aspettativa, sono diventati autentiche leggende.
Nel panorama musicale contemporaneo, dove il formato digitale sembra dominare e il concetto stesso di B-side appare quasi dimenticato, Paolo ci invita a riscoprire le sfumature di un’epoca in cui il vinile raccontava storie di dualità e contrasti. Siamo lieti che abbia trovato il tempo per condividere con noi le sue riflessioni, approfondendo non solo i retroscena del suo lavoro, ma anche il suo rapporto personale con la musica e la scrittura.
Ciao Paolo. Benvenuto su ImpattoSonoro. Ti abbiamo strappato certamente al tuo tempo utile che, a partire dalla prima intervista rilasciata ai microfoni di Gianluca Polverari quest’estate, ho notato essere stato assorbito da una cascata di interviste, presentazioni e partecipazioni inerenti “Il lato B”, successo editoriale pubblicato da Arcana, e ne siamo felici, perché a noi è piaciuto tantissimo. Grazie dello spazio riservatoci. Siamo pronti? via!!! Vero è che il 45 giri non è più in voga, però le band continuano a utilizzare comunque il formato in vinile dell’EP (e il CD), valido per la promozione di un imminente nuovo album (e non solo per quello), che come precisi ne “Il lato B” riguarda assolutamente il mercato dei singoli; quindi parliamo di dischi poco più capienti del 45 giri, capaci di contenere fino a… circa 5 brani? Definiamo meglio questa situazione…
I singoli in vinile 45 giri ormai sono solo pezzi da collezione (bellissimi) e gli artisti, soprattutto quelli emergenti, pubblicano molto spesso Ep di 4/6 canzoni, che un tempo sarebbero stati considerati dei singoli con un tot di lati B sul retro. I singoli che escono oggi, come sappiamo, sono “liquidi”, per cui il supporto fisico è pressoché inutile. Anche se proprio in questi giorni i Cure, col nuovo album, hanno venduto circa 40mila copie del disco. Quindi è un discorso di sostanza, non di forma. Se c’è qualità, il pubblico non si fa problemi.
Dato che la rosa dei brani che hai incluso nel libro si esaurisce al 2005, coi Coldplay di Gravity, B side di Talk, e intercorre sino a oggi uno scoperto di 20 anni all’appello, vuol dire che scriverai altre storie di illustri brani, giacché non parliamo di sole B side, ma, come recita il titolo, anche di “scarti e outtake diventati leggenda”?
È anche vero che ho incluso 30 canzoni nel libro ma ne ho lasciate fuori molte altre! Quindi chissà, magari un giorno ci rimetterò mano. Al momento sto pensando ad altri progetti, sempre legati alla musica ma di argomento diverso.
Allora non ti chiederò di quegli illustri brani esclusi, ma se volessi regalarci giusto qualche nome delle band interessate, andrà più che bene…
Posso dirti che (a malincuore) sono rimasti fuori artisti come Beach Boys, Rolling Stones, David Bowie, Queen, Nirvana… Sicuramente materiale per un secondo volume ci sarebbe.
Ho pensato ti fossi fermato all’anno 2005, non solo perché il 45 giri è passato di moda, ma perché da quella data in poi non vi sono stati altrettanti eclatanti, originali, epocali brani prima relegati a posizioni minori e poi esplosi in tutto il loro potenziale, chiaramente non valutato in partenza dai discografici…a questo punto, inseriti in un EP?
Beh più o meno in quegli anni i singoli convenzionalmente intesi cominciavano a cambiare pelle e quindi il concetto di B-side stava un pochino perdendo senso. L’Ep, in quanto tale, è un mini-disco in fondo. Il mio libro si concentra soprattutto sulla dualità del 45 giri o comunque proprio sul concetto “canzone figa/canzone sfigata” e sul conseguente ribaltamento dei ruoli. Oggi ai ragazzi bisogna spiegare cos’è, un lato B. Perché non ce n’è più la percezione.

Nel mercato musicale odierno il brano di successo, il fu lato A del singolo, che tipo di promozione, di processo segue per poter sbancare gli ascolti e assurgere a hit di successo? Penso per esempio ai brani presentati a Sanremo, soprattutto quelli predominanti nella classifica finale, non credo che escano, all’indomani del festival, tutti e sistematicamente su album dell’artista lì posto in rilievo (oppure sì?)… Quali sono le dinamiche del marketing nel mondo discografico digitale e dello streaming dalle piattaforme?
Credo ci sia molta meno propensione a sperimentale e praticamente zero a rischiare. Le major investono fortissimo sui talent, che producono artisti che hanno già il loro pubblico grazie alla tv e con singoli scritti su misura per il mercato. Di fronte a questa prospettiva i discografici non devono perdere tempo a fare scouting e a tentare vie temerarie ma gli basta fare “all in” sul personaggio di turno e vendere bene. Il meccanismo di Sanremo, se vogliamo, ha addirittura anticipato la logica di X Factor e simili: quando il pezzo viene messo in vendita sul mercato, è già famoso. Serve solo un “attore” abbastanza bravo da catturare l’occhio del pubblico. Sono soltanto le etichette indipendenti a spendere soldi su progetti sperimentali. E poi ormai chiunque può scrivere, produrre e lanciare la sua musica online con un’app e sfruttando i social. Questo è sia meraviglioso perché letteralmente tutti possono avere una possibilità sia un tragico obbrobrio in quanto c’è una assurda sovra-produzione di canzoni che escono come proiettili ogni giorno e di cui circa il 90% (a mio parere) è di scarsissima qualità.
