Lauren Mayberry – Vicious Creature
Recensione del disco “Vicious Creature” (EMI, 2024) di Lauren Mayberry. A cura di Chiara Crisci.
Fisico minuto e voce limpida, occhi profondi evidenziati da makeup grafici ed eccentrici, labbra rosse come il colore che suole spalmarsi sul collo e i vestiti durante le performance. Lauren Mayberry, classe ‘87, cantautrice, giornalista e attivista soprattutto per i diritti delle donne, dalla presenza scenica energica e di potente impatto durante i live con i Chvrches, band scozzese synth indie pop, formata nel 2011 insieme a Iain Cook e Martin Doherty, di cui è frontwoman, chiude l’anno con il suo esordio da solista con “Vicious Creature”.
La chiave di lettura dell’intero lavoro è racchiusa nel verso da cui è scaturito il titolo, in A Work of Fiction. “Nostalgia is such a vicious creature”. La creatura più feroce per la musicista è la nostalgia, quel dolore del ritorno che è un guardare con languore al passato, mentre sbiadisce fotogramma dopo fotogramma, ma è anche avere un pò paura per il futuro.
L’album, con i dodici brani della tracklist che ci fanno ricordare il cantautorato femminile anni ‘90, da Alanis Morissette a PJ Harvey, dall’indimenticata Sinead O’Connor a Tori Amos o a Björk, o a Sheryl Crow, esprime tutta l’urgenza espressiva dell’artista, che rivendica a pieno per sé uno spazio tutto personale, declinato al femminile, in un mondo, quello della musica, ancora troppo maschilista, in cui le artiste donna faticano ad affermarsi con credibilità.
“I killed myself to be one of the boys / I lost my head to be one of the boys / I bit my tongue to be one of the boys / I sold my soul to be one of the boys”, vomita diretta in Sorry, Etc., manifesto lirico elettro punk dell’album che spiega l’esigenza di un progetto alternativo alla band, nell’ambito della quale Lauren sembra aver sacrificato parte della sua dimensione artistica individuale, per essere una “dei ragazzi”.
Anche Change Shapes denuncia l’ipocrisia dell’industria musicale in cui la donna è costretta a adattarsi e cambiare forma di continuo, assecondando “le regole del gioco”, pur di sopravvivere al sessismo e al machismo imperante (“We’re all snakes, but what else is a girl supposеd to do?/ I change shapes, but you nevеr do”).
Tra le forme e le maschere necessarie che l’artista è costretta a indossare per difendersi, tanto nella vita relazionale che lavorativa, c’è quella della femme fatale. L’ipnotica Mantra tenta di brandire come un’arma contro la mascolinità tossica una femminilità oscura e inquietante, perciò irresistibilmente seducente, contro tutti i tentativi di controllo e sessualizzazione del corpo femminile che lo hanno legato all’idea di peccato e vergogna, come denuncia sarcastica Shame. In Crocodile Tears, alle sonorità e atmosfere dance anni ‘80 fanno da contraltare versi spietati e taglienti sulle inutili lacrime da coccodrillo degli uomini che tentano di muovere a compassione invano una donna disillusa e consapevole (“Maybe I’m a villain, but I find it kind of thrilling when you cry”).
“To fall in love is a disease”, ci viene rammentato in Punch Drunk. Così se l’amore è una “malattia” inebriante tanto quanto distruttiva che “fiacca le ginocchia”, si può provare a schivarne i colpi con simulata spregiudicatezza degna di una dame sans merci che ammalia, irretisce e domina la sua vittima.
Grazie ai produttori e collaboratori alla scrittura Greg Kurstin, Tobias Jesso Jr e Dan McDougall, la Mayberry, oltre che sul piano testuale e sulle modalità compositive, si allontana anche dal suono elettro pop dei Chvrches, caratterizzato soprattutto dai synth, in cui si sente claustrofobicamente ingabbiata, per sperimentare anche sonorità, tonalità e sfumature dell’animo ancora rimaste inesplorate.
Inedito è il protagonismo delle chitarre nella ballad folk acustica Anywhere But Dancing che attraversa il fiume del cambiamento e la solitudine di ballare da sola al termine di una di quelle storie, le migliori, quelle “in bianco e nero”, quando ormai i colori perdono vividezza, come in una vecchia foto (“All the greatest stories are in black and white / And the colours havе been fading on the edge of minе / Eye to eye, to and fro / Are we ever gonna go / Trippin’ light fantastic on a Tuesday night?”).
Non mancano le ballad piano e voce come la notturna e struggente Are You Awake? che sa di “tristezza sulla pelle” e di mancanze di una voce o di un momento svanito,in cui si rivolge ad una presenza assente, chiedendogli se è ancora sveglio, perché i sentimenti non possono svanire così (“Some feelings don’t fade away with spacе and time”) o come la delicata dedica alla madre. In Oh, Mother, l’artista mette a nudo le sue fragilità di figlia tra ricordi d’infanzia, di cadute e fallimenti, di amorevoli e profondi occhi azzurri, e le sue paure di fronte alla verità del dover, prima o poi, fare a meno della figura genitoriale.
Hanno, poi, un respiro britpop da girl band anni ‘90 alla All Saints e Sugababes brani come l’inno arioso e liberatorio di Sunday Best o come Something in the Air, in cui ironizza causticamente contro le teorie del complotto espresse da un collega durante una pausa da una sessione di lavoro in studio di registrazione (la stessa Mayberry ha confessato: “I was in London finishing another song with my friend, co-writer and producer Dan McDougall. We were taking a break in the shared kitchen in the studio complex when a pretty iconic British musician, who I won’t throw under the bus here, came in and started making conversation about electricity, 5G and how it’s making us all sick.”) e in cui chiarisce che trovare la felicità è già difficile senza ossessionarsi con teorie cospirative.
“Vicious Creature” è un album multiforme e variegato, forse ancora acerbo e non completamente a fuoco, segno di una crescita in fieri di questa minuta ragazza scozzese, timida sotto la maschera lussureggiante, che cerca di far sentire con grinta la sua limpida voce e il suo punto di vista, senza le spalle coperte dalla band, percorrendo con onesta sincerità i meandri della complessa sensibilità femminile, che cerca di raccontare senza peli sulla lingua, con ardore e coraggio.




