Qualcosa brucia nel sottosuolo della pedemontana veneta, sotto quella striscia di terra a ridosso delle montagne tra la linea del Brenta e quella del Piave. Un fertile humus musicale, che negli anni zero ha visto germogliare i semi del punk e dell’elettronica, raccogliendo con Bloody Beetroots il suo frutto più speciale.
Luigi Pianezzola in arte Torba in quella scena ci è cresciuto e si è fatto le ossa in più modi. Da una parte come chitarrista dei Bruuno, apprezzabile band mathcore; dall’altra lavorando nella produzione a livello internazionale, fino a diventare tour member del compianto José Luis Vazquez (The Soft Moon). Esperienze che gli hanno dato le basi per mettersi in proprio, inizialmente per gioco durante la pandemia, poi sul serio negli ultimi due anni.
Dopo l’omonimo EP d’esordio di fine 2023, Torba si presenta al pubblico col suo primo long playing, che sin dal primo ascolto suona esattamente come ci si aspetta da un’artista dotato del suo bagaglio: un’oscura miscela di club music e chitarre distorte, non così pesa da non risultare ballabile.
É soprattutto nei primi pezzi del disco prodotto con Maurizio Baggio a La Distilleria, come PUNTO o LIES, che viene fuori quel sound ormai tipico di una certa scena, che in parte abbiamo sentito recentemente anche coi Mont Baud (presenti anche in questo disco, con Cantona che ha co-prodotto DARE), forgiato da mille serate al Vinile di Rosà, uno dei pochi posti in Italia che può ancora fregiarsi del titolo di club.
La seconda parte del disco, da CADUTA in poi, fa una virata netta raccogliendo una sequenza di 4+1 pezzi completamente strumentali, qui più vicini al sound elegiaco dei Suuns (RIDER) , lì richiamando la prima darkwave anni ’80, quando i Clock DVA flirtavano con l’industrial (ONDA).
In sintesi, un disco senza dubbio ben prodotto, come ci si può aspettare da un’artista con le esperienze ed il background di Torba; a volergli trovare difetti, la prima parte, per quanto sia ben prodotta e funzioni, pecca un po’ di originalità, suonando come un best of degli ultimi vent’anni di electroclash, mentre la seconda, per quanto meno immediata, è decisamente più sfaccettata e matura: l’idea stessa di separare nettamente cantato e strumentale, come fossero un lato A e lato B, funziona.