Poiché si trova tutto online e niente sfugge all’orecchio e all’occhio del fruitore, lo streaming può essere ‘colpevole’ di asfaltare la ricerca di brani minori?
Le perle nascoste ci saranno sempre, ma è probabile che con social come YouTube o Spotify e simili alcuni pezzi insospettabili possano diventare più velocemente dei brani da milioni di riproduzioni.
A quale brano, dei 30 da te selezionati, sei più legato affettivamente, o quali brani più degli altri ti hanno maggiormente coinvolto: personalmente, sono legato molto al brano dei Cure, che non conoscevo, unito alle tue parole mi si è tatuato sul cuore e stranamente anche gli Smiths, un gruppo che non ha mai avuto accesso ai miei auricolari…
Diciamo soprattutto quei brani che ho vissuto durante l’adolescenza. Quindi il cuore dice Time Of Your Life dei Green Day e Born Slippy degli Underworld!
Facciamo un salto alle origini: dove, come, quando e perché nasce il Paolo Gresta scrittore?
Ti confesso che ogni volta che mi chiamano così io mi sento sempre in imbarazzo perché mi considero un giornalista, prima di tutto. Accidentalmente scrivo anche libri. Gli scrittori, nel mio immaginario, sono Melville, Hemingway, T.S. Eliot, George Eliot… Il mestiere dello scrittore ha una sacralità altissima e io mi limito a girarci un po’ intorno. Poi, ovviamente, è bello sentirselo dire. A scrivere (racconti brevi e poesie) ho iniziato da piccolo e non ho mai smesso.
Sei un ragazzo con tanti interessi e la testata sul web, The Parallel Vision, forte di una nutrita rosa di collaboratori parla chiaramente di un Paolo Gresta imprenditore e cultore della notizia. Come approdi alla testata culturale che dirigi (e di cui sei titolare) e come valuti l’attuale panorama nazionale dell’informazione, specie quella musicale?
Ti ringrazio molto. The Parallel Vision nasce come blog nel 2014 e diventa testata giornalistica nel 2018. Inizialmente usavo questo spazio per pubblicare pezzi che non riuscivo a far uscire altrove per motivi di linea editoriale. Poi piano piano ho trovato persone che hanno scelto di accompagnarmi in questo viaggio. Dopo aver scritto solo di musica per diversi anni ho sentito la necessità di allargare lo sguardo. Mi annoio molto facilmente, purtroppo. E Parallel mi dà la possibilità di scrivere di cose diverse ogni giorno e per me è assolutamente fondamentale che sia così. Il mondo dell’informazione è completamente diverso da quando cominciai a scrivere alla fine degli anni Novanta. Ed è un bene che lo sia. Voglio dire: i grandi organi di stampa restano sempre al servizio del potere, purtroppo. Oggi come ieri. Ma rispetto al passato le voci si sono moltiplicate esponenzialmente grazie alla rete, che non include solo i giornali online ma anche le radio online, i podcast, i video podcast, i blog, i forum. Sono tutte possibilità in più di raccontare un singolo fatto in mille modi diversi e questo è bellissimo. Quindi il contropotere ha la possibilità non solo di esprimersi al meglio, ma di essere anche decisivo.Per quanto riguarda la musica, leggo pochi giornali e pochi articoli a riguardo. Noto solo le solite zuffe inutili tra colleghi su argomenti ininfluenti. Anche qui, oggi come ieri, è cambiato molto poco.
Cosa rappresenta per te la musica? Sembra una domanda banale, invece, penso apra a una risposta immaginifica, che spinge sulla fantasia (sorrido)?
Ti rispondo dicendoti semplicemente che quando ho un dubbio e devo fare una scelta, io scelgo sempre la musica. Metaforicamente o materialmente. E non mi ha mai tradito.
Giunto a questo punto della carriera, durante la quale hai tagliato molti traguardi importanti, quale è il tuo sogno nel cassetto, il prossimo obiettivo da raggiungere?
I sogni più grandi che avevo da piccolo, ovvero scrivere un libro e fondare un giornale, li ho acchiappati. Adesso però voglio farli crescere. E quindi ho in mente di creare un’edizione di The Parallel Vision che si occupi anche di un’altra città (ma non ti dico quale) e arrivare a scrivere una decina di libri. Non credo di più perché come dice Quentin Tarantino, a un certo punto bisogna smettere, la spinta creativa si affievolisce e si va avanti per inerzia. Non voglio che accada. E finché quella vocina interiore mi parlerà io l’ascolterò, ma senza essere io ad andarla a disturbare.
