
Di fronte al vuoto è facile perdersi nell’immobilismo accomodante, lamentarsi delle mancanze perimetrali senza aver il coraggio di affrontare l‘intercapedine. L’audacia ha trovato i Post Nebbia e li ha catapultati giù dalla montagna con il nuovo disco “Pista Nera” (qui la nostra recensione), spiccando il volo dopo aver consapevolmente rischiato lo schianto. Prole di una Padania non troppo comoda, partendo da “Prima Stagione”, passando per “Canale Paesaggi” e riflettendo su “Entropia Padrepio”, hanno squisitamente affrontato un percorso sano e corretto per arrivare fino a quest’ultimo lavoro, coscienti di quanto fatto e meravigliati di quello che ancora si potrà fare.
Fra chiese di pastafrolla e notti limpide, ho chiesto a Carlo Corbellini, ideatore nonché autore primordiale dei Post Nebbia, di parlarmi un po’ del progetto e dell’album appena uscito.
“Pista Nera” è il nome che ha dato vita all’album o viceversa?
Un po’ tutti e due, nel senso che è arrivato che c’erano già una metà dei pezzi. L’idea ci è venuta quando siamo effettivamente andati in montagna a fare un po’ di prove, lì ho capito che poteva essere una buona visuale tematica per l’immaginario del disco. La copertina fra l’altro è una foto di mio bisnonno penso risalente anni 20/30: mio zio per Natale ha fatto un hard disk dove ha inserito tutte foto e diapositive vecchie. È venuto fuori quello scatto splendido e secondo me aveva senso usarlo come copertina.

Chi o cosa ha influenzato maggiormente il sound del disco?
Da tempo avevo la tentazione di fare una cosa un po’ più new garage come ispirazione, un po‘ Ty Segall. Però penso che la cosa principale sia stata il fatto che abbiamo cercato di affrontare questo disco come band e quindi volevamo che suonasse come un disco da band: molti meno trattamenti e abbellimenti ma più grezzo. Abbiamo registrato tutti insieme e l’abbiamo anche mixato in modo da non dare troppa priorità alla voce rispetto al tutto, che è quello che di solito si fa in Italia, dove ci sono più dischi cantautorali che dischi rock. Da questo punto di vista volevamo settare i volumi di tutti in maniera democratica.
Cosa contraddistingue quest’album da quelli precedenti?
Suona in un modo completamente diverso! Lo abbiamo lavorato insieme e tutti e quattro abbiamo messo un po’ del nostro. Alcuni pezzi sono venuti fuori da dalle jam e in generale c’è stato molto più scambio con la sala prove, mentre i dischi precedenti arrivavano in sala prove quando erano già finiti. Questo penso che sia la differenza principale, al di là poi dei temi dell’estetica ecc. È un disco un po’ più collaborativo e anche un po’ più rock.
E quindi è stata una volontà quella di rendere più partecipe il gruppo e i musicisti con cui suoni?
È stata una cosa che è abbastanza avvenuta da sé. Quando ho iniziato a scrivere il disco mi sentivo un po’ perso e non sapendo dove sbattere la testa mi sono confidato con Giulio, il nostro tastierista, il quale si è proposto di darmi una mano, insieme agli altri della band. Dopo una roba come 60 concerti insieme, con il tour di “Entropia Padrepio”, abbiamo legato molto e quindi ha avuto senso coinvolgerli anche nel processo delle idee. Sarebbe stato miope non tenere conto della cosa. Ho sempre scritto musica contando che doveva essere fatta da quattro persone. In generale suonare le cose effettivamente te le fa vedere da un punto di vista molto più pratico, cioè ti fa selezionare effettivamente quello che ci deve essere.
La tua scrittura è una mera espressione di te stesso o anche l’intenzione di rivolgersi a qualcuno o qualcosa?
Ma non è che ci sia una volontà così chiara dietro. Non c’è una volontà di criticare, raggiungere per forza qualcosa o qualcuno. Credo che se devi fare uscire musica adesso deve esserci un po’ di urgenza dietro. Ad esempio, se c’è una roba che mi fa incazzare la dico e penso che questo sia frutto di una necessità. È un po’ l’idea di fare musica che ha un senso di esistere per me. È più che altro una conseguenza del mio stato d’animo.
Nel disco c’è questa critica sottesa, implicita e un po’ sarcastica. Su tutte risalta la frase di Stonatura “voglio vedere quelli della Bicocca che divorano a Bocconi quelli Cattolica”. La critica è uno dei fuochi che ispira la tua scrittura?
Ci ho pensato molto a far uscire quel pezzo effettivamente (ride). Però lo so, quel giorno ero incazzato e a volte non bisogna autocensurarsi, le canzoni non sono fatte per descrivere la tua opinione ogni giorno della tua vita. In particolare, in quel pezzo ce l’avevo con i Bitcoin ed in generale con tutta la questione delle criptovalute, queste bolle economiche del cazzo che a mio parere rendono il mondo un posto più brutto e non risolvono alcun tipo di problema. Sono semplicemente una corsa ad arricchirsi sulle falle del sistema.
