Casademoni – 64
Recensione del disco “64” (Bitume Productions, 2025) di Casademoni. A cura di Paride Placuzzi.
Ci si sente quasi imbarazzati dall’intimità in cui ci si trova a confrontarsi in ognuno dei brani di “64”. Siamo in una piccola stanzetta vissuta che odora di lenzuola, in una delle pareti c’è una piccola finestra che oltre al nostro umido volto sbiadito ci dona un buio che è risposta e maledizione.
Alberto aka Casademoni cicatrizza con questi 9 brani un folk plumbeo e confidenziale come non se ne sentiva dai tempi di Elliott Smith. Appena apriamo la finestra ci si piazza davanti Quargo, una ballata ossuta squarciata da una chitarra tagliente come una lama arrugginita fendendo i secondi che ci dividono dalla fine (della canzone). Ad aiutare Casademoni in questo suo primo capitolo solista troviamo Glauco Taddei (batteria in Rejoice e Phoenix), Andrea Cola (chitarra, basso e sintetizzatori), Luca Guidi (batteria e percussioni). Lo stesso Andrea Cola ha registrato tutto nel suo Stone Bridge Studio a Cesena.
Non tutti i mali, come quello di essere nati, vengono per nuocere, ce lo ricorda Rejoice con i suoi lenti saliscendi collinari. Come ce lo ricorda questo disco che è luce oscura che abbaglia nel buio luccicante. I collegamenti con certi cantautori folk rock da bar notturni dei 90’ affiorano spontanei ed Alberto, liberato dalle sue maschere, sa affilare la penna come pochi di loro. Per questo ci fa capire, con un paio di cover, da che parte della strada cammina mentre indossa la chitarra ed impugna il microfono. Le indicazioni portano ad una memorabile Death Of a Salesman dei Low e Modern Girl di Sleater-Kinney maneggiata come un oggetto delicato. Tornando agli originali, Stay risuona tra le onde della scogliera più alta e riecheggia per giorni e giorni “stay another day”.
Pezzo dopo pezzo si compone il puzzle di “64” che grazie ai suoi arrangiamenti mai banali riesce a mantenerci all’ascolto fino all’arrivo del giorno di natale. C’è inquietudine e dolore in Blade, lenta e tormentata ci apre gli occhi stanchi e chiusi ormai da troppo tempo. L’ultimo sguardo su quella stanzetta si posa sul brano conclusivo, Wurlitzer, che prende il nome dall’omonimo strumento dominando la scena appena sotto la cupa voce di Alberto. La sensibilità aggredita dalla nausea è rarefazione sentimentale. Illusioni di noi stesi camminano ogni giorno verso obbiettivi fasulli. Per questo la musica è salvezza e maledizione.
Bisogna ringraziare chi ha ancora il coraggio di buttare la propria anima in pasto ai parassiti usa e getta.




