1. Don't shoot the piano player (it's all in your head)
2. Summer fading (late love song)
3. Hypocrisy (it's all I see)
4. What's the topic of the day? (forget the rest) [feat. Alidavid]
5. Propaganda in my eyes, again (you're erased)
6. Something (you don't need) [feat. Nobody]
7. Emotional (e)states
8. Look out (consumerism will consume you)
9. It's propaganda time! (rejoice!)
10. In the end (nothing matters)
Differenti stati d’animo soffiano sull’album di debutto di SOLO intitolato “The Importance of Words (Songs of Love, Anti-Capitalism and Mental Illness)“, interessante autoproduzione, coadiuvato in studio da alcuni collaboratori (Nobody e Alidavid alle voci, David Garofalo e Nico Saturno alle batterie), improntato a pennellare un allettante arcobaleno sonoro cantautorale, dentro cui le liriche, tutte a suo nome e in inglese, incorporano una varietà di generi, psichedelia, grunge, punk, elettronica, alternative rock e pop.
La copertina, il vivace collage grafico tappezzato da immagini contornate da uno strappo cartaceo, offre le coordinate entro cui si muove la poliedricità artistica e musicale dell’autore, lasciando intuire i moduli distintivi che ne animano l’immaginario.
L’attacco scanzonato di Don’t Shoot the Piano Player (It’s All in Your Head) poggia sull’ispirazione art rock à la Beatles dell’ultimo periodo, giocando col british pop in chiave naïf. Si proclama indulgenza per l’autore, ingabbiato nel proprio reame creativo, araldo di disparati spunti: Non sparare al pianista, non provare a fermarlo ora / è solo un pover’uomo che cerca di ottenere qualche melodia / Non sparare al pianista, non sprecare il talento che ha / sta solo suonando ma dov’è il pianoforte?
La dolcezza si effonde nel seguente movimento che suggerisce soavi delicatezze probabilmente avallate dallo spirito fatato dei Love di Arthur Lee. Sale di ritmo la song velata da vaga aria vintage, in cui la gioia musicale aderisce al tono malinconico. SOLO, da quel bravo cantante che è, guida Summer Fading (Late Love Song) in porti evanescenti accarezzati dalla rimembranza.
Nel terzo episodio Hypocrisy (It’s All I See), la voce di SOLO si fonde con quella di Geddy Lee e Bon Jovi, oddio, che trasformazione! Se la voce si leva melodica e possibilmente incline al metal, essa chiama in causa anche qualcosa di quella tipica resa strumentale e regala momenti di ottima fattura per un testo antagonista, dove razzolare bene val più che predicare bene. Non mangi carne/ perché gli allevamenti sono/ una delle cause dell’inquinamento mondiale/ ma non ti interessa comprare cibo sostenibile: perché?
Lo spoken word successivo, seppur sia un grande innesto testuale, è munito di fanfara, messa però troppo in sordina, e parrebbe avere un’eco nell’opening targato The United States of America, An American Metaphysical Circus, must della psichedelia sixties adornato dalla splendida vocalist Dorothy Moskowitz. In verità, si perde, unico neo, l’opportunità di rendere incisivo il sounding provvisto dell’eccellente inserto critico. Tuttavia, sullo strascico finale di What’s the Topic of the Day? (forget the rest), feat. Alidavid, SOLO impenna una vertiginosa ripresa fottutamente grunge rock facendo sobbalzare la sezione ritmica, il basso sfonda e la chitarra abrade, ricordando anche band street’n’roll di fine eighties. Propaganda in My Eyes, Again (You’re Erased) costituisce quindiunanotevolissima canzone rock, tagliente, agguerrita e robusta, che pone in risalto le doti radicali e compositive dell’autore e ne esplicita, sparando a zero, la vena anti-establishment.
La canzone viene ricondotta nella carreggiata melodica squisitamente pop, allungando un hit di tutto rispetto e valore fecondo, Something (You Don’t Need) feat. Nobody. Felice della vena morbida riacciuffata dopo la precedente rocciosa track, l’amalgama vocale con la voce di Nobody si gloria nel trasporto emotivo generale. “The Importance of Words (Songs of Love, Anti-Capitalism and Mental Illness)“ rappresenta il punto cruciale e artistico di svolta per l’autore, poiché ogni canzone si impone all’attenzione con carattere, soprattutto perché dotata di una qualità pop indispensabile, ossia, non si dimentica dopo il primo ascolto, risultando inoltre ben bilanciata nel proseguire la propria traiettoria vitale lungo il firmamento musicale.
L’accuratezza degli arrangiamenti, le sovraincisioni, l’inserimento strumentale dei synth e la sperimentazione, sono elementi riuniti nei panorami sonori creati e che trovano espressione anche nella musica concreta, nella suggestione bandistica e persino nel cabaret – «… Pensando ai Monty Python (in particolare allo sketch di Terry Gilliam “International Communist Party of China”) avevo provato a registrarla io – What’s the Topic of the Day? (forget the rest), ndr – , ma la mia interpretazione era pessima. Quindi ho chiesto ad Alidavid di provarci lui. Devo dire che è impressionante il modo in cui è riuscito a ricreare quella che era la mia idea, senza che abbia avuto il bisogno di dargli chissà quante indicazioni: chapeau!» – , particolareggiando l’album laddove venga percepita l’apertura musicale e la tangibile efficacia delle track, restando l’artista a capofitto nella ricerca continua di soluzioni soniche atte a riprodurre fedelmente i brani così come egli stesso li aveva immaginati.
Mixato da Edoardo Di Vietri presso l’Hexagonlab Studio, è stato masterizzato da Carl Saff (già a lavoro con artisti quali Sonic Youth, Mudhoney e Daniela Pes); voci, chitarre, bassi, elettronica e programmazioni sono di SOLO; e per chiudere il pregiato concept, si dà spazio alla cosmica Look Out, che sfreccia nel buio stellare sino al sopraggiungere del soffice, breve allunaggio, sabbatico e psichedelico, aggiungendo con In the End (Nothing Matters) quel pizzico di mistero irrinunciabile in un promettente e valoroso primo effort discografico.