1. Bad Apple
2. Company Culture
3. Big Dick Energy
4. No Homo
5. Nothing Tastes as Good as It Feels
6. You’re Not From Around Here
7. Scarcity Is Fake (Communist Propaganda)
8. Filthy Rich Nepo Baby
9. Special, Different
10. Love
11. Cuntology 101
“Sai che i Fleetwood Mac volevano quasi dedicare ‘Rumours’ al loro spacciatore di cocaina? Penso che dovremmo dedicare questo album a tutti gli alcolici che abbiamo comprato da Tesco”, scherzano Phoebe e Lilly delle Lambrini Girls, riassumendo la doppia anima del progetto: rigore e caos, disciplina e sbronze totali, calati in un contesto DIY tipico di Brighton.
Chi ascolta “Who Let the Dogs Out” si addentra in un territorio di disobbedienza sonora e attivismo sfrenato. È un disco che non cerca la patina da classifica, ma si nutre di sporcizia live, feedback e distorsioni calibrate. Il basso cupo di Lilly Macieira, lavorato con sapiente precisione da Daniel Fox (bassista dei Gilla Band e produttore emergente del post-punk d’oltremanica), si intreccia con le chitarre graffianti di Phoebe Lunny. Ne nasce un sound che non disdegna la brutalità fisica del noise ma coltiva la tensione strutturale tipica del post-punk.
Bad Apple rivela fin da subito le intenzioni sovversive. Un breakbeat serrato e linee di basso fuzzy lanciano un j’accuse contro l’abuso di potere della polizia, sottolineata dal verso “Officer what is the problem / Can we only know postmortem“. La sezione ritmica di Lilly Macieira (basso) si conferma baricentro melodico ed esplosivo, le sirene e il basso scavano un solco rumoroso, mentre Phoebe Lunny (voce/chitarra) declama un j’accuse incandescente contro l’oppressione istituzionale incorniciando un cantato che alterna slogan urlati e momenti d’intimità affilata. Company Culture incarna la capacità del duo di fondere venature pop-punk con un messaggio di denuncia femminista contro il patriarcato. Uno spigoloso riff di chitarra e un’estetica grunge punteggiano strofe in cui si condannano le pratiche sessiste, mentre Phoebe e Lilly ribadiscono di non voler essere catalogate in base al genere o all’identità queer. La stessa rabbia percorre Big Dick Energy. Le Lambrini Girls attaccano i maschi alpha che ostentano forza fisica ed egocentrismo. Il lavoro di Fox in regia rende il basso centrale e carico di saturazione, così da far esplodere la voce di Phoebe contro la cultura della violenza. La batteria dal sapore tribale amplifica ulteriormente la tensione sonora, lasciando la sensazione di non avere vie di fuga.
Filthy Rich Nepo Baby accentua l’anima politicizzata del disco. Un giro di basso esplosivo e un fuzz mordace scolpiscono ritornelli potenti, mentre il testo attacca l’ipocrisia delle élite socioeconomiche. È la prova di come le Lambrini Girls scelgano il sarcasmo anziché il semplice slogan “mangiamo i ricchi”. Ribadiscono così la volontà di prendere le distanze dal Riot Grrrl e da una versione al femminile degli Idles, ma di essere le prime inconfondibili Lambrini Girls. Nothing Tastes as Good as It Feels affronta la cultura thinspo degli anni 2000 con un’ambivalenza sonora: pop-punk di superficie che si trasforma in scontroso grunge, come se la canzone volesse urlare e sussurrare contemporaneamente, facendo emergere la complessità del rapporto con il proprio corpo.
Le Lambrini Girls non si fermano all’attivismo di genere o alle aggressioni quotidiane; attaccano anche il classismo e l’ipocrisia dell’industria musicale in Filthy Rich Nepo Baby. Con sarcastico piglio, Phoebe punta il dito contro i “turisti di classe” con famiglie nobiliari e conti a sei zeri, che si autoproclamano “rockstar proletarie” pur vivendo nel privilegio più ostentato. La band rifiuta ogni forma di romanticizzazione della working class, denuncia la gentrificazione (You’re Not From Round Here) e sceglie di inserire, come potente interludio, le voci di Kwame Ture e Angela Davis, simboli di un impegno anticapitalista e antirazzista che suona oggi ancor più necessario.
La scossa punk di You’re Not From Around Here e l’urgenza acida di Nothing Tastes as Good as It Feels trascinano l’ascoltatore in un caos organizzato. L’impronta ritmica domina, mentre la chitarra crea linee quasi stridenti e i testi denunciano gentrificazione e distorta estetica thinspo. Tra bevute di Lambrini e vodka, l’alcol diventa la benzina che ha acceso la miccia compositiva. Nel cuore dell’album, No Homo propone passaggi di basso più melodici. Addolcisce appena la ruvidità della chitarra, ma mantiene vivo il monito contro l’omofobia interiorizzata. Special, Different abbraccia invece le dissonanze post-punk per parlare di neuroivergenza e autoaccettazione. La voce di Phoebe attraversa dinamiche emotive altalenanti, tra riverberi e feedback, fino a un ritornello rivelatore: la sintesi di una scrittura che intreccia militanza e confessione personale. Love alza la tensione timbrica e racconta una rottura sentimentale con un riff di tre note che si incolla alla mente, intervallato da una sezione quasi meditativa. Il climax finale di distorsioni suggerisce come la band eviti melodrammi patinati, preferendo un linguaggio spietato e viscerale.
Chiude tutto Cuntology 101. È un brano che dichiara guerra a ogni compromesso, introduce influssi elettronici e si carica di un messaggio femminista e anticapitalista senza mezzi termini. La voce reclama autonomia, lanciando anatemi contro il patriarcato. In sottofondo, il noise-pop si arricchisce di sintetizzatori distorti, complice la mano di Daniel Fox, a confermare la dimensione queer e sovversiva del disco.
Le Lambrini Girls hanno fatto un album che non si compiace di nicchiare nell’underground, ma neppure cerca la pulizia patinata da classifica. Al contrario, la produzione di Daniel Fox mantiene intatta la ruvidezza live delle L Girls, mentre il mix di Seth Manchester fa emergere la stratificazione timbrica e la gamma di emozioni che la band intende vomitare sulle nostre orecchie: collera, sarcasmo, passione politica, autoironia.
“Who Let the Dogs Out” imbottiglia la furia, la beffarda ironia e la determinazione socio-politica delle Lambrini Girls. Il disco rifugge formule commerciali e attinge alla potenza del post-punk più ruvido, rafforzando l’identità del duo attraverso un rifiuto di etichette. Se cercate un disco innocuo o una definizione preconfezionata, sarà come ricevere un pugno in faccia. Se invece siete pronti a farvi travolgere da groove, rabbia e sarcasmo, scoprirete una delle band più autentiche e impavide dell’attuale panorama musicale anglosassone.