
La svolta artistica di Laura Agnusdei si chiama “Flowers Are Blooming in Antarctica” (qui la nostra recensione), concept album (prodotto da Maple Death Records) incentrato sul tema del cambiamento climatico. Il respiro internazionale della Agnusdei, sassofonista e compositrice elettroacustica di Bologna, si concretizza definitivamente in un album intriso di sperimentalismo sonoro e analisi di problematiche sociali contemporanee.
L’abbiamo incontrata.
Nel tuo percorso di compositrice l’elettroacustica ha indubbiamente un ruolo fondamentale. Potresti descriverci cosa rappresenta l’essere una cultrice di questo tipo di scienza della musica?
Ma in realtà uso questo termine perchè è una definizione molto semplice: il contemporaneo uso di strumenti acustici ed elettronici. Ci sono tantissimi modi di far interagire questi due mondi, quindi è un termine che si presta a tante interpretazioni. Certamente ci può esser un approccio più scientifico, che prevede magari, faccio un esempio su tanti, uno studio dettagliato dello spettro acustico dei suoni nell’intento di “fondere” ad esempio questi due mondi, creando dei suoni terzi che conservano alcune caratteristiche delle sorgenti acustiche ma ne alterano elettronicamente i connotati timbrici. Per quanto mi riguarda l’approccio varia molto da progetto a progetto, ho composto brani più “accademici” dove l’elettroacustica era intesa in maniera più scientifica, ma poi porto avanti anche un tipo di composizione più intuitiva, più libera da particolari presupposti concettuali.
Il tuo nuovo album, “Flowers Are Blooming In Antartica”, si prefigge lo scopo di approfondire il tema della salvaguardia del nostro eco-sistema. Quali sono le tue idee al riguardo?
La mia idea è che viviamo in un sistema, quello capitalista, che ci sta portando all’autodistruzione. Serve un cambio di paradigma totale e serve in fretta. Come sempre nella storia ci sono delle disperate Cassandra che cercano di urlare questa verità, e il titolo del disco viene da una di queste voci, il movimento ecologista “Extinction Rebellion”, è su un post Instagram dei loro social infatti che ho letto per la prima volta questa frase, che ho poi ritrovato anche in altre news a sfondo scientifico.
Tra le componenti del tuo stile sperimentalista, troviamo anche il jazz spirituale. Quando e come ti sei appassionata al jazz? E cosa si intende per jazz spirituale?
Mio padre era un appassionato di musica afroamericana, quindi molti ascolti della mia infanzia hanno quella radice: soul, funk, rhythm’n’blues. Non sono una sassofonista jazz, non l’ho studiato e non è il circuito in cui mi esibisco solitamente. Tuttavia tra gli ascolti che mi hanno segnata profondamente ci sono molti dischi free jazz, come quelli di Ornette Coleman e Albert Ayler. Non mi piacciono particolarmente le etichette, quindi non sono molto brava a spiegarle, infondo non è il mio lavoro, la creazione e l’uso di certi termini è principalmente opera dei giornalisti musicali, non dei musicisti. Ti posso solo dire in maniera istintiva un paio di dischi che mi piacciono e che associo al termine “spiritual jazz”, prendendomi il rischio anche di sbagliare: Shabaka and the Ancestors – “Wisdom of Elders”, Don Cherry – “Brown Rice”, Pharoah Sanders “Pharoah”.
“Flowers Are Blooming In Antartica” è ispirato ad una triade di idee pioneristiche e radicali sui temi dell’ecologia, della flora, della fauna e del clima. Tali idee appartengono ad un futuro distopico oppure sono già presenti nel nostro sistema sociale?
Sono assolutamente già presenti nel nostro sistema sociale, sono solo sotterranee, e quando emergono in superficie vengono per lo più derise dal pensiero dominante, ma è così per tutte le rivoluzioni. Le suffragette ad esempio erano considerate delle invasate ad esempio, e di certo non hanno conquistato il voto votando…Comunque ci tengo a precisare che il disco in quanto opera d’arte e non pamphlet politico lavora più sul piano dell’immaginario che sul piano dell’analisi razionale del reale. La musica trasfigura, suggerisce, allude, questi sono i mezzi dell’arte, ben più ambigui ma non per questo meno profondi.
Parliamo del tuo rapporto con il sax. Cosa rappresenta per te questo strumento? Ritieni sia un protagonista della tua produzione musicale?
Il sax è uno strumento interessante sotto tanti punti di vista. Estremamente trasversale è la sua presenza all’interno dei generi musicali, nonostante venga principalmente associato alla musica jazz. Questo è dovuto alla sua flessibilità timbrica, è pazzesca la quantità di suoni che può emettere e come ogni strumentista possa suonare unico. Indubbiamente il sax è spesso (ma non sempre!) Il protagonista dei miei brani, la voce narrante potremo dire, in fondo faccio musica strumentale e son una sassofonista…
“Flowers Are Blooming In Antartica” fa parte, tra le altre cose, del progetto sperimentale Opale basato sulla musica e la narrazione per immagini. Possiamo dire che la tua produzione si occupa anche di ricerca artistica?
Preferisco concepirmi prima come un’artista e poi come una musicista. In Italia questa parola suona sempre un po’ presuntuosa, ma in realtà è una cosa molto semplice, definirsi artisti non significa automaticamente credersi dei geni. Il sentirmi artista mi spinge a guardare in primis alle idee e ai contenuti, al messaggio, e solo in seconda battuta al linguaggio con cui esso si esprime. Quindi sì, direi che la mia produzione si occupa anche di ricerca artistica, e negli anni ha dialogato con altri linguaggi non sonori come il disegno, la grafica e l’immagine in movimento.