Alla fine, è il capitalismo.
Esattamente, però in una forma più becera. Perché il capitalismo degli albori dava qualcosa indietro. C’era comunque l’idea di migliorare la società. Il fatto, ad esempio, di costruire le strade, infrastrutture, apriva la possibilità ad un’evoluzione tecnologica ed economica. Invece adesso è una forma un po’ parassitale che ciuccia soldi da tutti i pochissimi buchi rimasti da cui escono.
Sembra che Dischi Sotterranei sia una delle poche etichette indipendenti che trasmette quel senso di libertà espressiva per gli artisti che oggi è un po’ difficile da trovare nella scena italiana. Qual è il tuo rapporto con l’etichetta?
È un bellissimo rapporto da anni ormai, sono stati loro a scoprirci, precisamente Novak, che è il nostro manager e a cui poi è stata affidata l’etichetta. In questi anni sta diventando una cosa sempre più grande per noi, non solo Post Nebbia ma anche per tutti gli altri gruppi. Ogni anno facciamo La Festa al CSO Pedro che è sempre più frequentata e sentita. Ci sentiamo supportati e anche incoraggiati un po’ dalla qualità della musica che ci circonda e quindi cerchiamo sempre di essere il più possibile alla pari con quello che esce. Quest’anno sono usciti nuovi dischi e quindi siamo molto contenti di dove siamo.
Com’è stato tornare sul palco di Padova (per la Festa dei Dischi Sotterranei) dopo un po’ di tempo?
È stato bellissimo! il Pedro in generale, per me è un luogo particolarmente importante: sono stato il volontario come “schiavo” del fonico, per imparare qualcosa e vedere un po’ di concerti gratis. Ci sono cresciuto. È un posto in cui mi sento di appartenere più che altrove. Non mi esibivo da un anno, quindi la voglia di suonare era molto più dell’ansia che ogni volta mi colpisce inesorabilmente. Poi cazzo cioè a La Festa c’è un pubblico attentissimo; infatti, è sempre un’ottima occasione per portare nuova musica.
Ero presente a La Festa e ho assistito al vostro concerto. Come mai avete scelto di suonare una cover dei Mattia Bazar “Stasera…Che sera!”?
Perché non so, abbiamo scoperto il pezzo poco tempo prima e poi in occasione de La Festa “stasera che sera” mi sembrava una frase opportuna. Ci divertiva l’idea di farla così: una versione un po’ più strokes, meno mediterranea. A dirla tutta, proprio incazzata!

Ti senti di appartenere a un genere specifico o di portare avanti un qualcosa di nuovo e diverso?
Non lo so, nel senso che qualche volta magari siamo stati associati ad una tradizione più alternativa anni 90 anche se non è quello da cui veniamo, né come ascolti né come esperienza. Io penso che apparteniamo alla fine a Dischi Sotterranei ed è una cosa reazionaria. Sicuramente portiamo alta la bandiera della musica indipendente, ma a volte il confine è molto sottile. L’intenzione più che altro credo sia quella di fare musica che costringe chi l’ascolta ad essere attivo e non passivo. Poi parlare di generi in questa epoca è un po’ difficile, perché c’è una tale disponibilità di musica, non dipendente più dalla collezione di dischi materiali, che fa si che le persone poi siano molto più contaminate e meno legate per forza ad un genere. Abbiamo forse un’etica artistica e compositiva che ci porta a cercare di fare musica necessaria, magari anche un po’ incazzata, che non sia soltanto un medicinale anestetico.
E invece quali sono state le tue influenze musicali?
C’è tantissima roba che ascolto: una volta ascoltavo molto più hip hop, adesso sto tornando sulle chitarre. Infatti, con questo disco ho voluto esplorare quel lato un po’ più graffiante e cattivo. In realtà ho iniziato a fare musica con tre ascolti principali, da cui dipendevo molto: gli Arctic Monkeys, Tame Impala e Madlib. Poi col tempo ho scoperto molta altra roba, non per forza nuova. Ad esempio, i Beatles, negli ultimi quattro anni, sono diventati una fissa totale, come un sacco di musica brasiliana anni 70, 80.
C’è già qualcosa che bolla in pentola per il futuro?
In questo momento no. A volte faccio musica, però sono solo delle strumentali senza batteria, giusto per divertirmi. Così potrei avere già una base una volta finito il tour, perché è sempre difficile iniziare di nuovo a mettere giù roba nuova, dopo un momento di pausa. Infatti, mentre facevo questo ultimo disco, mi stava un po’ passando la voglia e mi sono venuti un po’ di dubbi, perché comunque è il quarto ed è da quando ho 16 anni che vivo di disco in disco. Fortunatamente ho riscoperto il perché mi piace fare questa cosa e quindi voglio continuare. Adesso faremo questo tour e poi, a seconda delle circostanze, ci metteremo a fare un disco nuovo. Penso che questo sia abbastanza sicuro.
Ma alla fine Leonardo è tornato in famiglia?
No, alla fine no. Si è perso. Però la famiglia ha investito un sacco di soldi in Bitcoin ed è diventata miliardaria.
